La Sicilia è una terra con una storia musicale importante, ma per chi sceglie di fare rock indipendente continua a essere un punto di partenza più che un punto d'arrivo. Crescere ad Acireale significa confrontarsi ogni giorno con le distanze, costruirsi un pubblico dal vivo e portare avanti un progetto fatto esclusivamente di musica originale. Oggi gli High Disaster raccontano il legame con Catania, l'eredità della "Seattle d'Italia", le sfide di chi parte dall'isola e la scelta di restare fedele a un'idea di rock autentica, essenziale e senza compromessi.

Dove siete cresciuti? Descrivete il vostro territorio in tre righe.
Siamo cresciuti ad Acireale, in provincia di Catania. Questo significa essere sempre stati a una trentina di minuti da una scena musicale vivace, fatta di locali storici e nuove realtà dove conquistarsi il pubblico concerto dopo concerto. Per noi è sempre stata una palestra: salire sul palco davanti a persone che non conoscevano una sola delle nostre canzoni e convincerle, suonando esclusivamente brani originali.
Tre cose per cui è famosa la vostra città?
L'Etna, l'arancino e Franco Battiato. E sì, la "O" di arancino è rigorosamente obbligatoria.
Dal punto di vista musicale e artistico, che contesto avete trovato? Com'è cambiato nel tempo?
Catania si porta dietro un'eredità importante: negli anni Novanta era considerata la "Seattle d'Italia". Noi siamo arrivati dopo, in un contesto diverso, forse più frammentato ma ancora vivo. I locali storici hanno lottato per restare aperti, molte etichette indipendenti hanno chiuso, ma la scena continua a esistere. Oggi convivono la nostalgia per quel periodo d'oro e una nuova generazione di band che, come noi, vuole portare fuori dall'isola un'identità musicale capace di farsi notare.
C'è qualcuno del territorio che vi ha ispirato?
Più che una figura precisa, ci ispira la consapevolezza che tantissimi grandi artisti, musicisti e personaggi dello spettacolo abbiano, in un modo o nell'altro, radici siciliane. E poi, diciamolo: Mick Jagger ormai vive a Noto. Non può essere un caso.
Ricordate il primo live? E qual è il vostro locale del cuore?
Il primo concerto con la formazione ufficiale lo abbiamo organizzato al Rocker's Pub. Era un locale che, già prima del Covid, aveva smesso di ospitare concerti perché non più sostenibili per il gestore. Era uno spazio perfetto per la nostra idea di live e, dopo tante insistenze, siamo riusciti a convincerlo a riaprire le porte per una sera.
L'atmosfera fu incredibile: locale pieno, entusiasmo alle stelle, pubblico che chiedeva ancora musica. Sembrava l'inizio di una nuova stagione. Invece è rimasta un'apparizione unica, quasi un sogno durato una notte.
In cosa è più difficile e in cosa è più facile essere una band emergente in provincia?
La difficoltà più grande è la distanza. Ogni data al Nord è un investimento enorme, spesso senza alcuna garanzia di rientrare nelle spese. E poi c'è il fatto che qui è difficile imbattersi, anche per caso, in qualcuno che lavori nell'industria musicale.
Di contro, la provincia ti permette di costruire rapporti più diretti con i locali, organizzare eventi con maggiore facilità e trovare spazi dove fare musica. I classici "festini rock", insomma.
C'è qualcosa della discografia di oggi che non condividete?
Ci piacerebbe un sistema più aperto, in cui un artista indipendente abbia davvero la possibilità di essere scoperto. Oggi entrare nelle playlist che contano sembra possibile solo per chi fa già parte di un circuito molto ristretto. Sarebbe bello che piattaforme come Spotify favorissero maggiormente la scoperta di nuovi progetti.
Come nasce il vostro progetto artistico?
Il progetto prende davvero forma nel 2022. È stato il muro di suono costruito in sala prove a farci capire che avevamo trovato una direzione comune. Da lì tutto ha iniziato ad avere senso.
Quanto ha influito il luogo in cui siete cresciuti sul vostro sound?
Sentirsi geograficamente lontani dalla scena musicale italiana ti porta inevitabilmente a costruire una dimensione tutta tua. Poi ci sono le palme, il mare, il caldo, la sabbia, il verde. A tratti sembra Los Angeles, ma concentrata in pochi chilometri. E sopra tutto domina l'Etna, che ogni tanto decide di esplodere. Ecco, speriamo che ogni band prenda esempio da quel vulcano.
Quali sono state le sfide più grandi del vostro percorso?
La sfida più difficile è continuare a crederci quando, all'inizio, sembra che nessun altro lo faccia. Nel concreto significa trovare da soli le risorse per registrare un primo disco come lo immagini, senza compromessi.
C'è un messaggio che volete trasmettere con la vostra musica?
Le nostre canzoni hanno un impatto sonoro duro e compatto, ma poi arrivano assoli quasi spensierati. È un po' la nostra filosofia: la musica è una delle poche cose che riesce ancora a unire davvero le persone. Non importa da dove vieni o quale sia la tua storia: sotto un palco conta solo divertirsi, cantare insieme e condividere quell'energia. In una parola: rock'n'roll.
Come definireste la vostra evoluzione artistica?
La band è cambiata molto, soprattutto nella formazione. Siamo passati da quattro a cinque componenti, fino a capire che il linguaggio che cercavamo funzionava meglio in tre, con la formula del power trio.
Più che aggiungere strumenti, abbiamo imparato a lavorare sulle dinamiche: un trio deve saper suonare piano per poter poi esplodere. Questo approccio ha reso la nostra musica più fisica, più essenziale e, soprattutto, più autentica.
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L'articolo La provincia ai piedi dell'Etna che continua a fare "casino" di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-18 13:32:00
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