Cosa è successo nel rap italiano nel 2015 Rubrica

Il rapper MezzosangueIl rapper Mezzosangue
18/12/2015 di

Prima di iniziare a tracciare qualche considerazione sull'annata 2015 del rap italiano ho avuto due sfortune: il 10 dicembre è uscito “Crutches, Crosses, Caskets”, inedito che sarà presente nel nuovo album di Pusha T. Primo errore. Iniziare a parlare di rap italiano dopo aver ascoltato anche solo l'incipit del brano è deprimente: “Crutches, crosses, caskets / Crutches, crosses, caskets / All I see is victims”. Quando Pusha rappa puoi vederle quelle stampelle, quelle croci, quelle casse da morto. Puoi vedere tutte quelle vittime. Come questo sia possibile è racchiuso nell'abilità dell'ex membro dei Clipse di rendere le parole vive, di renderle umane, con un corpo e una personalità. La seconda sfortuna è invece legata al rap francese: su consiglio di un amico ho ascoltato i nomi più forti in circolazione al momento, Deen Burbigo e Nekfeu. Schiaccio play su “Avertis”, primo video a caso di Burbigo, e poco dopo faccio lo stesso con “Le bruit de ma ville” di Nekfeu. Mi arrivano solo schiaffi in faccia e anche qualche calcio.
Okay, non è questo il momento per giocare a trovare le differenze fra il rap italiano e quello di altri paesi del mondo, ma la prima considerazione di questo 2015 è che ancora oggi non abbiamo raggiunto neanche minimamente un livello qualitativo paragonabile a quello francese. Inutile considerare gli USA. Non solo, non siamo ancora riusciti a trovare un nostro suono (salvo forse due o tre eccezioni) come successo per la Gran Bretagna o avere la credibilità dei tedeschi. Ecco, iniziare a scrivere di rap italiano con questa premessa non è facile.

Tralasciando questo, in realtà il 2015 è stato un buon anno per il rap in Italia: è stato l'anno dei concept album, l'anno in cui anche nel nostro paese si è capito come rappare su strumentali trap e l'anno in cui è uscito un disco di Fibra al cui interno non fosse presente alcun tipo di tormentone da dare in pasto alle radio.
In questo 2015 si è ballato poco, e l'esigenza di serietà ha avuto la meglio su qualsiasi altra pretesa, un po' come avvenuto oltreoceano con “How To Pimp A Buttefly” di Kendrick Lamar, o “Summer '06” di Vince Staples. E allora ecco qualche nome sparso, in mezzo a dozzine di altri che non menzioniamo per questioni di spazio: “Melograno” di Claver Gold & Kintsugi, “Squallor” di Fabri Fibra, “Soul Of A Supertramp” di Mezzosangue, “Suicidol” di Nitro, “S.U.N.S.H.I.N.E.” di Rancore & Dj Myke e “XDVR” di Sfera Ebbasta & Charlie Charles.


Iniziamo proprio da “XDVR”, ovvero il disco italiano che ha insegnato ai rapper italiani come maneggiare la trap: non che prima non fossero stati fatti dei tentativi, anche da nomi più o meno noti, ma sono tutti considerabili dei mezzi fiaschi. “XDVR” è un album da ascoltare a fondo per capire prima di tutto che non si può scrivere come quando ci si approccia a un classico boom bap anni '90. La voce deve sposare il beat in maniera del tutto diversa, deve crearsi un equilibrio fra le frequenze della traccia del tutto differente rispetto agli approcci tradizionali del rap, un equilibrio che in Italia è stato raggiunto in maniera completa proprio da Sfera Ebbasta e il producer Charlie Charles, e che ha subito generato tante piccole copie, contribuendo all'appiattimento di un sottogenere che già di per sé non lascia spazio a molta originalità. Sia chiaro, la trap non lascia molto spazio alla creatività neanche negli Stati Uniti dove è nata negli anni '90 e dove la sua evoluzione ha dato vita negli ultimi cinque anni a una vera e propria invasione, grazie soprattutto al contributo fondamentale di producer come Lex Luger o Young Chop. Per questo, il genere è in declino negli Stati Uniti e molti dei suoi esponenti stanno pian piano prendendo strade nuove. In Italia il ritardo è evidente, e per almeno altri due anni ci toccherà assistere alle declinazioni tardive della trap delle nostre parti.

 

La verità che illumina i tempi bui



Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d'arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l'oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana. Non parlo di soluzioni nel campo della politica convenzionale o l'attivismo sociale. Il campo della letteratura non si occupa di questo. La letteratura si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano. Se uno parte, come partiamo quasi tutti, dalla premessa che negli Stati Uniti di oggi ci siano cose che ci rendono decisamente difficile essere veri esseri umani, allora forse metà del compito della letteratura è spiegare da dove nasce questa difficoltà. Ma l'altra metà è drammatizzare il fatto che nonostante tutto siamo ancora esseri umani. O possiamo esserlo. Questo non significa che il compito della letteratura sia edificare o insegnare, fare di noi tanti piccoli bravi cristiani o repubblicani. Penso solo che la letteratura che non esplori quello che significa essere umani oggi, non è arte.

David Foster Wallace 

Mezzosangue, Fabri Fibra, Rancore, Nitro e Claver Gold propongono ricette diverse per affrontare i tempi bui. Con “Soul Of A Supertramp” Mezzo percorre un lungo viaggio alla ricerca della verità, che si conclude con la consapevolezza che la verità di ciascuno è vera: “qualunque sia la verità che abbracci, è la tua verità e non è falsificabile”. Fabri Fibra non raggiunge conclusioni così nette, è ancora più tormentato il suo percorso e più che domandarsi sul quale sia la verità indaga sui metodi di realizzazione: “come si fa la verità?” si domanda a fine disco. L'ep di Rancore e Dj Myke è invece pieno di speranza, non a caso “S.U.N.S.H.I.N.E.” arriva dopo un brano come “D.A.R.K.N.E.S.S.” e l'invito è a guardare oltre le cinque dita della nostra mano: “tu non devi venerare il sole, ma la luce che vedi”. Rancore e Myke in realtà giocano un campionato a parte, l'hanno sempre giocato e spero continueranno a giocarlo per ancora molti anni. Rancore per la scrittura e Myke per la musica, l'unico producer che a tutt'oggi sia riuscito a creare un sound che può dirsi caratteristico, che può dirsi nostro, italiano. In “Suicidol” Nitro parla di morte e più o meno direttamente incoraggia i suoi ascoltatori a condividere i pensieri e le sensazioni riguardo a questo avvenimento. Parlare di morte avvicina le persone alla loro vera natura: esseri viventi destinati a un inizio e a una fine. E visto che nessuno è mai tornato per raccontarlo, la condivisione è qualcosa di realmente comunitario, in qualche modo democratico.
Infine Claver Gold con “Melograno”, un disco “basato sulla fecondità femminile, sulla fertilità (rappresentata dai semi del frutto), sull'onestà e la correttezza intellettuale”, un disco che per combattere i tempi bui propone un lavoro su sé stessi, un'analisi approfondita sul passato e sul presente che non lascia via di scampo e che termina con una dedica a tutti quelli come lui, una sorta di inno generazionale: “Siamo morti senz'avviso con le lacrime sul viso / senza rimorsi, senza paura di incontrare chi ci ha ucciso / Siamo morti senz'avviso e chissà chi l'ha deciso / farlo alla svelta darci una scelta tra l'inferno e il paradiso”.

Questi sono gli album che hanno segnato il 2015 del rap italiano, che sono stati capaci di contribuire in maniera determinante alla storia del nostro rap, di dare al pubblico qualcosa di cui tra dieci anni si possa ancora parlare.

 

E poi tutto il resto



Avrete notato come in questa breve lista ci sono dei grandi assenti, ovvero le firme importanti del rap italiano tornate con nuovi album nel corso del 2015. Il più evidente è Marracash, e la ragione non è legata all'incoerenza di qualche scelta promozionale poco felice: nel rap la coerenza non è mai stata di casa, e in questo caso poi bisognerebbe parlare di etica professionale, scegliere di evitare le marchette a vantaggio della qualità musicale e a discapito del portafoglio. Il problema principale di “Status” a mio parere è invece squisitamente musicale. Marra è una delle penne più raffinate che abbiamo in Italia, solo che secondo me non sempre la musica che lo ha accompagnato è andata di pari passo al suo talento. Con “Status” la storia è cambiata e dopo tanto Marracash ha finalmente presentato un disco con sonorità degne delle sue rime. Il problema semmai sono gli eccessi, il superfluo: ci sono tracce di troppo, delle rime di troppo e questo determina la sua imperfezione. 

Gli altri due grandi assenti sono “Vero” di Gué Pequeno e “Beats & Hate” di Egreen. Entrambi i dischi non hanno entusiasmato dal punto di vista musicale, ma hanno comunque significato qualcosa per il rap italiano. “Vero” è stato il primo disco in Italia ad essere rilasciato dalla Def Jam Recordings, storica etichetta statunitense fondata da Russell Simmons e Rick Rubin. L'evento di per sé (oltre all'indubbio prestigio di cui il numero uno italiano del flow ha goduto) è significativo per una ragione molto semplice, legata più al futuro che al presente. La Def Jam Recordings potrebbe portare al rap nostrano, oltre a una buona dose di credibilità, molte collaborazioni importanti (vedi già i featuring presenti nella versione Royal Edition di Slim Thug e Red Café) ma soprattutto diventare un vero e proprio laboratorio in cui sperimentare e promuovere nuove realtà italiane. Peccato solo che la cosa non accadrà mai, perché è stata un'operazione unica nel suo genere.
Il disco di Egreen invece ha segnato un altro tipo di primato per il rap italiano: “Beats & Hate” è stato promosso grazie ad una campagna di crowdfunding avviata tramite Musicraiser. L'obiettivo iniziale era raccogliere 20.000 euro (raggiunti in soli 8 giorni), invece ne sono stati raccolti 69.000, un traguardo assolutamente impressionante soprattutto se si considerano i numeri delle vendite dei dischi in Italia (sia copie fisiche che digitali) e se si dà un occhio agli altri progetti conclusi sulla stessa piattaforma: solo l'iniziativa dei Post-CSI si è avvicinata a cifre simili (sono stati raccolti 38.794 euro) anche se ancora molto lontane dai quasi 70.000 euro raccolti da Fantini. Un grande successo che però è stato messo in discussione qualche giorno fa dopo che il disco è stato caricato in freedownload dallo stesso Egreen. C'è chi ha gridato al tradimento nei confronti dei fan che avevano sborsato dei soldi, c'è chi invece ha visto la cosa come un'evoluzione naturale dei pezzi, dal momento che il disco era già stato caricato illegalmente online. Dopotutto il crowdfunding è un'azione che va oltre il semplice acquisto del disco: è un supporto concreto all'artista, è la scelta di far parte di un progetto, di un meccanismo di più ampio raggio. I semplici mp3, quindi, c'entrano poco.

 

I newcomer



Negli ultimi tempi occuparsi di emergenti è diventato un lavoro a tempo pieno: ogni settimana vengano caricati su YouTube un numero spropositato di video da parte di pseudo rapper emergenti, probabilmente perché al posto delle cover con la chitarra i ragazzini di oggi scaricano strumentali a caso e cercano di buttarci sopra parole che a volte fanno rima. 
La qualità, com'è normale che sia, è spaventosamente bassa: un esercito di copie in cui spesso si fatica a distinguere il bello dal brutto perché di fatto è tutto terribilmente mediocre. Nonostante questo, qualche sorpresa c'è stata: oltre ai già citati Sfera Ebbasta e Charlie Charles, è il caso di fare il nome di IZI, rapper genovese che quest'anno ha proposto davvero qualcosa di diverso (e che si è guadagnato un posto nel nostro Spinga Signora Spinga). Altro nome degno di nota è quello di Addivvi, giovane rapper di Ceccano (provincia di Frosinone) che ha pubblicato uno dei lavori più belli di questo 2015, “L'amore ai tempi di Frank Drake”, in grado di competere con molte delle produzioni più blasonate, una penna che speriamo possa presto arrivare a più ascoltatori possibili. Il terzo nome è quello di Brenno Itani che dopo molte anticipazioni, da poche ore è fuori con il disco “Perle ai portici”. Bologna non ha vissuto un periodo particolarmente prospero negli ultimi due anni, ma Brenno, con un flow che ti stende, sta ricordando all'Italia intera che Botown è più viva che mai. Peppe Soks è un altro nome da segnare sull'agenda, viene da Salerno e la sua erre moscia conferisce al suo rap una crudezza e una raffinatezza unica: “Super Flow” è il suo ultimo lavoro, e si è imposto durante quest'anno con tracce come “Nun m ferm” e “Wolverine”. Finiamo il listone con il milanese Tabla Ras, hardcore duro e violento: durante l'anno sono uscite numerose tracce a suo nome incluso un ep intitolato “Six Fingerz”, realizzato con la collaborazione di Dj One-C.

 

Etichette, media e un piccolo desiderio


Oltre che nella musica, nel 2015 c'è stato un miglioramento anche all'interno delle strutture che sorreggono il rap in Italia, sono cresciute le piccole label e la stampa di settore ha assunto caratteri sempre più critici e professionali.
Per quanto riguarda le etichette il 2015 è stato un anno di rilievo per Bullz Records, Do Your Thang, Glory Hole Records, Non Quadra Label e ovviamente la Machete Empire Records che ad oggi si conferma il polo più importante per quanto riguarda la musica rap, l'unica capace di far uscire dischi che possano competere in termini di numeri con quelli promossi dalle grandi major, in altre parole la Rawkus Records di casa nostra. Per i media invece una segnalazione va fatta all'angolo di approfondimento creato da Bassi Maestro e Bosca chiamato “Down With Bassi”. Senza tanti freni lo show (che in ogni puntata approfondisce un artista appartenente al mondo del rap italiano) è qualcosa di unico, un vero e proprio talk show sul rap, manca solo il pubblico e l'esibizione a fine chiacchierata. 

Nonostante gli ostacoli ancora da superare il 2015 è stata una bella annata per il rap italiano. Un genere che si conferma l'alternativa più importante alla musica di Radio Italia (almeno in quanto a séguito), che di anno in anno continua ad ottenere credibilità soprattutto agli occhi di quanti ancora oggi la considerano come musica di serie B. 
Dando un'occhiata ai dati di vendita invece, è interessante notare come alcuni artisti abbiano impiegato un periodo di tempo maggiore per raggiungere le certificazioni di oro e platino, nonostante le modifiche apportate da FIMI riguardo il numero di copie necessarie per ottenerle (dal settembre 2010 a dicembre 2013 le copie vendute di un disco necessarie a raggiungere il disco d'oro erano fissate a 30.000, dal primo gennaio 2014 sono state abbassate a 25.000). Per fare un esempio: “Vero” di Gué Pequeno ha raggiunto il disco d'oro dopo 38 (edit del 21/12) 12 settimane dalla data di pubblicazione, con “Bravo ragazzo” del 2013 la stessa certificazione è stata ottenuta dopo 25 (edit del 21/12) 2 settimane. Insomma, nonostante il trend positivo del 2015 rispetto alle vendite di dischi dell'anno passato pare che il boom del rap stia cominciando a rallentare, nonostante gli instore e le trovate di marketing.
Speriamo però che il 2016 possa essere ancora più intenso: l'annuncio del nuovo disco di Salmo lascia immaginare un inizio di fuoco, così come per le altre uscite già annunciate (Colle der Fomento where you at?). L'unica cosa che speriamo veramente tanto è che nel 2016 si riesca ad avere almeno una donna in grado di competere seriamente, una donna che tiri fuori un disco che entri nella top 5 di qualsiasi sito o magazine specializzato, una donna come Little Simz in Inghilterra o come Keny Arkana in Francia o come Jean Grae in USA. Insomma, una rapper che spacchi i culi.

Tag: top 2015

Commenti (10)

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  • Simone Fris 25/12/2015 ore 16:50 @frisse94

    Ma Coup de Grace di Kaos One?

  • Sand Sand 29/12/2015 ore 16:29 @SandroSala

    1) per me parlare di rap è come entrare in un cunicolo sottomarino dove si sente il rumore di una nave della costa crociere che ti passa sopra cioè non mi comunica niente anzi mi infastidisce.
    2) vedere di rap è ancora più triste e ridicolo con tutte le esteriorità che contempla, come fossero parte della musica (la musica MUSICA si può apprezzare anche in un tubo di lancio di un sottomarino senza vedere chi canta e suona)
    3) se non hai almeno 143 tatuaggi un po' scabrosi, un cappellino da pirla con la visiera dietro ed un buona fornitura di anelli, sei già guardato male
    4) ........... vorrei continuare, ma l'educazione paleorock che ho avuto da piccolo, me lo impedisce

  • Simone Fris 30/12/2015 ore 11:08 @frisse94

    Secondo me non è per niente carino disprezzare il lavoro di persone che sputano sangue per quello che fanno, dato che la maggior parte si autoproduce, secondo me prima di giudicare in quel modo sarebbe carine ascoltare le parole degli artisti, coglierne il significato e al massimo dire non mi piace, anche perché dire che hai avuto un infanzia Paleorock non ti fa un grande cultore musicale anzi, credo che ogni bambino abbia ascoltato Queen Deep Purple Metallica e Iron Maiden, ripeto prima ci si fa un sorta di cultura poi si giudica. Chiudo dicendo Hip Hop ha Dead!

  • Sand Sand 30/12/2015 ore 11:50 @SandroSala

    scusa simone (dico sul serio) quando scrivo di musica mi lascio un po' andare, ma sinceramente quel tipo di musica "non mi piace". auguri comunque a tutti quelli che la amano e che fanno fatica a portarla avanti. long live rock and roll!!!!

  • stayfreestayart 11/05/2016 ore 15:43 @stayfreestayart

    Certo che ci vuole un bel coraggio a mettere Marracash in "tutto il resto" Complimenti fratelli!!! Siete riusciti a celebrare il vuoto culturale, critico, artistico.

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