Polvere - Rialto - Roma Live report, 12/10/2006

16/10/2006 di

A Roma talvolta manca solo la neve finta per poterla mettere sul comodino in una semisfera di cristallo. Passeggiare di sera per il ghetto è come nuotare in una fotografia d'altri tempi. Sorta di ricordo contemporaneo di un luogo che vive ancora scene lontane. Quelle dei vecchi che giocano a carte sulle panchine, sotto le insegne scritte a mano ed i panni stesi sui cortiletti, con le fontanelle che scrosciano in lontananza vicino ai resti della città antica. Un gomitolo di strade piccolissime collegano un quartiere che ti si poggia addosso passo dopo passo. In mezzo a tutto questo c'è il Rialto. Un luogo in cui qualcuno ha deciso di farci cose attuali, moderne, non necessariamente per tutti.



Al secondo piano di un palazzo imbronciato nel ghetto si nasconde il Rialto, uno spazio con stanze legate da corridoi decadenti ed un po' romantici. Ambienti di alcuni decenni fa, lasciati invecchiare con delicatezza e ridestinati ad accogliere attività di cultura e controcultura. Stasera nel suo teatro in diagonale incastrato in una stanza rettagolare, avvengono esibizioni di sperimentazione sonora che viaggiano al confine tra ricerca di nuovi linguaggi ed isolazionismo comunicativo. Nella serata denominata Scatole Sonore, sono chiamte due band ad esibirsi davanti ad una platea di intellettuali dubbiosi, punk riposizionati, rocker ben vestiti e romani sparsi. Gente normale insomma. Attenta e curiosa.

L'apertura della serata è per i Taxonomy, trio di manipolatori elettronici che disegnano colonne sonore per film impossibili. Sperimentazione pura, assoluta. Rumori digitali generati in real time come fossero field recordings in una foresta pluviale o in un campo di battaglia. Laptop collegati in parallelo, utilizzati come un potenziometro per sintonizzare stazioni radio. Musica per orecchie colte, incomprensibile per me che ancora penso si debba suonare qualcosa che le persone possano ascoltare. Magari è la mia ignoranza, ma resta il fatto che talvolta il verbo "sperimentare" possa diventare giustificazione per qualcosa che è semplicemente un po' brutto. Diverso invece il discorso per i Polvere, appena rientrati da un tour in Giappone che dovrebbe renderci fieri, anche se pochi ne verranno mai a conoscenza. Su disco il dinamico duo Iriondo-Coletti aveva lasciato più di un dubbio, ma dal vivo dimostra che la dimensione naturale per le sue forme sperimentali è quella che consente il contatto fisico e visivo. Il loro concerto è una commistione di architetture molteplici, che guardano al blues primordiale ed al noise decadente, per generare flussi di coscienza in cui il suono diventa rappresentazione astratta ed istintiva. Coletti suona chitarra, batteria e qualsiasi altra cosa gli capiti a tiro, campionando i suoi stessi suoni in una sorta di straziante e passionale rumorismo cantautorale. Iriondo si dedica invece al suo strumento. "Suo" nel senso di inventato, progettato e realizzato: la Mahai Metalk, curioso strumento lap steel a dieci corde collegato ad oscillatori e pedali. Xabier lo suona con oggetti di ogni tipo: pennelli, chiodi, batticarne, rami, ebow. La simbiosi tra Iriondo e Coletti è palpabile. Entrambi egocentrici, eppure combinati in modo complementare in un concerto che si spinge fino a derive hard core, coinvolgendo progressivamente anche i più scettici (tipo me).

La serata si conclude con una sessione di improvvisazione che vede Taxonomy e Polvere costruire insieme la sigla finale. Non resta che tornare a casa e fare un saluto a Roma. Certe volte è davvero bellissima e finalmente sembra essergli tornata la voglia di ospitare musica. Tutta. E pazienza se non la capisco.



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