Larsen Lombriki - Rashomon - Roma Live report, 02/11/2006

14/12/2006 di

(Larsen Lombriki sulle macchine - Foto dal sito Snowdonia)

Serata sperimentale a Roma. Dj Okapi (già nel progetto Metaxu con gli Zu), Experimental Dental School (californiani, su Cochon Records) e poi gli snowdoniani Larsen Lombriki. Come d'abitudine i quattro Lombriki si presentano mascherati, suonano rock, blues free-jazz miscelati alla spichedelia. Una serata più che delirante. Elisabetta De Ruvo racconta.



Accumulo di suoni al concerto di ieri sera al Rashomon, qui a Roma. Si sono esibiti Larsen Lombriki e Experimental Dental School, col condimento sonoro di Okapi. I primi italiani ma non troppo , i secondi americani, californiani. Per una volta arrivata addirittura in anticipo, seguo l’ultima parte del sound-check italiano, per farmi un’idea di quello che potrebbero combinare. Due tastierine, Yamaha e Casio, un sax, un megafono giocattolo, tutto quello che vedo durante le prove. Non percepisco propriamente qualcosa di assimilabile alla parola musica, ma non c’è neanche motivo per darsela a gambe levate. Sound-check finito, ma è presto, sono solo le 22:30, prima di un’ora il concerto non inizierà. Strane abitudini d’orario prettamente italiane… Cocktail e ci si guarda in giro. Un giro su se stessi. Il Rashomon è un enorme scatolone incastrato in un comprensorio di altri locali eterogenei per stile ed offerta, zona Ostiense. Un giro su se stessi quindi basta a possederlo nell’interezza visuale: un rettangolo allungato dove sui lati più corti sono sistemati, uno di fronte all’altro, palco e salottino di puff cubici scuri, su uno dei lati lunghi il bar. I mixer sopraelevati del Rashomon mi hanno sempre sconcertata, in effetti devo ancora assistere ad un concerto che si senta perfettamente qui.

Finisce la selezione musicale di Okapi. Silenzio, applauso tentennante e salgono sul palco i Larsen Lombriki, mascherati come d’abitudine. Sono in quattro, due hanno il volto coperto da collant di microfibra, nero per il cantante chitarrista, bianco per uno dei tastieristi anche chitarrista, con la lunghezza della calza sistemata a mo’ di trecce sulle spalle, su un abbigliamento assolutamente nella norma. Per gli altri due, il secondo tastierista e il sassofonista, “semplici” cappelli ed enormi occhiali da sole. Inizia il delirio sonoro. La drum-machine inanimata regola i tempi di ogni brano. I suoni si fondono, nonostante le incongruenze calcolate matematicamente, le alterazioni dei rumori, la voce atona quasi inumana, tutto si amalgama in una coerenza di effetti acustici che si può davvero definire musica. Musica ostica, artefatta, sperimentale allo spasimo, dove si riconosco però il blues, il free-jazz, il rock miscelati da una psichedelia che verosimilmente era appartenuta ai gruppi sperimentalisti tedeschi, come i primissimi Amon Duul quando andavano ancora tutti d’amore e d’accordo o i Tangerine Dream di uno Schulze ancora pieno di tutte le speranze o gli Organization prima che diventassero Kraftwerk. Non velleità ascetiche, qui c’è divertimento creativo allo stato puro, sotto il benevolo sguardo di Stockhausen.

Un flusso unico di musica e suoni non proprio convenzionali, diviso in brani di difficile definizione in relazione alla durata. Alla fine di ognuno, c’è stato sempre bisogno di un secondo in più di silenzio, per capire che poteva partire l’applauso. Anche lo squillo di un telefonino, perso sul pavimento, si è integrato perfettamente nel silenzio tra un pezzo e l’altro, quasi fosse un’altra soluzione compositiva. Un’esibizione durata nove “canzoni”, un’esperienza sonora per ascoltatori deliranti e schizoidi, legati al tempo alterato che fu. Poi gli Experimetal Dental School. Incredibile come tre sole persone possano fare tanto casino. Più giovani dei primi: un batterista vero, una tastierista “made in Japan”, un cantante bassista-chitarrista con la sua idea di strumento ibrido tenuto insieme da nastro adesivo a tracolla (mai visti tanti pick-up messi in fila!) e tanto di baffetto alla Charlot (o…Hitler???) sulle labbra. Un po’ più punk.



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