Black Eyed Susan - Prevalle - Prevalle (BS) Live report, 12/10/2003

17/10/2003 di Federica Gozio



In attesa dell’imminente uscita del loro primo lavoro ufficiale, ci tengo a segnalare un ‘nuovo’ (benché attivo da un paio d’anni) gruppo degno di nota dell’underground bresciano. Capita infatti che a volte che mi affanni alla ricerca di concerti curiosi ed interessanti incorrendo in sgradite delusioni; in quest’occasione, invece, il concerto ha trovato me, ed inaspettatamente mi ritrovo ad assistere alla stimolante esibizione di un quartetto che corrisponde all’esotico nome di Black Eyed Susan.

Il set si svolge nell’affascinante e intima stanza di una rustica abitazione, nel medesimo posto in cui la band ha recentemente terminato le registrazioni del cd, dove pietre e travi a vista fanno da contorno a Luisa, Giovanni, Riccardo e Gigi (quest’ultimo già bassista/hitarrista dei Demi Jour).

L’impatto è immediato benché si resti sempre entro un genere musicale non certo di ‘massa’ - direi avant-rock per gli amanti delle classificazioni; i ritmi, spesso serrati, oscillano tra parentesi psichedeliche, precarie sospensioni ed energiche riprese caratterizzate da intensi crescendo che rendono infallibile la loro presa all’esterno. L’irruenza del rock viene miscelata con raffinatezza attraverso cupe e ruvide melodie armonicamente corrotte da calzanti dissonanze, tessendo, con ponderato sperimentalismo, trame complesse che suscitano un vortice turbinoso di discordanti emozioni.

Le voci, ripartite con propria personalità tra tre dei componenti, sono più strumento comunicativo che melodico, di rado vengono utilizzate, lasciando spazio principalmente all’esecuzione strumentale su cui si innestano tendenzialmente senza invadenza, seppur con partecipe commozione; mi piace in particolar modo come si inserisce calda e quasi sussurrata la voce dell’imperscrutabile Gigi. Essenziale e precipuo è l’operato fendente della camaleontica chitarra suonata, con urgente e funambolico coinvolgimento, da Giovanni; solido è l’elemento percussivo, mentre ammorbidisce la scena la presenza femminile, opportunamente dolce e aggressiva.

I ritmi calano nel finale, suggellato da uno scambio di strumenti - Luisa alla batteria e Riccardo inaspettatamente al sax - per una sofisticata conclusione.

Non conosco, forse per aprioristica diffidenza, le virtù terapeutiche dei fiori (il nome si ispira appunto ad un fiore di Bach californiano), sento però di poter garantire, a chi è predisposto, l’efficacia dei Black Eyed Susan, dei quali resto ora in impaziente attesa di ascoltare il cd per poter sondare in profondità le stuzzicanti peculiarità.



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