Vinicio Capossela - Un pomeriggio con Vinicio...

21/01/2005 di Carolina Capria



Chi ama perdersi in un dipinto non dovrebbe mai conoscere chi quel dipinto lo ha creato.

Chi ama leggere non dovrebbe mai incontrare chi ha scritto il libro che ha catturato la sua attenzione.

Chi ama una canzone non dovrebbe mai imbattersi in chi quella canzone l’ha composta.

E, a sentire Vinicio Capossela, non dovrebbe avvenire neanche il contrario: un musicista non dovrebbe mai incrociare chi lo ascolta.

La lontananza è parte integrante dell’ammirazione. Non si può sognare attraverso un’opera se si sminuisce il suo autore. Se diventa solo un semplice e imperfetto essere umano anche quello che crea perderà la sua aura.

La conoscenza, per quanto superficiale, rende impossibile quel po’ di sana mitizzazione che è essenziale al sentimento, per cui un distacco imposto è la scelta migliore.

Solo una volta nella mia vita ho fatto di tutto per parlare, anche cinque minuti, con una persona che mi emozionava attraverso quello che faceva, sicura che la delusione non avrebbe fatto la sua comparsa. E’ successo otto anni fa, lui era Fabrizio De Andrè. Chiacchierammo qualche minuto, mi salutò accarezzandomi i capelli, e stop. Unica deroga, almeno fino ad ora.

Quella che racconto ora è un’eccezione di proporzioni gigantesche: oggi è ho passato un pomeriggio a Cosenza con Vinicio Capossela. Il racconto di come sia finita in questa situazione prevede una serie infinita di casualità, che, a conti fatti, non serve elencare.

18 gennaio 2005.

L’appuntamento è alle 16 al Teatro Rendano, luogo in cui si terrà il concerto serale di Vinicio Capossela. Io e Daniele, presenza fissa di tutta la storia, arriviamo leggermente in ritardo, ma solo perché dovevamo arrivare leggermente in anticipo. Parliamo un po’. In mezzo c’è l’imbarazzo che si riserva alle persone che non si conoscono, anche se in questo caso è un po’ diverso. Alla gentile domanda “Tu, Carolina, che fai?” io non riesco a trattenermi e incalzo con un raggelante “Niente!”. Il rischio di apparire un po’ meno noiosa di quello che sono è scansato. Respiro di sollievo!

Vinicio ha problemi di voce. La prima tappa è un otorinolaringoiatra nel centro della città. Il dottore, oltre a qualche medicinale il cui effetto, forse per suggestione, è subito evidente, prescrive al malandato cantore di starsene in silenzio. Soddisfare la richiesta sarebbe difficile per chiunque, tanto più per chi si trova in questa città per un’esibizione vocale e non per farsi ficcare a tradimento una sonda nel naso…ma…questo non dovevo dirlo!

La visita medica si conclude con una domanda a bruciapelo: “Ma lei la conosce Paola Turci?”
Prossima destinazione è un bar non identificato, serve dell’acqua per mandar giù la pasticca! Le dinamiche che hanno portato da questo semplice bisogno all’acquisto di una tuta, ammetto, non mi sono chiare. Mi limito a enunciare il risultato della sosta: la pasticca è stata inghiottita e il Signor Capossela ha nel suo guardaroba una felpa dell’Adidas, azzurra e arancione, che non gli piace, e che probabilmente regalerà a qualcuno, ma forse anche questo non andrebbe scritto!

Sono le 17 e qualche minuto, ci dirigiamo verso l’albergo. Nel tragitto il malatocheorastameglio, chiede se in zona c’è un’enoteca. E’ quasi impossibile far digerire a chi non abita in una piccola città, che qui è tutto vicino. Stiamo un po’a guardare i vini, i due uomini della situazione assaggiano anche qualcosa, noi “femmine” abbiamo bisogno di un orario diverso per farlo, quindi io rifiuto cortesemente.

La ragazza che ci guida nel mondo di Bacco è gentile e competente, questo magari non è interessante (ammesso che il resto lo sia!) ma a me fa sempre effetto vedere che c’è ancora qualcuno che sa fare bene quello che il suo compito prevede. Ci parla delle aziende, dell’uva, dei profumi. Tutta roba di cui non capisco nulla. Prendiamo la nostra bella bottiglia ed usciamo.

Annuncio a Vinicio che alloggerà all’Holiday Inn, pare un po’ contrariato, dice che avrebbe preferito una cosa più familiare e accogliente, quindi evito, almeno per il momento, di dirgli che avrà anche la suite oltre alla vicinanza con un Blockbuster, due centri commerciali e un Mc Donald’s.

Mentre ci avviciniamo all’hotel mi trovo catapultata in una scena del tutto surreale. Vinicio è seduto sul sedile posteriore, Daniele guida e io, al telefono, mi organizzo per andare al concerto.

“Se ci troviamo alle 20:15 va bene?”
“Credo di si…ma…non so…”
Dopo qualche secondo realizzo, e non posso fare a meno di far notare ai miei compagni di viaggio quanto la coincidenza degli accadimenti sia bizzarra, quindi mi giro verso Vinicio e gli chiedo se secondo lui le 20:15 vanno bene. Sorride e dice quello che sta in alto a questa pagina: anche i musicisti non dovrebbero mai conoscere chi li ascolta!

Arriviamo.

Non ero mai entrata nell’hotel in questione, almeno non nella mia città, e rimango abbastanza meravigliata dall’arredamento. Mi rendo conto che non era da pretendere che lo adattassero al territorio circostante, ma magari era possibile che non lo rendessero totalmente avulso dal contesto. Sedie scomode ma dal design curato, colori caldi che qui diventano di ghiaccio, un enorme televisore nel bar, e un camino che “questo non può essere un camino!”
Prendiamo il thè. Vinicio ci parla del locale dove ha pranzato e di cosa ha mangiato il giorno prima; si apre quindi una disputa su come si cucina la pasta con l’astice. Non capirò niente di vini ma questo è un terreno in cui mi muovo abbastanza bene, e spiego, con ostentata sicurezza, la mia ricetta passo per passo. Durante la conversazione esce fuori una perla di saggezza che, pur estratta dal contesto, mantiene il suo valore e che per questo riporto: “ Ho scoperto che Jovanotti non è un cantante, è una filosofia di vita che va dalla propoli al thè verde.”
Sono più o meno le 19. Avremmo già dovuto essere a teatro per il sound check, quindi ci affrettiamo. Il concerto di stasera, anche se proprio concerto non è, è gratuito, si entra con un invito da prendere all’entrata, motivo per cui, nonostante sia ancora presto, c’è già moltissima gente ad aspettare. Troviamo una strada alternativa, anche se…“ Tanto si aspettano una giovane rocksar …neanche mi riconoscono!” Ovviamente non è affatto vero, quei ragazzi sono lì per lui, e sono convinta che una rockstar con i capelli al vento, almeno in questo momento, li deluderebbe. Io e Daniele ci andiamo a sedere nella platea vuota, Vinicio sale sul palco. E’ il momento più bello dell’intera giornata, neanche lo spettacolo serale sarà tanto poetico, e gentile, e suggestivo, e caldo, e morbido. Intorno ci sono solo poche persone che stanno lavorando. Le luci non seguono l’andamento che avranno nella serata, e le canzoni sono spesso solo accennate. Questo momento ha la bellezza della transizione. Esattamente quella che ha una bolla di sapone che ancora non si è sganciata.

Passiamo più di un’ora così. Ad origliare e spiare quello che la sera ascolteremo e vedremo. Lo spettacolo inizia poco dopo le nove. Mangio un pacco di Cipster, saluto tante persone che non pensavo di incontrare, e ritorno al posto privilegiato che ho preso con due ore di anticipo. Quello che Capossela ha portato in giro in questo periodo è un ibrido difficilmente classificabile. L’incipit e la conclusione sono quelli del suo libro, in mezzo ci sono pagine, e ombre, e suoni, e riflessioni, e tutto quello che, semplicemente, gli piace.

Sulla scena lui fa ciò che per una vita mi sono ripromessa di fare anche io: accosta, mette insieme e confonde le cose che definisce belle. Unendole le rende facilmente accessibili e sempre disponibili, sono lì, in una cassaforte di cui solo il proprietario conosce la combinazione.

L’esibizione si conclude. Il teatro comincia a svuotarsi.

Accompagniamo “Vinicio e compagnia” al ristorante e decidiamo di tornare a casa. Fa freddissimo vicino al fiume, scatto qualche foto ai ragazzi che sono lì in attesa, ci salutiamo e ci ringraziamo a vicenda.

Probabilmente questo modesto racconto per essere completo necessiterebbe di una conclusione che desse un senso in più, ma non ce l’ho. Per cui…Fine. Questo era ieri. E oggi è una buona giornata.



Un pomeriggio qualsiasi trascorso con Vinicio Capossela. Nell'attesa di un concerto che diventa il momento più normale di una giornata semplice semplice ma dolcemente surreale. Eccone il racconto. Da leggere solo per il gusto di farlo.

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