Sei cose che ho capito sul Primavera Sound 2016

Le Savages al Primavera Sound. Foto di Eric Pamie - Le Savages al Primavera Sound. Foto di Eric Pamie -
07/06/2016 di

Se cercate un report fedele delle magliette sudate da Action Bronson, delle note eteree degli Air al tramonto, o di quanto è stato bello quando i Radiohead hanno suonato finalmente "Creep", questo non è l'articolo per voi. È molto probabile che queste cose abbiano già occupato gran parte della timeline dei vostri social nei giorni passati, quindi non ci uniremo al coro (al massimo, se volete, sul nostro Instagram trovate qualche bella foto dei concerti delle band italiane). Quelli che seguono sono solo alcuni pensieri sparsi raccolti attorno ad un festival, il Primavera Sound, che quest'anno è andato sold out in tempo record, e che arrivato alla sedicesima edizione si è guadagnato la fama di un culto condiviso tra gli amanti della musica di tutta Europa (e non solo).

 

È un festival che piace tantissimo agli italiani

Quando, qualche settimana fa, ho dato un’occhiata alle statistiche attorno al Primavera Sound per provare ad inquadrare il festival da un punto di vista diverso da quello puramente artistico, ho scoperto molte cose. Ad esempio, che gli italiani sono il secondo pubblico più numeroso della manifestazione (11% degli spettatori totali), dietro gli inglesi (15%, notoriamente il popolo più festaiolo d’Europa) e gli stessi spagnoli (che giocano in casa, quindi non valgono). In effetti, una cosa che tutti sanno del Primavera Sound è che finisci per ritrovarci “mezza Roma” e “mezza Milano”, o comunque tanti amici e conoscenti, tanto che potresti partire completamente solo e trovare facilmente compagnia (come ho fatto io). Ma perché il festival spagnolo è così popolare in Italia? Le ragioni sono piuttosto semplici: è vicino, costa poco, c’è il mare, il bel tempo e un certo tipo di rilassatezza mediterranea in una città che, nonostante l’indolenza, rimane comunque europea ed organizzata. Oltre a questo, ci sono altri tre motivi meno ovvi ma altrettanto determinanti: raccoglie in un solo weekend tutte le band che non arriveranno mai in Italia (o che ci arriveranno tra due anni, se va bene), e raccoglie proprio quelle band che un certo pubblico italiano vuole vedere. Vale a dire vecchie glorie e gruppi storici, ma anche le ultime novità passate da poco dall’homepage di Pitchfork (che non a caso cura tutto un palco), senza dimenticare nuovi rapper e progetti più sperimentali (è proprio al Primavera che quattro anni fa ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo A$AP Rocky, che ad oggi non è ancora mai passato per l’Italia). Infine, vanta un ufficio stampa specifico per l’Italia, cosa che contribuisce un bel po’ ad accrescere la popolarità del festival nel nostro paese.

 

(Il nuovo palco vicino al mare. Foto di Cecilia Diaz Betz)

Lo smartphone è a tutti gli effetti una parte dei concerti

Se quest’anno non siete stati tra quanti si sono indolenziti le gambe macinando chilometri dentro il Parc del Fòrum, sicuramente siete stati tra quelli che hanno subìto una tempesta insopportabile di foto e video che hanno documentato il silenzio attorno ai Radiohead, le gambe magre di PJ Harvey, la bonarietà delle rughe di Brian Wilson e così via. Vi capisco, ma sappiate che guardare un concerto cercando di ignorare la foresta di braccia alzate con in mano un telefono (o peggio, un tablet!) è stato a dir poco penoso. Tutti sanno che i musicisti ne sono infastiditi, e che sui canali ufficiali del festival è possibile trovare in tempo reale foto e video di alta qualità, eppure non rinunciano a riempire la memoria del proprio telefono con foto sfocate e video neri e roboanti. C’entra il voler comunicare al mondo il proprio orgoglioso “but I was there” (per dirla con le parole degli osannati LCD Soundsystem), e con l’ansia di trattenere un momento che dovrebbe o vorrebbe essere importante (anche se non ho mai conosciuto qualcuno che riguardasse a distanza di tempo i video dei concerti sul proprio telefono o computer). Ma qualsiasi sia il motivo, bisogna arrendersi all’evidenza che gli smartphone sono ormai una parte imprescindibile di ogni concerto. Meglio adattarsi e cercare di guardare il lato positivo della cosa (non so, il fatto che di notte i telefoni accesi somiglino ad un cielo stellato? Vabbè, ci ho provato).


È un festival che non ha il pieno supporto delle istituzioni, ma va avanti lo stesso

Durante la conferenza stampa conclusiva del festival (alla quale hanno partecipato non più di 40 persone, nonostante i 3500 accreditati), i due organizzatori Alberto Guijarro Rey e Pablo Soler hanno snocciolato numeri molto interessanti: l’intero festival costa circa 12 milioni di euro e non è difficile immaginare che l’indotto che genera in termini di turismo sia assolutamente rilevante per la città di Barcellona. Eppure, i fondi che arrivano dal governo spagnolo e dal comune della città non superano i 345.000 euro, vale a dire poco più del 2% del totale. Lo stesso vale per il supporto logistico sui trasporti: far spostare 200.000 persone dal centro alla periferia di Barcellona non è uno scherzo (e chiunque sia stato al festival sa che tornare a casa alla fine dei live non è affatto semplice) ma negli anni, hanno raccontato gli organizzatori, è stato impossibile convincere il comune ad aprire una linea di metro oltre la chiusura (costerebbe 35.000 euro all’ora!) o organizzare bus notturni frequenti.
Nonostante questo, il festival continua a crescere in maniera sana e ad essere perfettamente vivibile, segno che dove non arrivano le istituzioni, arriva la buona volontà.

 
(Lo specchio H&M all'entrata del festival. Foto di Santiago Periel)

Funziona soprattutto grazie ai brand

Una delle cose che colpisce del festival è come tutto, a partire dai palchi, sia completamente brandizzato: H&M, Heineken, Red Bull, Ray Ban, Bacardi, Firestone, Martini, Bower & Wilkins sono i primi che ricordo, ma ce ne sono sicuramente altri, magari meglio mimetizzati. Personalmente non ho mai fatto caso alla presenza degli sponsor nelle manifestazioni musicali, e anzi, organizzandone io stessa so quanto sono vitali e necessari nell’economia di un festival. Insomma, se far girare uno spot H&M sui maxischermi prima che inizi il concerto è proprio ciò che fa sì che quello stesso concerto possa avere luogo, posso solo che ringraziare l’ufficio commerciale del Primavera Sound per il suo ottimo lavoro. Eppure, capisco che la mia è una posizione impopolare: già qualche anno fa qualcuno arricciava il naso di fronte al carosello di loghi nei manifesti del Primavera, prendendola come la prova definitiva che la nuova generazione (“l’internet generation”, “il nuovo che avanza”) fosse in realtà una massa di smidollati che invece di “combattere il sistema” lo rafforzasse senza rendersene conto, rinunciando a distruggerlo in mille pezzi rifuggiandosi dietro l'ironia "che fa il giro". I loghi nei manifesti dei festival come specchio di una “crisi estetica e culturale”, insomma. Penso che questo ragionamento (che pure un suo senso ce l’ha) sia figlio, oltre che degli anni ‘90, di quella mentalità che associa la musica alla purezza (c’è qualcosa di più pericoloso?), e la purezza all’underground. Una mentalità che, tra l'altro, è alla base al concetto di “indie” - un discorso che, ça va sans dire, nel 2016 non ha più alcun senso, e se ce l’ha non va di certo ricercato dentro il Primavera Sound (ok, il discorso è molto più lungo di così, ma per ora accontentiamoci di averlo aperto).

("Terry" di Action Bronson, registrato da RedBull TV)


È un festival vivibile

Molte delle persone che non sono mai state al Primavera Sound continuano ad evitarlo per paura delle sue dimensioni. Tralasciando il fatto che, in proporzione, sia uno dei “grandi festival più piccoli d’Europa” (quest’anno ha contato circa 250 artisti, lo Sziget ne porta sul palco 1000 di media) vanta un’organizzazione in tutto e per tutto eccellente: non ci sono mai file per mangiare, per bere o per i bagni (sempre mediamente puliti), è un festival sicuro (non si sono mai verificati disordini o violenze), la security e lo staff sono gentilissimi, e nonostante i 55.000 spettatori a serata si sta sempre comodi, mai schiacciati dalla folla. È vero, ci sono più di 10 palchi e la superficie del Parc del Forum misura quasi 187.000 metri quadri, ma in qualche modo tutte quelle birrette e patatine fritte andranno pure smaltite.
Guardare una band suonare da lontano, quando il contatto più prossimo con l’artista è un megaschermo, non è il massimo. Ma è ampiamente bilanciato dalla possibilità di vedere tutti insieme alcuni degli artisti migliori dei nostri tempi, e non è affatto poco.

 
(Alex Turner dei Last Shadow Puppets, durante un concerto sexy al limite del nsfw. Foto di Eric Pamies.)

I concerti sono ancora importanti

Il mercato discografico è a pezzi, le band hanno bisogno di essere virali per sopravvivere, lo streaming è il presente fluido degli ascoltatori, YouTube è la rovina (o la salvezza?) della musica, la playlist ha ucciso i dischi, il ritorno del vinile è solo una moda, e via discorrendo. Si può stare delle ore a parlare dei cambiamenti attorno alla musica e al nostro modo di ascoltarla, ma a quanto pare i concerti rimangono un punto di riferimento fermo e immutabile, l’unica occasione di vivere sulla propria pelle un’esperienza senza troppi filtri, di condividere la musica guardandosi negli occhi e stare bene. E quindi lunga vita al Primavera Sound, alle 250 band e alle 200.000 persone che l'hanno popolato anche quest'anno.

 

Tag: primavera sound

Commenti (4)

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  • anothercross 08/06/2016 ore 19:11 @anothercross

    Orgogliosamente mai fatto parte di un simile raduno di modaioli, tanto sul palco quanto sotto ...AVOID ...

  • Irene Mambo 09/06/2016 ore 15:35 @i_zu

    quel 'combattere il sistema' e' il residuo culturale di una generazione che ci ha preceduto, e aveva senso nel discorso politico dell'epoca. Col fatto che da noi ' la cultura e di sinistra', la musica indie se l' e' assorbito insieme a sto mito della purezza. ma quale purezza?! a) il rock, duro e puro come piace a noi, e' ZOZZO 2) solo in Italia ci rifiutiamo di abbracciare una mentalita' imprenditoriale per quanto riguarda la musica; trattarla con tutto il rispetto che merita, non implica che non si possa considerare un lavoro, un'impresa remunerata, e fino a quando sara' cosi continueremo a lamentarci che i musicisti fanno la fame, e il mestiere della musica non e' preso seriamente. Gl spagnoli l'hanno capito da un bel po', approfittando di un clima che abbiamo anche e noi ma non sappiamo utilizzare. E il Primavera cresce. Bel colpo, dico io.

  • Simeone Mokai Mancini 11/06/2016 ore 01:27 @simeonemancini2

    scusa Nur ma 345.000 su 12 milioni sono il 2,8 e non il 10%.

    l’intero festival costa circa 12 milioni di euro e non è difficile immaginare che l’indotto che genera in termini di turismo sia assolutamente rilevante per la città di Barcellona. Eppure, i fondi che arrivano dal governo spagnolo e dal comune della città non superano i 345.000 euro, vale a dire poco più del 10% del totale.

  • Nur Al Habash 11/06/2016 ore 10:32 @nur

    Simeone Mokai Mancini

    Hai ragione! Correggiamo :)

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