Il Teatro Degli Orrori - Report Sottosopra: la notte della Tempesta - Milano Live report, 17/11/2007

06/12/2007

(Pierpaolo Capovilla - Foto di Marzia Ciarone)

Due diversi punti di vista. Il sotto: tra il pubblico. Il sopra: tra i musicisti sudati, le bottiglie di alcolici e il fumo dei camerini. Il Teatro Degli Orrori ha suonato al Rolling Stone di Milano per La notte della Tempesta (insieme a Moltheni e ai Tre Allegri Ragazzi Morti). Michele 'Wad' Caporosso ha passato l'intera giornata insieme a Capovilla e soci. Sandro Giorello si è visto il concerto in mezzo a ragazzini mascherati e trentenni che gridavano "E' tutto ok". Due report e una gallery fotografica esclusiva.



Sotto: NIGHT OF THE LIVING DEAD (di Sandro Giorello)
Sul telone di sfondo c’è una maschera enorme, di quelle che i fan dei Tre Allegri Ragazzi Morti tengono in testa – solitamente sulla nuca – quando vanno ai concerti. A vederla così grossa, la maschera, mi fa venire in mente un episodio di Dylan Dog dove un uomo, seguace di una setta religiosa, viene convinto a conficcarsi uno scalpello in fronte per crearsi un “terzo occhio” e poter vedere le anime altrui. La maschera dei Tre Allegri ha una croce sulla fronte, e sembra davvero il teschio di quel poveraccio. Anche da morto i segni rimangono.

Questa Notte della Tempesta ha un sapore lugubre. Arrivo in ritardo. Moltheni termina il suo concerto con un finale psichedelico che mi ricorda il dream pop degli Psichic TV. Pochi minuti dopo Capovilla è sul palco. Non ci sono riti o pose da rock star. Favero e Mirai si accordano. Quando tutti sono pronti si parte. Vita mia noi due.

Si sente malissimo. Loro sono compatti ma il suono si impasta in un unico rumore di fondo. Mi sembrano, a tutti gli effetti, i Misfits. Punk tetro e spaventoso. Capovilla è ubriaco. Ogni tanto inciampa. Adesso ha anche i capelli tinti di nero - intonati con la camicia e pantaloni - per me rappresenta un ottimo Danzig. Le canzoni procedono spedite. Non ci sono presentazioni o comizi di sorta. L’unica per cui vengono spese un paio di parole in più è “Compagna Teresa”. Per il resto, la cattiveria, la politica, e il cinismo dei Teatro Degli Orrori rimangono confusi nel casino e nel rimbombo del Rolling stone.

Spesso le canzoni si interrompono con pause più lunghe del dovuto. Come se ci fosse il bisogno di prendere fiato. Ma non spezzano il ritmo. Lo spettacolo è potente. Man mano l’orecchio si abitua e i suoni diventano più chiari. In “Carrarmato Rock” prima di ripetere “tutto ok” Pierpaolo mira contro il pubblico e spara come Sid Vicious alla fine del video di “My Way”. Sulle Tv, sparse per il locale, vengono proiettati clip dei Cure, di Ozzy Osbourne e uno speciale sugli Iron Maiden. Inizio a vedere morti ovunque. Quando sento “La canzone di Tom” mi sembra che tutto si chiuda nella maniera migliore. La canzone parte con un lento crescendo, è diversa dalla versione su disco, è molto più spigolosa e più cattiva. Finita quella Capovilla borbotta qualcosa e lascia il palco. Partono molti fischi ma il gruppo non torna più. Cinquanta minuti confusi ma, come al solito, intensi.

C’è da constatare che l’atmosfera scura della serata non è solo dovuta ai video proiettati, ai vestiti neri e alle maschere da teschio sparse un po’ ovunque. E’ un effetto di queste canzoni: ci raccontano un mondo morto. Il nostro. Una memoria che è davvero andata persa. E così quando ascoltiamo storie di guerra o di staffette partigiane, ci sembrano cose che non ci riguardano, troppo distanti dalla nostra vita. Ma allo stesso tempo ci fanno sentire vecchi. Ci dicono che abbiamo perso la voglia di ascoltare. Come degli anziani che passano la giornata davanti alla televisione. Non c’è bisogno di un terzo occhio, ogni tanto basta un gruppo musicale che ce lo ricordi. Ovvio, possono sembrare retorici, maestrini, ma al momento sono tra i pochi che riescono a smuovere un po’ di coscienza nel loro pubblico. Teniamoceli cari.

Sopra: TUTTO L’ALCOOL DEL PRESIDENTE (di Michele 'Wad' Caporosso)
Prima di arrivare devo pisciare più o meno mezzo litro di birra che mi veleggia dentro. E sono le 6 del pomeriggio, ma soprattutto non vado a stare con un frate della parrocchia dietro casa, o con i Finley, ma con Pierpaolo Capovilla e il Teatro Degli Orrori. Chiedo al bar di fronte per un cesso, e mi danno una chiave del portone accanto, cioè questi mandano i clienti a pisciare nel palazzo fuori dal bar. Boh. C’è qualcosa di strano o è la normalità? Anche il fatto di entrare dalla porta carraia è strano. Arrivo in pratica direttamente sul palco, che c’è Moltheni e la sua band, con un batterista che gioca a fare l’antipatico con gli altri, mentre tra un soundcheck e l’altro guardano la partita Italia – Scozia. Incrocio Davide Toffolo, mi presenta al resto del gruppo come un ‘ottimo giornalista’ e ci sediamo in camerino a parlare del più e del meno. Mi regala il suo nuovo libro di fumetti “Très” e registrano 1minuto/1anno, cioè una panoramica sul 2007 che presto sentirete su Radio Rockit. Raggiungo il Teatro Degli Orrori nel minuscolo camerino alla destra del palco. Pierpaolo è già ubriaco fradicio. Gli altri invece sono il massimo della lucidità, tranne il batterista che o è così di natura o è fatto di funghetti allucinogeni. Non dirà un cazzo per tutto il tempo fino alla conclusione della loro performance. Pierpaolo invece dice cazzate, cioè scherza, parliamo di musica per sommi capi, del disco-split che stanno preparando con gli Zu, di Banksy e cagate varie. Non sono mica qui per intervistarli. Gli altri del gruppo riportano sempre i suoi discorsi alla razionalità. Invece io sto bene con Pierpaolo, del resto cosa sarebbero il Teatro Degli Orrori senza di lui? Un buon gruppo di musicisti attenti e rigidi. Invece lui è la versione invecchiata e inconsapevole, venuta a cazzo di cane, trasportata ai tempi nostri e in Italia, di gente come Sid Vicious. Mi dice cose tipo “il Teatro Degli Orrori è la musica indipendente italiana”. Ma parliamo soprattutto dei suoi capelli, “se li è tinti di nuovo” mi dicono gli altri, e lui risponde biascicando e non si capisce un cazzo. E’ rum quello che beve credo. Mi faccio un goccio anch’io. Fumiamo sigarette mentre si aspetta la cena. C’è lui a dar colore al gruppo. E ha una pancia gigante, appiccicata su un fisico piccolino, che sembra portare in grembo l’amplificatore sfasciato di un basso. Quando Moltheni ha finito i suoi 40 minuti è il momento del Teatro. Pierpaolo mi passa davanti barcollando già (lo farà per tutta la durata del concerto), mi dice qualcosa, cioè prova a dirmi qualcosa ma non si capiva. Gli dico “spaccate tutto!”. Fa come se volesse annuire, ma quel movimento era troppo pesante per lui e di riflesso si mette a camminare dietro la batteria. Sembra una zanzara stordita che sta per morire. Ma lui quando arriva al microfono resuscita. E’ il primo a salire. Niente smanie da rock-divo. Gli altri arrivano da direzioni diverse. Franz il batterista, l’unico del gruppo vestito di bianco, si piazza dietro cassa e rullante, il bassista arriva dall’altro camerino, quello alla sinistra del palco, dove stanno i Tre Allegri Ragazzi Morti. Ingressi separati. Si collaudano un attimo. Ed è Vita mia a noi due. Sul palco si sente discretamente. Ma tra un pezzo e l’altro dal pubblico arrivano urla tipo “impianto di merda, fonico del cazzo" e Pierpaolo si tocca i coglioni. Cioè se li accarezza. E poi lascia il microfono sull’asta, scende due scalini e parla con il vuoto. Che cazzo di tipo oh. Secondo me lui non sta capendo nulla. Nel pomeriggio mi diceva che “a volte quando l’impianto non è buonissimo, facciamo le cose a memoria, colpa del fatto che noi abbiamo dei volumi altissimi”. Suonano una versione ritoccata di "Canzone di Tom", riesce ad essere commovente il Presidente (si è autoproclamato così durante la registrazione del Podcast autogestito da loro che presto sentire su Radio Rockit). Tende la mano al vuoto, si getta tra il pubblico, si blocca, avanza, si ferma, gira, cade quasi, ma non molla. Gli altri invece sono bloccatissimi nelle loro posizioni(!) Dopo il concerto il ‘Presidente’ verrà a dirmi, con aria sfatta e occhi trasparenti, che il live appena finito è stato di “normale amministrazione”, sogghignando, e scaccolandosi a petto nudo. “E’ stato una merda” borbottava più in là Giulio 'Ragno' definitosi l’Amministratore Delegato, nonché bassista, del Teatro Degli Orrori. “Ma non così tanto, all’inizio non si sentiva bene” risponde Jonata, che aggiunge “ad un certo punto non ti sentivo proprio”. Risposta: “è normale, Pierpaolo è inciampato sui cavi staccandomeli”. Controrisposta: “ah bè almeno è successo una volta pure a te”, con l’aria di chi ogni volta deve rimediare ai dispetti alcoolici di Pierpaolo. Ma lui, Don Capovilla è spensierato. Si pettina, si riveste, parla con qualcuno e fa il serio. Franz, il batterista parla. Ha voce e gli sento chiedere in giro pareri sul loro concerto. Sul palco i Tre Allegri fanno il rochenroll. Il tipo capellone dei Marta sui tubi, chitarrista ne Le libellule, il gruppo che ha accompagnato Moltheni leggermente strafatto si avvicina e dice cose a Ragno tipo: “secondo me sei tra i più bravi in Italia, ti seguo dai tempi dei One Dimensional Man, per me sei il miglior chitarrista che c’è qui!”. E lui: “ma io suono il basso”. Cose così succedono qua sopra. Nessuno si è sfasciato la testa, o ha fatto tagli sul petto, né tantomeno ha picchiato il resto della band. Normale amministrazione direbbe Pierpaolo. E meno male che c’è lui, il Presidente.

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