Primo Maggio: dall'altra parte...

09/05/2003 di



"...dormivi?"
"...facevo colazione..."
"...visto che cielo attufato?"
"un cielo che...?"
"...attufato! vabbeh... ci vediamo verso... dalle 13.31 in poi ogni minuto è buono..."

Primomaggioduemilatre.

Penso e ripenso, conto e riconto, ma non riesco a ricordare l'ultima volta che ho assistito ad un concerto del Primo Maggio in P.zza San Giovanni. Il duemilatre è un buon anno per tornarci.

Le quattordici e qualche minuto sparso, tangenziale Est. Viabilità scorrevole. Montemario ormai alle spalle.

WinnieThePooh, per gli amici Winnie. Parole che scorrono insieme alla strada.

"...cheppalle sta tosse..."
"non ci pensare... vuoi una caramella al miele? è fatta in casa..."

Piazza Re di Roma, storico cerchio metropolitano in cui convergono strade antiche.

Nomi stravaganti di agenzie turistiche su grandi pullman colorati: da sempre subisco incuriosito il fascino delle loro decorazioni. Automobili da ogni parte della penisola. Atmosfera gialla e celeste. Clacson romani indispettiti e strafottenti reclamano spazio, mentre la schiera monocromatica di Polizia municipale indolenzita setaccia ogni angolo dei propri occhiali da sole, con l'aria di chi deve dimostrare di fare il proprio dovere, prim'ancora di farlo.

"...boh... parcheggiamo qui e... speriamo di ritrovarcela..."

Per raggiungere P.zza San Giovanni in Laterano non c'e' bisogno di orientarsi, è sufficiente usare il flusso di persone come fosse un tapis roulant. Un rosso poco convinto si agita su tutta la piazza a simulare un ketchup comunista. "Ricostruiamo la pace", questo il claim che si staglia sul frontespizio del palco del Primomaggio: non so perchè ma ha un forte sapore di sconfitta.

Una festa di capodanno diurna, in cui lo scambio di sudore sembra influenzare gli umori e i movimenti delle persone. L'abusivismo diventa folklore e il dialetto romano (e napoletano) affonda nelle proprie radici cercando di trasformare il pathos di una parola gergale in uno spot pubblicitario in grado di convincere la folla a fermarsi per acquistare birre e panini, inoltre quest'anno si manifesta in tutto il suo splendore il paradossale indotto economico dovuto all'assenza di pace.

"guarda Ste' vendono pure l'ombrello della pace..."
"...e la carta igienica no?!"

Ideologie sacrosante, radicate tra storia e ricordi indelebili nella proiezioni di un futuro lontano ma possibile, eppure fustigate nell'animo di una generazione in crisi che troppo spesso prende in giro se stessa senza mai stare allo scherzo.

"...Stefano tu ce l'avevi la maglietta del Che?"
"...da qualche parte... ma preferivo quella di Kill Your Idol..."

I martiri di Chicago da qualche parte si chiedono a cosa siano serviti.

Camminare è sfiancante come una corsa sulla sabbia. Occorre farsi largo a spallate.

Stracci costosi su punkabbestia d'alto bordo disegnano strane macchie di colore.

"...sto diventando intollerante..."
"...io lo sono da un pezzo...cominciano a darmi fastidio anche quelli che non si vestono come dico io..."

E' tempo di ritirare gli accrediti per il backstage, resta da stabilire in quale parte del palco sia l'ingresso stampa. E' obbligatorio scegliere un lato: destra o sinistra. In entrambi i casi è necessario lasciarsi prendere a spintoni, ma una scelta sbagliata ci costringerebbe ad una doppia dose. Il lato sinistro è più vicino: chiaramente sbagliato. Di nuovo in apnea tra corpi sconosciuti e, dopo molti passi irregolari, finalmente l'aria torna a lambire una fronte straziata dal sudore. Trovata l'entrata, non resta che convincere la sicurezza che siam degni di oltrepassarla. Curioso: la cassa accrediti si trova al di la della transenna in cui è situato il controllo dei pass, per cui non è possibile ritirare un pass senza avere un pass. Tento una mediazione a colpi di telefonate "importanti" e, ormai deciso ad abbozzare un patetico e improbabile "lei non sa chi sono io...", vengo fortunamente salvato da una comunicazione radio: "chshshshshs... rockit... chahhsshshsh... rockit...chshchshs... falli passare... chshshsh..."
Una lunga passerella transennata ci conduce come macchinine Polystil fin dentro il fortino di quelliproprioimportanti.

Due pass da mettere in tasca ci aprono le porte di un piccolo tunnel tra container che rinchiudono un prato riservato.

Sedie, tavolini, schermi al plasma e uomini in divisa bianca ad animare stand gastronomici sommersi da cibarie, il cui solo essere gratis costringe ogni persona a mangiare incessantemente, senza preoccuparsi se la fame sia davvero un bisogno da soddisfare.

"...a me sembra il ricevimento per una comunione..."
Effettivamente la scena ha un sottile velo di finzione. Chissà cosa penserebbero le centinaia di migliaia di persone compresse davanti al palco se sapessero che quell'enorme struttura nasconde simili gozzoviglie, ma che importa, ormai noi siamo li... e loro... che mangino le brioches!

Sotto un sole ricoperto di panna, il prato sembra essere la scelta migliore per trascorrere l'attesa del concerto in un'aria da scampagnata.

"ti faccio una foto..."
"no, le odio..."
"...esiste un motivo per cui voi femmine disdegnate sempre le foto, sbraitando come oche se uno prova a farvele?"
"...non ti parlo per cinque minuti..."

Raramente l'attesa di un concerto mi era sembrata così accogliente da trascorre.

Parole, sorrisi, sguardi, un'intervistatrice amnesiaca e quello-che-è-meglio-non-riconoscere. Intanto, un uomo sorridente appena uscito da un college-movie si avvicina e... "Ciao! Volete un ghiacciolo?"
"...si... grazie..."

Claudio Amendola, belloccio e pacioccone, si avvolge nella sua romanità e avanza fiero sul palco a dare il benvenuto agli oltre settecentomila. Per vari motivi ho sempre avuto una certa avversione per questo individuo, ma ho la sensazione che questa situazione, tra chiasso romano e molle banalità da spettacolo, possa rivelarsi una marcia trionfale per un tipo come lui, tutto sommato mediamente intelligente ed equipaggiato di faccia tosta.

Il suono di uno sciame in avvicinamento racchiude quel crescendo di grida ammucchiate tipiche di un palco che finalmente va popolandosi di musicisti. Dalle note riusciamo a capire che sono in onda i Nomadi: inconfondibili le lagnose folate di "Io Vagabondo", eseguita con l'immancabile coro collettivo di una folla fintamente in delirio per una canzone che forse non emoziona più nessuno. Aggiungete una fiacca "Dio è morto" e otterrete le sembianze di un bradipo addormentato che scalcia le ultime mosche prima di scivolare inesorabilmente dal proprio ramo.

"...io i Nomadi proprio non li sopporto..."
"...nemmeno io..."
Puro e sano pregiudizio. Ogni tanto non se ne può fare a meno. Meglio rimanere seduti sul prato e sbirciare dai monitor... se solo quello si levasse davanti.

Un attimo di distrazione e... "pelle... è la tua proprio quella che mi manca...". Andiamo.

Non riusciamo a trovare la strada per raggiungere un punto di osservazione, mi assale il pensiero che il palco si possa vedere solo da dietro, in realtà una stradina scoscesa ci lascia accedere all'ennesimo spiazzo privilegiato: di nuovo lo stand da ricevimento, il maxischermo, le sedie, ma anche un palchetto riservato da cui è possibile osservare la distesa umana che stravolge la parallasse di p.zza San Giovanni.

"Nuotando nell'aria" è quasi terminata, pochi altri minuti di Marlene Kuntz, che a nulla servono per chi ha bisogno di aggrapparsi saldamente a quelle note; l'esibizione del Primo Maggio diventa poco più che un laconico deja vu, nessuna possibilità di caricarsi sulle spalle i suoni che Godano prova a lanciare senza troppa convinzione. Seppur infastidito, mi lascio comunque coccolare dall'idea che qualcuno forse comprerà il disco di "quelli che hanno suonato dopo i Nomadi". Il palco circolare gira su se stesso, scoprendo i live set degli artisti come fossero pupazzi di un orologio tirolese.

E' la volta dei Gabin, il duo romano formato da DJ e contrabbassista, che tempo fa ha sfasciato le gerarchie pop rileggendo Duke Ellington all'interno del tormentone "Doo uap, doo uap, doo uap". Il pubblico apprezza e l'onda di corpi in movimento ondeggia con allegria. Onestamente molto gradevole.

Altro giro di palco, giusto per presentare la sfavillante presenza dei Flaminio Maphia: tornare al prato è una buona strategia.

"...ti ricordi quella volta che giocavo con una plastilina-con-gli-occhi? guarda..."
"ma... è bellissima... odora di... micronite... sei troppo piccola per ricordartela... io me la mettevo sempre in bocca e poi la masticavo, posso?"
"...no!"

Intanto il duo romano, vestito da par suo, fraseggia a colpi di sensazionali(...) grattugiate hip hop ("...bada so' er ragazzo della strada e me so' dato 'na carmata... "), inni sacri alle ragazze acidelle e trovate stilistiche degne dei mercati generali: "ao'... mortacci... ma quanti siete!"
Mi rendono talmente orgoglioso della mia romanità da farmi rimpiangere che quella volta Annibale non ce l'abbia fatta.

Un'immagine improvvisa: Giovanardi che corre in affanno verso non si sa cosa. Ho visto scene migliori, meglio consolarsi con la plastilina.

"...questo?"
"uno squalo martello..."
"...questo?"
"una lumaca..."
"...questo?"
"un serpente a sonagli..."
"...questo?"
"una piovra..."
"...questo?"
"E.T."

Emiliano Colasanti, sempre generoso di parole, si avvicina a ritirare Rockit Mag, offrendosi come distributore ufficiale. Mi informa inoltre che stanno per iniziare i Tantra, formazione che avevo gia avuto modo di osservare allo psycho stage di Arezzo Wave 2002 e che da allora sembra aver preso un ottimo slancio verso posizioni di maggiore prestigio. Il prato continua comunque a vincere sulle esibizioni di formazioni onestamente poco attraenti per chi trema al solo pensiero che da qualche parte, a pochi metri, respira Nick Cave.

"...Stefano ma come mai i Tantra suonano così tanto...?"
"boh... per essere bravi sono anche bravi credo... però... non so... mah..."
In realtà solo in seguito scopriremo che sul palco si erano alternate ben tre formazioni: Klezroym, Charamira e, appunto, Tantra.

Quelli bravi, i giornalisti, lo sapevano. Avevano la scaletta, loro.

"...stamattina mi sono svegliata con Britti in testa: 'ho bisogno di te, come l'acqua il caffe'... ma che vuol dire? non dovrebbe essere: 'ho bisogno di te come il caffè l'acqua?'... "
"...si, però non c'entra nella metrica... eh! vabbeh... tanto dopo la suona..."

Nel frattempo la scena agli stand gastronomici è ormai la ricostruzione storica dell'assalto ai forni, romanzata da Cronenberg. Il pubblico all'esterno questo non lo sa, chiede solo un goccio d'acqua e continua a invocare idoli da palco, intonando di tanto in tanto qualche simpatico slogan pubblicitario contro il capo del governo, ma si sa che lui è uno che vuole esserci sempre.

Il palco gira e continua a trascinarsi sulle dubbie note di artisti che profumano di marchetta. Sfiancante e prevedibile.

"...quelli li non mi sono piaciuti... ma come ci sono arrivati sul palco del Primo Maggio?" (riferito al rock da scuola media dei Destir)
"...beh pure questi qui... mah... vabbeh..." (Zibba e gli almalibre, mai sentiti prima, mai li ascolterò dopo)
"...e questo tizio là che suona la chitarra? ma è un soundcheck?..." (Rudy Rotta, scopro ora che trattasi di uno dei rei del blues italiano... ah... ecco...)

E' tempo di alzarsi nuovamente dal prato e dirigersi di nuovo nell'area riservata.

"...guarda cosa ho: scegline uno..."
"...i leccalecca! ...ummm... prendo quello con Pippo!"
(apro una parentesi: vi siete mai chiesti perchè la forma canonica del leccalecca sia un cerchio? no?... bene... provate a mettere in bocca un leccalecca quadrato e lo scoprirete istintivamente...)
Di nuovo la stradina scoscesa che si affaccia su un prato ricoperto da corpi demoliti da fumi illegali. L'assonanza con Maggio mi obbliga ad immortalare uno Scarafaggio.

Bambini blu e verdi saltano sotto gli occhi divertiti di Francesca Neri. Risaliamo la scala metallica dell'osservatorio privilegiato. Il palco gira ancora e rivela la presenza dei La Crus. Giovanardi stavolta mi piace, è in ottima forma, canta con voglia e trattiene il pubblico con un piglio che negli ultimi tempi sembrava averlo abbandonato.

"...ma la canzone si chiama L'Urlo o Il Grido...?"
"...boh... L'Urlo mi sa troppo di quadro però..."

Una nuova rotazione svela gli Afterhours e le loro camicette.

"...Stefano... secondo te cosa fanno?..."
"...ummm.. Quello che non c'e' e Dentro Marylin..."

Quasi.

Manuel lustra i pettorali cantando senza dannarsi, gli altri Afterhours non vogliono contraddirlo e lo assecondano suonando con vigore-ma-non-troppo. Se poi dico che mi manca Xabier divento patetico, quindi non resta che raccontare un buon allenamento davanti ad un pubblico che sembra comunque piuttosto partecipe, nonostante l'ennesima esibizione degna di un coitus interruptus.

Paola Cortellesi intona una strofa di Alice e gira idealmente la ruota del palcoscenico. Probabilmente la somma dei dischi venduti dagli artisti saliti fino a quel momento sul palco non raggiunge quella di un disco qualsiasi di Francesco De Gregori. Avvistato per la prima volta sul palco del Primomaggio, il cantautore sembra intenzionato ad onorare la presenza, riarrangiando "Niente da capire", "Sangue su sangue" e "Viva l'Italia". Ha voglia di suonare e si vede, la gente lo capisce e si unisce. Tornerà.

Intanto c'e' Federico Zampaglione. Quasi osannato. Senza guinzaglio, il romano sbalza i suoi riccioli alla ricerca di pensieri importanti, per poi lasciare metà del suo palco a Meg, che perde una buona occasione per dimostrare che talvolta c'e' un tempo perfetto per fare silenzio... Tutto sommato una buona prestazione, condita da fin troppa partecipazione popolare. Sto lasciando parlare l'antipatia, sorvoliamo e andiamo oltre, come direbbe Baglioni.

L'entrata in scena di Piero Pelù, con tanto di canotta, braccia allargate e camminata ciondolante, convince anche i giornalisti più incalliti che è giunto il momento di sfogare altrove le scariche di adrenalina. Vale la pena seguirli e tornare al prato nell'area hospitality, Piero può farcela anche senza di noi.

"...ma questa è quella famosa..."
"...toro loco?..."
"...ma no... l'altra..."
"...boh...so' tutte uguali..."

Emanuele è assediato dai giornalisti. Godano si siede stretto nel suo abito, probabilmente elegante per chi ne capisce. Giusto il tempo di raccogliere un "...non ti parlo per dieci minuti..." ed ecco che, come in un formicaio impazzito, le persone prendono d'assalto il fortino con il maialino arrosto appena sfornato. Emiliano Colasanti è più in forma che mai e tiene alto il nome di Rockit con raid improvvisi e devastanti all'interno degli stand gastronomici. Pelù si ostina a cantare, ma nessuno sembra prenderlo sul serio. E' ora che qualcuno gli parli seriamente.

"Irene Grandi...mica cantava lei quella canzone a casa di Luca?

"...ma no!"
"... chi era? Noemi qualcosa..."
"...ma vah!"
"ah... Salemi! Silvia Salemi... com'e' che faceva? c'era un balcone, il mare... boh..."
"...turiri turiri turindiri... e poi faceva: ...cantando le canzoni, che splendide situazioni... sensazioni... emozioni... vibrazioni... "
"...colazioni? ...ti pare che Luca non aveva pure i cornetti?"

Intanto si ode in lontananza il Dj Set di Claudio Coccoluto.

Le Iene (trio Medusa?) si aggirano dietro al palco con una inquietante e ingombrante caricatura di Bush alla chitarra, ma non sono riuscito a capire cosa volessero fare, staremo a vedere.

Amendola intanto riprende in mano il suo vocabolario ristretto e introduce Edoardo Bennato. Nessuna voglia di alzarsi, neanche per guardarlo da un monitor, meglio aspettare che passi il tormento di un cantautore ormai fuori tempo massimo, che cerca di salvarsi a suon di bordate sonore, proprio lui, simbolo stereotipo del chitarrista scordato in una metropolitana.

"...ma chi sono questi i Metallica?..."
E' un buon commento. Al Capitano Uncino i migliori auguri di una lunga e duratura vacanza.

Arriva il momento di trasformare il palco in un dance floor, con il corpulento trip hop dei Planet Funk accompagnati inizialmente dal sempre viscerale Raiss, culminando nel delirio totale di "Who Said", capace di trascinare al ballo anche i cani dei punkabbestia. Senza stupore ma con evidente piacere.

Troppo breve Carmen Consoli per lasciarsi oltrepassare dalla sua nuova capigliatura. Ci sarà modo di gustarla in altre situazioni.

E' buio. Le emozioni cominciano a proiettarsi su immagini fin troppo vicine e inavvicinabili.

"...ma chi le scrive queste email...?"
"...soprattutto...perchè le leggono?"
Rapido e invadente, Amendola approfitta di ogni cambio palco per dimostrare come sia possibile spendere fior di quattrini in autori discutibili: la lettura delle email ha lo stesso sapore di un piatto di sabbia caldo.

Arriva l'esibizione di Alex Britti. I suoi settemila caffè e le strofe da rivedere. La chitarra impugnata come un'estensione naturale degli arti superiori. La cover di Jimi Hendrix suonata proprio come si deve. Per questo, senza vergogna, ammetto tutto d'un fiato che BrittièunadellecosemigliorivistesulpalcodelPrimomaggio.

I Subsonica fanno esattamente quello che ci si aspetta, quasi proiettassero se stessi in playback. Impeccabili e prevedibili, ma gustosi e sempre azzeccati per situazioni simili.

E' quindi la volta di un personaggio romano che vive in un villino nei pressi del mare, nei miei gusti la sua musica alterna momenti di pura esaltazione a qualche piccolo sbadiglio, ma non posso non ammettere di provare un debole per Daniele Silvestri, per quella sua aria timida e svogliata che nasconde stralci di strafottenza. Si presenta solo, senza musicisti. Un passaggio rapido ma intenso, a raccontare il "suo nemico" con la musica ma anche con alcune parole che faranno poi indignare persone e personaggi noti. A prescindere dai contenuti, più o meno giusti e banali delle sue affermazioni, avverto sempre un certo entusiasmo per chiunque abbia il coraggio di prendersi una responsabilità scomoda di fronte a migliaia (milioni) di persone, magari sfruttando anche una posizione privilegiata, per dire cose che "in TV non si dicono", lasciando che la gente usi la propria testa per variegare un pensiero ormai uniforme anche nel diversificarsi.

"...non vi fidate mai di chi sorride troppo..." Silvestri saluta e se ne va.

Affascinante la presenza di Mauro Pagani, soprattutto per il nome e per quello che si porta dietro. La sua esibizione solista è solo un preludio all'ironia ormai vellutata di un Enzo Jannacci arzillo e palestrato, che nasconde a fatica le rughe di un'ispirazione forzata ma pur sempre capace di irretire l'attenzione con la sua aria schizofrenica. Un set lungo ma sostenibile, colorato da un duetto con Paola Cortellesi in "Una fetta di limone" e intervallato da Claudio&Paola che si prestano alla recitazione del monologo di "Signor G". Inaspettatamente convincente, ma senza esagerare.

Valeva comunque la pena imprimere maggiore significato alla scheggia di tributo a Gaber, con quel "...libertà è partecipazione..." lanciato in pasto ad una folla che forse ignorerà per sempre cosa vuol dire vivere di piccoli spostamenti del cuore.

Avanti un altro. Presentato con la descrizione fragorosa e pacchiana di un Claudio Amendola amico di tutti, entra in scena Sergio Cammariere, musicista che sa scrivere canzoni quasi perfette e usare i polpastrelli come fossero piccoli pennelli. Il suo pianoforte non trasuda originalità ma si immerge di sensazioni e umori, a metà tra ricordi immaginari e ironica sensualità. Certo, nessuno grida al miracolo, ma lui, noncurante, si esibisce sottovoce generando qualche brivido imprevisto in una folla non troppo attenta. In fondo non si può non avere rispetto per chi intitola un album "Dalla pace del mare lontano".

"...a me piace Paolo Conte..."

Il palco gira... la pelle si increspa e io... ora non ho le parole.

Nick Cave. Pochi istanti.

"...dici che lo chiami e lo fai tornare..."
Non tornerà.

Arriva di nuovo De Gregori, accompagnato da Giovanna Marini. Non riesco a seguirli e cerco solo di starmene seduto a cercare un briciolo di contatto con una spalla.

Vinicio Capossela riporta entusiasmo, lui è pazzo e per questo a volte diventa un genio, o viceversa. Il suo "Marajà" si trastulla allegro e schizzato, ma preferiamo guardarcelo in un maxischermo quasi abbandonato, seduti mestamente a cercare le ultime foto in digitale.

Irene Grandi riesce a nascondere l'inutilità della propria musica solo grazie all'agghiacciante stile del proprio abbigliamento.

Torniamo di là. Lo scenario è cambiato. Stand gastronomici abbandonati. Prato ricoperto di rifiuti. Poche persone sparse a caso tra sedie stanche e annoiate. Una fiera paesana malriuscita che volge al termine.

"...mi spieghi una cosa..."
"...si..."

Enrico Ruggeri e Andrea Mirò tutto sommato non risultano tra i peggiori, anche se ormai sono in pochi a potersene accorgere.

"...non ti parlo per venti minuti..."
ma non ricordo perchè.

"signori potete recarvi presso le uscite, grazie." Il concerto è davvero finito. Amendola ha gia salutato.

P.zza San Giovanni ferita e segnata non sembra arrendersi allo strato di bottiglie distese come fiori recisi.

"...ma sai tornare alla macchina?"
"...ummm..."
"...sai...secondo me..."
"...ssshhh... sto pensando, ti pare che mi faccio guidare da una femmina per ritrovare la mia macchina?"
"...non ti parlo ...più..."

Via Appia lastricata di corpi a comporre un mosaico di colori cangianti ricoperti di polvere e sudore.

Ubriachi, sorridenti, storditi, soddisfatti. Malinconici.

Piazza Re di Roma animata come un carosello stanco e rovesciato, dove dialetti incompatibili si intrecciano in dialoghi surreali.

"...ecco la macchina... andiamo..."
"..."

Roma da 138 metri.

Placida e rallentata. Nessuna traccia apparente di quello che è appena accaduto. Qualche lucciola a passeggio tra querce e pini da leppo importati a suo tempo dagli antichi romani, quelli che lavoravano. Il cuppolone illuminato a vantaggio di una fede per un Dio che non si vede. Un topo invisibile e nessuno sulla panchina. Troppe parole non dette.

Buonanotte o... buon quel che più si addice al momento della giornata in cui leggerete.



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Max Casacci ha invitato la RAI a inaugurare un canale dedicato alla musica indipendente