Raffaella Carrà non cantava il sesso, ma la ricerca della felicità

Sono giorni di lutto, ricordi e spesso sovrainterpretazioni. Ma prendere alla lettera i testi di Raffa è un errore, e forse lei non è stata tanto la paladina del libero amore e della disinibizione, quanto della fuga della realtà e della comprensione dell'altro. Un'opinione

Una giovane Carrà in una scena del film 'Il colonnello Von Ryan'
Una giovane Carrà in una scena del film 'Il colonnello Von Ryan'

In tanti anni oramai che bazzico il torbido, flirto col non conforme, amo l'outsiderismo, cerco il weirdo e colleziono serial killer, mai e poi mai avrei creduto che tra Ted Bundy, Henry Lucas, Deep Throat, Unabomber, Maladolescenza, Andrej Cikatilo, Annie Sprinkle, Tras El Cristal, mi sarei ritrovato a ritenere opportuno scrivere della Carrà. Ovviamente la pora Raffaella non c'entra nulla e non ha fatto nulla di male. Quanto piuttosto i profluvi di analisi psico-antropologiche sul morto di turno. Perché a leggere i commenti che da più parti girano sotto le più disparate forme (post, meme, fumetti, gag, whatever) quello che ne esce della pora Carrà è, semplicemente, qualcosa che non la rappresenta.

Raccolgo random: "Ci ha fatto capire che provarci per primi non è sbagliato", "Applaudiva la masturbazione", "È stata la paladina del sesso occasionale", "Ha sdoganato l'idea di toy boy", "Trovi un altro pisello che problemi non ha", "Ogni sesso va bene purché si faccia sesso, questo era il suo messaggio" e via dicendo. Giusto? Non proprio. Tolti i cavoli suoi (due amori, uno durato 9 anni l'altro 17) e tolto che molti dei suoi testi più noti erano scritti da Gianni Boncompagni con tutto ciò che questo comporta, la Carrà ha sempre portato un'idea di spettacolo nella sua forma forse più genuina: quella dove regna la liberazione sessuale, la fastosità, il divertimento sfrenato ma anche un sano e necessario distacco dal reale.

Lo si legge nei testi, dove prevale il guizzo (quasi bambino) della fantasia ("mi invento un passo", "l'ho inventato io", "mentre invento per te") o del non-sense ("Da Trieste in giù", "Si cresce di un metro col reggae") o dei neologismi ("Tuca-Tuca", "Harraf"), lo si intuisce dal contesto in cui sono stati scritti (gli anni della censura, della DC, del piombo, in cui van di moda i soldi, l'eroina, la crisi delle ideologie: un disastro). Insomma, ancora prima di turbare i bacchettoni e i democristiani, credo di fondo Raffaella (o chi per lei) volesse creare un "break" dalla realtà attraverso la gioia del sesso, che poco o nulla ha di che spartire col mero libertinaggio - come tipico pensare di noi fissati.

Che sia stata un'anticonformista, comunista, xenofemminista, proto-glam, proto-queer e quant'altro non lo metto in dubbio, ma prendere alla lettera i suoi testi è come pretendere di imparare a fare sesso vedendo porno. Personalmente credo che Raffaella sia stata piuttosto un'icona della "presa bene". Laddove le sue colleghe continua(va)no ad innalzare il tormento del sentimento amoroso, lei cantava che pure se il bello può finire, a una delusione possono seguire altre gioie ("Ecco perché faccio questa festa senza di te" o "Ballo, ballo, non mi innamoro"). Le sue, allora, mi piace pensare siano "allegorie for DAMS" (cit. Makkox), ed essendo il pubblico perlopiù composto da analfabeti televisivi, ha capito che l'effetto psico-acustico di migliore presa fosse quello amoroso-sessuale.

Così, buttando un letto qua e un amante là, la Carrà parlava a tutti di concetti importanti (e un po' ridondanti) come il libero arbitrio, la fiducia, la ricerca della felicità, l’uguaglianza, la comprensione dell'altro... poi magari mi sbaglio, ma credo che l'imprinting fosse proprio questo e non scopare a destra e a manca come se non ci fosse un domani. Una prece.

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L'articolo Raffaella Carrà non cantava il sesso, ma la ricerca della felicità di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2021-07-07 14:57:00

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