Amari - Qube - Roma Live report, 05/11/2005

07/11/2005 di



Gli Amari sono uno di quei gruppi che ti fanno venir voglia di avere un’amica in Canada, a New York o a Tokyo per dire “Hey, questo è ciò che si sente in Italia! Altro che N*E*R*D*!”. Dopo due mesi di ascolti incessanti mi si è presentata la ghiotta occasione di vederli dal vivo per la prima volta.

Arrivo al Qube e mi tocca attendere un’ora prima di entrare nel locale. Una volta dentro, mi dirigo verso il piano più alto. Sul palco sono montate 6 luci al neon con i colori dell’arcobaleno: gli stessi presenti sulla copertina di “Grand Master Mogol”.

Scambio qualche parola con Pasta, cantante del gruppo. Il disco sta andando alla grande e, proprio in questi giorni, c’è stata la firma con la Cyc Promotions per l’organizzazione dei concerti: un riconoscimento importante per ciò che hanno fatto finora e per tutto ciò che li attende.

Il gruppo sale sul palco con una line-up ampliata a 5 elementi. Al centro Dariella alla chitarra, alla destra Pasta con tastiera a tracolla e alla sinistra Marcopiano diviso tra synth e chitarra. Dietro, c’è Cero al basso e Enri Colibrio alla batteria per la groove.

Si parte con “Bolognina Revolution” ed inizio ad ondeggiare la testa, cantando il testo a memoria. Segue “La prima volta”: Dariella è una scheggia impazzita, una vera e propria rockstar a metà tra Julian Casablancas e Mick Jagger. Sembrano dei Beastie Boys agli inizi, o dei Gorillaz in versione reale, umana. Mi sento bene, sono contento, mi guardo in giro cercando sguardi di approvazione e di intesa. Ma attorno a me non c’è nessuno. Saremo forse un centinaio, sparpagliati in questo locale che, per un gruppo come loro, sembra davvero troppo grande. Gli applausi sono timidi e, con il passare dei minuti, iniziano ad esserci numerosi spostamenti di persone tra i piani del club. L’atmosfera si fa tiepida, l’esibizione ne risente notevolmente: cala visibilmente l’entusiasmo da parte della band, si intravede la ruggine di un gruppo appena tornato a suonare dal vivo e che ha ancora bisogno di tanto affiatamento.

Vengono toccate quasi tutte le canzoni dell’album, in cui spicca una versione più rilassata de “il vento del 15 gennaio”: i ritmi reggaeggianti tornati tanto di moda ultimamente (v. Robbie Williams) rendono il pezzo più piacevole che sul disco. Riemergono “Squadritto”, in evidente contrasto con lo standard raggiunto nell’ultimo album, e “Whale grotto”. E’ il momento più rappresentativo della serata. La durata del pezzo e le sue caratteristiche tecniche richiederebbero uno spazio più raccolto e partecipe: ci dovrebbe essere uno scambio con il pubblico. Ciò che invece il gruppo raccoglie, pur suonando questo pezzo con molta concentrazione, è il disinteresse di quei ragazzi - tra cui numerosi integralisti dark – che passano distratti sotto il palco. Poche persone sono davvero prese dall’ascolto.

Il concerto si conclude con Dariella che saluta e ringrazia, dice che “è stata una bella serata”. Sopra di loro, il deejay prende possesso della consolle.

Esco fuori a fumare e la pioggerellina di Roma mi solletica il viso senza riuscire a togliermi l’amarezza per un’occasione persa: è emerso davvero poco del talento degli Amari anche a causa di scelte logistiche più che discutibili. Mi auguro di rivederli al più presto carichi di quell’entusiasmo che stasera è mancato. So che torneranno ad essere tremendamente belli.



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