Il problema di Sanremo è che non ci sono abbastanza "raccomandati"

Gassmann, Morandi, D’Alessio, Lamborghini. La quota sanremese dei figli d'arte - e del loro struggle - di quest'edizione apre le porte a uno scenario da sogno: che l'Ariston non sia più il gigante che monopolizza la discografia italiana, ma il grande teatro genealogico del nostro Paese

28/02/2026 - 10:48 Scritto da Vittorio Comand

Pensavamo che le migliori storie di rivalsa avessero per protagonisti chi parte dal basso. Come non fare il tifo per Billy Elliot, il bambino protagonista dell'omonimo film che sogna di diventare ballerino contro i pregiudizi del padre, o per Jamie Vardy, il calciatore inglese a un passo dal fare una vita come operaio metalmeccanico, salvo poi ritrovarsi protagonista di una delle più grandi imprese sportive di sempre con il Leicester City nel 2015? Ecco, ci sbagliavamo di grosso.

Per carità, è comprensibile farsi ammaliare dal tranello che casi simili ci regalano. Avere il mondo contro, un destino già scritto, una vita condannata nel migliore dei casi all'ordinarietà. E invece no, ecco che la testardaggine, la fortuna, quello che volete, arrivano in soccorso e regalano un riscatto da favola. È un senso di possibilità impagabile: chiunque, se si gioca bene le sue carte, può arrivare all'apice del successo. Certo che viene più facile simpatizzare con l'Eminem di8 Mile che con il "raccomandato" di turno. Ma all'interno del teatro Ariston non funziona così: i veri eroi sono i famigerati "figli d'arte".

Nell'edizione del Festival di Sanremo prossima a concludersi abbiamo avuto un exploit di concorrenti in un modo o nell'altro ben ammanicati col sistema. C'è Leo Gassmann, rampollo di una dinastia che attraversa il cinema italiano dal secondo dopoguerra. Ci sono Tredici Pietro e LDA (e suo cugino a dirigere l'orchestra), figli rispettivamente di Gianni Morandi e Gigi D'Alessio. E poi c'è Elettra Lamborghini, il corrispettivo della nostra Paris Hilton: una ricca ereditiera di una famiglia che non c'entra nulla con la musica, ma che ci finisce dentro in virtù di una qualche oscura forza paranormale (con tutto il bene per Elettra, che è una grande, ma talento musicale è difficile trovarne). Ci sarebbe anche Sal Da Vinci, indirizzato fin da subito alla musica dal padre Mario, ma è sicuramente un cognome meno ingombrante degli altri menzionati (no, non è parente di Leonardo).

A tutti loro è stato chiesto conto dei propri legami di parentela. E ciascuno ha risposto in maniera diversa: LDA ha spiegato in un monologo alle Iene che "nessun applauso si eredita", Tredici Pietro ha parlato della difficoltà di portare un cognome con cui ha dovuto far pace e di aver cercato di fare per conto suo - salvo poi portare un brano del padre a Sanremo e interpretarlo con lo stesso Gianni... -, Leo Gassmann si è definito parte di una minoranza, usando praticamente come logica il fatto che i figli d'arte sono un sottoinsieme della popolazione mondiale; quindi anche i miliardari sono, allo stesso modo, una minoranza. E poi c'è il capolavoro di Elettra, che sintetizza quello che dicevamo prima: "la gente preferisce premiare chi ha fatto la gavetta rispetto a chi ha un cognome conosciuto".

Lo struggle dei nepo baby (giusto per far venire un ictus a qualche purista dell'italiano) per come ci viene raccontato da chi lo vive sembra qualcosa di paragonabile a quello di chi nasce in una favela. Senza fare dello sciatto benaltrismo, basta accettare di avere un canale privilegiato nella vita. Io stesso lo sono, visto che posso preoccuparmi di sciocchezzuole come queste e non dei missili che stanno cadendo nel Golfo Persico. Perché abbiamo così paura di ammettere il privilegio e passare per qualcosa che non siamo? Per lo stesso motivo di prima: vogliamo che il pubblico ci riconosca per quello che valiamo, vogliamo pensare di noi stessi che se occupiamo un posto importante sia perché ce lo siamo meritato tutto, non perché l'abbiamo tolto a qualcuno.

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Anzi, precisiamo pure: il quartetto sopra citato non ha assolutamente nulla che non va, in particolare Tredici Pietro ha uno dei brani più forti in gara. Si tratta solamente di non nascondersi dall'aver avuto una corsia preferenziale a inizio carriera. E non perché papino ha fatto una telefonata di qua e mandato un messaggino di là: il semplice fatto di uscire da un determinato contesto sociale influenza inevitabilmente in qualche modo la tua vita. E poi anche i figli dei ricchi sono persone, hanno dei sogni e degli obiettivi, è sacrosanto che li inseguano. Lo dico senza manco un filo di ironia.

E comunque, ripetiamolo, non è un crimine avere un parente stretto di grandissimo successo. Dicevamo prima di Tredici Pietro che duetta col padre: ma se hai un asso così da giocarti, prenderti un pubblico intergenerazionale con uno dei volti più amati dagli italiani, vuoi non farlo? È chiaro che poi lo stesso Alessandro Gassmann si lamenti di ciò dopo che gli è stato impedito di presentare la sua fiction Rai in quanto padre di un concorrente in gara: i genitori potevano essere ospiti delle esibizioni, ma non per fare altro a quanto pare. Così come ha fatto anche Sayf con sua madre, parte della coreografia durante la sua cover di Hit the Road, Jack, per una mossa scorrettissima in quanto persona normale e non vip. Ci sarebbe pure Raf, la cui figlia con Gabriella Labate, Bianca, era al centro del corpo di ballo dell'esibizione. Avrebbe pure potuto passarla liscia, se non ci avesse pensato Conti a rivelarne l'identità a fine della sua cover.

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La verità è che qua la cosa è troppo morbida, troppo leggera. Non si può parlare davvero di nepotismo, sport che in questo Paese va alla grandissima, ma avere un festival che invece lo abbracci senza pudore sarebbe un sogno. Da quando Sanremo ha iniziato a cannibalizzare la discografia italiana si è perso quello suo spirito più vero di goffaggine nazional-popolare, adesso vivo solo in qualche fiacco siparietto o nella meravigliosa intervista alla teenager Gianna Pratesi, 106 anni da compiere a marzo. Sanremo deve tornare a essere questo per liberarci finalmente dalle pervasive marchette ovunque, dai transatlantici attraccati al molo che gridano "David Foster Wallace" da ogni oblò, dalle pietose sceneggiate che ora hanno ammorbato pure chi dirige l'orchestra solo per conquistare qualche punto in più al Fantasanremo.

D'altronde, non a caso il più glorioso disastro mai registrato nella storia di Sanremo fu proprio il festival del 1989, dove alla conduzione furono piazzati ben quattro figli d'arte: Rosita Celentano, Paola Dominguín, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi, che si trovarono un po' all'ultimo in mano la conduzione principale, invece del ruolo di semplice "spalle" previsto inizialmente. Fu un fallimento talmente sfavillante che da allora non venne mai replicato, ma ora forse i tempi sono maturi perché ce ne regalino un sequel: se a Hollywood vanno avanti di reboot a tutto spiano, perché la riviera ligure dovrebbe privarsene?

Il piano è già scritto. Se vogliamo tenere il format dei trenta big, almeno dieci devono essere figli di persone importanti, dei quali minimo sei musicisti, gli altri possono venire anche da altri campi (possibilmente un figlio di qualche politico, ma non vorrei chiedere troppo). Per la conduzione il nome facile è Daniele Battaglia, figlio di Dodi, che in questa edizione ha in mano le chiavi del Suzuki Stage. Ma il vero campione è già lì, sotto gli occhi di tutti, che la dirigenza Rai se lo segni fin da subito: Leonardo Maria Del Vecchio.

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