Alborosie - Rainbow - Milano Live report, 22/11/2007

25/01/2008 di

(Alborosie - Foto da internet)

Alborosie e la crew romana One Love Hi Powa al Rainbow di Milano. L'ex frontman dei Reggae National Ticket ne ha fatta di strada: dopo essersi trasferito in Giamaica ha fondato un'etichetta - Foward Rec - ed è diventato una delle rivelazioni del 2007 per la scena reggae internazionale. Michele 'Wad' Caporosso si è visto il concerto, ha fatto quattro chiacchiere con Stena e ci racconta come è stato.



Alborosie non è giamaicano. E I One Love non sono gli Stone Love. Ma il livello è altissimo. Quando al Rainbow la gente sgomitava per una birra, e non respirava bene per l’affluenza di persone si stava semplicemente aspettando il live dei due nomi italiani più grossi a livello internazionale in ambito reggae. Il primo è quell’ex cantante dei Reggae National Ticket che si trasferì in Giamaica, mise in piedi la sua label Foward Rec, azzeccò tre - quattro hit per le dancehall diventando una delle assolute rivelazioni del 2007. E non in Italia. Che dell’Italia diciamo pure gli frega relativamente poco in senso musicale. Anche se: “E’ un piacere immenso per me venire a suonare qui in Italia, tornare con un disco e una notorietà che mi fanno capire che c’è un pubblico anche qui che mi dà la forza e che mi segue” – mi diceva nel camerino subito dopo il live – “la strada è ancora lunga, abbiamo appena cominciato, c’è né di strada”. Il secondo nome in line-up appartiene al sound system numba 1 in Italia. Quello di Lampa Dread, di Duccio Bertinotti (figlio di) e altri storici selecta romani. Armati di infiniti dubplates e Special dai più grossi nomi giamaicani, aprivano il tour italiano di Alborosie, con warm up prima e dopo e come selecta durante la sua performance. Che quindi fu quanto di più semplice dal punto di vista tecnico per un concerto: riddim dai cdj interrelazionati con la voce. Nessuna band né corista. Peccato. Ma resta comunque forte e convincente quello che fu Stena. Ha cominciato con “Call Up Jah” e il pubblico tuonava. Nessuno cantava esattamente le parole in patwa ma all’unisono sembrava come fosse giusto. “Sono molto affezionato a Milano, ci ho vissuto per anni qui, piazzale Loreto, questa è la mia gente” mi dirà dopo lo showcase. Sul palco tra un pezzo e l’altro diceva più o meno le stesse cose e a metà pezzo faceva pull up, così come è giusto quando un pezzo infuoca troppo. Da “Kingston Town” a “Herbalist” e rewind. E’ parecchio appesantito per essere un giamaicano-oriented. Non salta e si muove poco. Il fiato si sente parecchio intorpidito dall’erba di Jah. Sventola un asciugamano bianco e vuole sentire il pubblico. Non ha suonato tutto quello che lo ha reso noto. Il pezzo su “XXL Riddim” ad esempio no, e nemmeno qualcun altro. Ma va bene che c’era. Non importa il parallelismo con gli artisti giamaicani, forse è un po’ presto. La strada è ottima. E lui c’è. E’ una realtà forte, unica per l’Italia. Non c’è stato nessuno prima di lui. E di qui in poi il metro di paragone a livello internazionale sarà inevitabilmente lui e solo lui. Ottimo così. Che finalmente si cresce. Anche nel reggae, cultura che in Italia è molto spesso ferma a stereotipi antichi e muffosi. Come alcune vie di Milano se cerchi la strada di ritorno dopo il concerto. Ma che poi alla fine ti frega meno di zero quando sai che potrai scriverne, se ne hai voglia additiva e pazienza trapezoidale, con un’unica grossa soddisfazione: Alborosie è italiano.



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