Quintorigo - Qube - Roma Live report, 05/01/2004

07/01/2004 di



Epifania alle porte, ultimi giorni utili per sentirsi buoni. Il freddo si trastulla con le ossa come fossero piccoli lego. Un lungo fiume umano cerca di rannicchiarsi più possibile, nell'attesa di veder spalancato l'ingresso di quel blocco di cemento armato, distribuito su tre piani, ormai divenuto il quartier generale delle maestose serate di Radio Rock.

Il Qube mi stimola da sempre un'inspiegabile sensazione di appiccicoso disgusto, risvegliando tutti gli istinti depressivi racchiusi nel pensiero che una città di oltre tre milioni di abitanti sia costretta nella quasi totale assenza di spazi musicali degni di questo nome, con poche, rare eccezioni spesso dalla breve esistenza. Nonostante lo sconforto, sono di nuovo qui, in fila, al freddo, in lotta per difendere una posizione. I Quintorigo se lo meritano.

Otto euro e finalmente dentro. Di nuovo una coda per accedere alla rampa di scale e poi via fino al terzo piano, compensando al secondo nel profumo di cornetti caldi. La corsa per guadagnare un posto comodo mi regala il sostegno di una colonna di cemento molto vicino al palco.

Un rapido sguardo e l'ulteriore impressione di trovarsi in una struttura priva della capacità di contenere un qualsiasi suono senza impastarlo in fanghiglia rumorosa.

Nessun problema per chi vuole triturarsi le orecchie al flusso irresistibile dei martelli da discoteca, anzi, le colonne di cemento aiutano il rimbalzo del tunztunz e gli spazi cubici forniscono piani di appoggio impeccabili per lasciar defluire le scariche di adrenalina, lanciando sguardi ammiccanti nell'accendispegni delle luci stroboscopiche. Il dubbio nasce quando si pretende di rendere questo luogo adatto ad ospitare concerti, ma preferisco dedicarmi a sorseggiare mezzo bicchiere di coca pagato quattro euro, lasciando che gli sguardi vadano altrove.

Una breve attesa ed ecco finalmente abbassarsi le luci, stendendo un ideale tappeto all'ingresso dei Quintorigo, disposti alla solita maniera con John De Leo inzialmente in panchina. Le prime note mi percuotono il viso lasciandomi la stessa espressione di Duffy Duck che si colpisce sul becco nell'episodio in cui imita Robin Hood.

Il violino non è un violino. Il contrabbasso non è un contrabbasso. Il sax non è un sax. Il violoncello non è un violoncello. Il suono non è suono. ("La borsetta non è una borsetta, il portamonete non è un portamonete, i fiori non sono fiori, il ventaglio non è un ventaglio, ma tutto è materia plastica di amore, di magia, di stimolo, tutto è messaggio, contrabbando, arma, grido di battaglia." H.Hesse non c'entra nulla, ma è tornato in testa da strani percorsi, lo lascio, scusate). Stavolta non si tratta di fare i critici onanisti o gli snob da battaglia, è pura evidenza dimostrata dagli occhi socchiusi della gente a cercare di difendere i timpani dalla violenza perpetrata.

L'entrata in scena di De Leo non fa che aggiungere una nuova traccia di rumore, nascondendo una delle poche voci al mondo in grado di cantarti direttamente dentro al petto. La situazione mi imbarazza.

Intanto dal pubblico spazientito si leva un raffinato ma significativo "mortacci vostra, si sente di merda".

Il concerto scorre seguendo una scaletta ormai consolidata (vi invito a leggere la recensione del concerto al teatro Ambra Jovinelli per capirne di più) tra vecchi e nuovi brani, rinforzati con le cover di Clap Hands di T.Waits, Heroes di Bowie e (splendida) Highway Star dei Deep Purple.

I piccoli miglioramenti in corsa consentono di portare a termine uno spettacolo in cui i Quintorigo si son dovuti preoccupare più di confrontarsi con il fonico, piuttosto che suonare con il talento che li contraddistingue. Emblematico il siparietto di De Leo che, rivolgendosi alla cara Bentivoglio Angelina, le chiede, disperato, come mai per tutta la serata lui non abbia sentito altro che il sibilo del violino.

Insomma, l'entusiasmo e l'immensa bravura dei Quintorigo sono riusciti a tenere in piedi un'esibizione cominciata male e terminata in crescendo, ma buona parte dell'emotività della serata è da attribuire alla complicità di un pubblico affettuoso.

La serata prosegue con infuocati balli notturni, ma l'anzianità dilagante mi impone di abbandonare il luogo. Giusto il tempo di frequentare l'ennesima coda al ritiro della giacca, passeggiare rapidamente tra corpi in tenace movimento e rendersi conto che è impossibile rintracciare quella maglietta bianca a coprire qualche tatuaggio. Non resta che uscire a gustarsi la mordibezza di un vento freddo. Prima di andare, il dovere di cronaca mi impone uno sguardo rapido al dirompente dj set di SubSamuel. Le bimbe sono in fibrillazione, possono quasi toccarlo. I buttafuori sono rilassati. Lui non si azzuffa con nessuno e sorride mettendo buona musica. Radio Rock ha fatto l'ennesimo pienone. Tutto in ordine, posso uscire sereno.

Il cammino verso la macchina è accompagnato da strane proiezioni mentali che immaginano un grande prato verde dove ora sorge il Qube. Qualcuno obietterà che è uno dei pochi posti della capitale che riesce ad ospitare concerti. Vero. Triste, ma vero. Talvolta, però, c'e' più gusto a immaginarseli.



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