Coopera Village è un festival di musica indipendente giunto alla sua sesta edizione. Quest'anno si svolge in una location splendida, il Bosco Selvatico di Putignano. Non è solo un festival fatto di musica, palchi, luci e cocktail al bar, ma anche di workshop, laboratori, talk e perfino della possibilità di dormirci. Ti puoi svegliare la mattina, partecipare alle attività e ascoltare i soundcheck dei progetti musicali che suoneranno poi la sera.
Detto questo, senza farmi aiutare da ChatGPT e provando a fare un brevissimo resoconto per chi sta leggendo le prime righe di questo articolo, il mio arrivo alla manifestazione inizia da una stanza di Savelletri, una trentina di chilometri da Putignano, dove Maurizio, vigile del fuoco e amico degli organizzatori, viene a prendermi. Prima di trovarmi cerca di caricare in macchina gli Acid Arab, in Puglia per un altro festival, salvo poi rendersi conto che loro non sono "Rockit" e, soprattutto, non sono la persona che deve accompagnare. Loro chiedono di andare in aeroporto, lui voleva portarli al Bosco Selvatico. A quel punto intervengo: «Quello da accompagnare sono io, non loro».
Con Maurizio ripercorriamo un po' la storia del festival, perché qui le cose si fanno ancora tra amici e in famiglia.
Ci fermiamo a mangiare qualcosa, compro le sigarette necessarie per affrontare queste due giornate e vengo subito immerso nell'esperienza del Coopera Village. Workshop e laboratori sono seguitissimi. Già dalle 18 del venerdì iniziano ad arrivare le persone e, anche grazie al prezzo bassissimo dell'abbonamento, meno di 40 euro per l'intero festival, in tanti partecipano a tutte le attività. Da quelle più manuali ai talk e ai live podcast, tutta la fase che precede i concerti sui due palchi è estremamente convincente, matura e piacevole.

Le persone si conoscono, si scambiano idee, lavorano insieme, ascoltano. È una sensazione strana, anche perché qui il telefono prende poco. Alla fine dei conti sei in un bel posto, hai tante cose da fare, le fai e conosci persone. Ci sono amache, divanetti, un campeggio, tante ciabatte da uomo (che ammetto di non amare particolarmente) e poi tanti colori. Si disegna, si scrive, in sostanza si coopera. In tutto.
I palchi sono due. Il Main Stage è grande e può contenere quasi 3.000 persone. Il Second Stage è più raccolto, decentrato, ma realizzato molto bene e inserito in uno spazio ottimamente sonorizzato.
Ne parlavo con Maurizio poco prima. Lui è di Putignano e riconosce che in questa zona tante persone si danno da fare per i giovani e per la musica. C'è Antonio di Dischi Uappissimi, ci sono Andrea e i ragazzi di Mosho Dischi, che un tempo organizzavano il bellissimo festival Distorsioni. Tutti, per un motivo o per un altro, passano da qui, parlano di musica, lavorano e si danno da fare.
Non ci sono particolari rivalità.In questa parte del Paese fare rete è fondamentale, anche lontano dalle istituzioni. Vedere tutte queste persone, troppe volte incontrate soltanto attraverso uno schermo, non è cosa da poco.
La prima giornata si infiamma quando salgono sul palco iSavana Funk. Le quasi duemila presenze non sono lì esclusivamente per il nome di richiamo, ma perché sanno che c'è qualcosa di bello a cui partecipare. La serata continua a riempirsi: ogni ora arrivano nuove persone. Si assiste a un concerto sul palco principale, poi si fa la fila al bar o si passa tra i mercatini e ci si sposta verso lo stage più piccolo. E così via. Tutto con una sincera voglia di scoprire e stare insieme.
Dj Gruff sale sul palco con un sorriso evidente. Si vede che sta bene. Fa un set spaziale, ci riporta nel suo mondo senza mai cadere nella nostalgia. Quando scende confessa: «Forse avrei pure cantato, se avessi avuto un microfono». La serata si chiude con i Kymono, che fanno muovere tutti, e io ne resto davvero sorpreso. Il venerdì del festival è già un record, mi dicono. «Ma si festeggia solo domani». Giustamente.

Sabato finisco in centro a Putignano a mangiare da solo. Il ristorante in cui entro conosce questa rivista e conosce chi organizza il festival. Ordino un piatto di orecchiette con crema di melanzane, basilico e pomodorini, accompagnato da un ottimo vino bianco locale, fresco. «Ci vediamo dopo», mi dicono. In serata ritroverò il proprietario intento a studiarsi Dutch Nazari e le sue canzoni. Ovviamente sereno.
Sabato c'è un cantautore di Foggia che organizza anche un festival dalle sue parti. Si chiama Rolfi. Fa canzoni pop costruite su basi a tratti più accelerate. Ha una voce sottilissima, ma è molto credibile. Suona due volte: una sul Main Stage, all'inizio, durante le attività, e lo ascolto di sfuggita; l'altra quattro ore dopo sul Second Stage, dove la gente è semplicemente in delirio e canta ogni sua canzone. Va bene, ci saranno amici e conoscenti. Ma sicuramente qualcuno, come me, che lo aveva ascoltato distrattamente poche ore prima, è finito sotto quel palco. Alternative pop da Foggia, mettiamola così. Mi ha stupito.
Rosita Brucoli è sottovalutata. Dal vivo è assolutamente credibile e le canzoni ci sono. Spero trovi presto il pubblico che merita. Svegliaginevra è ormai una professionista, ha costruito il suo spettacolo dal vivo con una scaletta coerente e si sta imponendo come presenza credibile nei festival di tutto il Paese. Dutch Nazari, con la band e tutto il suo repertorio, l'ho trovato davvero bene. Mi sembra che sia iniziata una nuova fase positiva della sua carriera, rivolta soprattutto alle persone che vogliono ancora ascoltarlo e che, in parte, sono cresciute insieme a lui. È un Dutch Nazari rinnovato, ma senza perdere quelli che sono sempre stati i suoi punti di forza. Anche il live riflette perfettamente questa evoluzione: nuovo, ma solido.
Quando arrivano i Selton e si superano le 2.500 presenze significa che la festa è riuscita. Il nome giusto al momento giusto. Si canta, si balla. Tutti conoscono i Selton? No. Tutti si stanno divertendo? Sì.

Ceri Wax mette la ciliegina sulla torta e chiude il festival nel modo migliore, facendo felice chiunque abbia deciso di passare il sabato sera in compagnia. Le persone non vanno via, restano. L'abbraccio collettivo di questo festival lascia tutti contenti di esserci stati. Poche volte l'ho scritto, perché non sono una persona che si entusiasma facilmente, ma qui è stato un vero successo.
Saluto Maurizio, ancora lì, impegnato a mangiare mozzarella locale. Saluto un ragazzo di cui non ricordo il nome, ma che per due giorni mi ha ripetuto che lì «si mangiava bene». Aveva, ovviamente, ragione. Saluto tutti perché, alla fine, il backstage è uno solo. Non ci sono camerini o grosse sovrastrutture. Si definisce un boutique festival, ma a me è sembrata soprattutto una manifestazione costruita insieme, da una comunità.
D'altronde si chiama Coopera Village. Difficile immaginare un nome più azzeccato. Al prossimo anno, spero.
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L'articolo Il telefono prende poco, le persone molto di più: il racconto del Coopera Village di Teo Filippo Cremonini è apparso su Rockit.it il 2026-07-21 15:15:00

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