Quell’allegra saudade chiamata Selton Live report, 27/04/2013

Foto di Starfooker - I Selton hanno suonato al Locomotiv di Bologna, Massimo Vitali racconta.Foto di Starfooker - I Selton hanno suonato al Locomotiv di Bologna, Massimo Vitali racconta.
29/05/2013 di Massimo Vitali

C’era una volta un produttore italiano (Gaetano Cappa) che stava passeggiando in un parco di una città spagnola (Parc Guell, Barcellona) dove c’erano quattro ragazzi brasiliani (Ricardo, Ramiro, Eduardo e Daniel) che suonavano una canzone dei Beatles (metti Ob-La-Di, poi Ob-La-Da) così che il produttore disse ai quattro ragazzi: “Perché non venite a Milano, che proviamo a registrare qualcosa e poi vediamo l’effetto che fa?”

Sette anni (e due dischi) dopo, i quattro ragazzi di Porto Alegre sono sul palco del Locomotiv Club di Bologna, a farci vedere di nascosto l’effetto che fa il loro ultimo disco “Saudade”. Di nascosto, perché la parte di pubblico che avrebbe potuto riempire il Locomotiv non c’è. Si è nascosta da un’altra parte. Allora peggio per loro: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori, i Selton dal vivo fanno tana libera tutti.
A cominciare dalla saudade di “Qui nem giló” che apre il concerto e per non sembrare troppo saudade lascia spazio agli ululati di “Ghost song”. Ghost, come l’etichetta in comune con Dente, col quale i Selton hanno preso la “Piccola sbronza” del pezzo successivo.

“Avete presente Dente?” Domanda Ricardo introducendo il brano. “Quello bello, biondo, fotomodello italiano.” Parole così forti che dall’altra parte del palco si stacca pure una corda della chitarra di Ramiro. Il tempo di sostituirla e si riparte con un tuffo: “Nuoto, nuoto e niente più.” Eppure, a nuotare nel mare che fatica, meglio lasciare spazio ai sogni. “Io vorrei”. Se potessi credere in qualcosa lo farei, anche fosse un bastoncino di legno, io crederei. Canta Ramiro, trasformando poi quel bastoncino di legno in una bacchetta, con cui prende il posto di Daniel alla batteria, mentre Daniel imbraccia la chitarra e si attacca al microfono con pose da rocker d’altri tempi. D’altronde stiamo parlando di “Io voglio cambiare” che oltre a cambiare i ruoli dei Selton, fa capire a noi che i Selton sono sbarcati in Italia per cambiare la musica, rinfrescarla, o almeno scomodirla.

Così come prima di loro l’avevano scomodita Enzo Jannacci e Cochi & Renato, i Selton si divertono con la musica, e fanno divertire chi l’ascolta. Pregio non da poco. Suonano col sorriso (quando un musicista ride, non ha paura della sua semplicità. Quando un musicista ride è perché dentro sente una strana gioia vera o forse perché gli hanno mangiato una pera, o una mela, diceva Jannacci) invitano una bella ragazza a suonare con loro sul palco, usano strumenti strampalati, dalle unghie di capra, al matraca, all’ukulele. Scrivono in italiano ma non è facile scrivere in italiano. Specialmente quando parli portoghese. Come quella volta che hanno scritto una canzone in portoghese, l’hanno tradotta in italiano, l’hanno fatta sentire a Dente ed è successo che “Un passato al futuro” è diventata una canzone dei Selton, però scritta da Dente. Una canzone che suona leggera, come dovrebbe essere leggera sia la musica che l’anima, ovvero: “Anima leggera”.

Perciò iniziamo a ballare come fossimo in riva al mare, sulla stessa scia di quella “Be water” che annuncia di come l’estate sia ormai alle porte, e i Selton ce le stanno tenendo aperte spalancate: prima con la cover dei Blur, “Charmless Man”, poi con “Across the sea”. A questo punto della serata, oltre ai bis, dal palco vengono richiesti dei cori, e il pubblico non se lo fa certo ripetere due volte. Coro trasognato su “Eu naci no meio de um monte de gente” e coro gridato alla domanda: “Vengo anch’io?” Dove la risposta è più che scontata. E non è quella “Non lo so” che conclude il concerto. Noi sappiamo benissimo la risposta, altroché, ne abbiamo avuto conferma questa sera e siamo fieri di cantarla in coro: we are with Selton!

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