Rocca dei Tempesta - Noale Live report, 06/09/2003

14/09/2003 di Alberto Muffato




Concerto di Noale
il panico mi assale
so di dover suonare
con gente che lo sa fare
Zabriskie e North Pole
la Dormente Vale
gruppi niente male.


Suonando una stupida filastrocca in rime baciate mi illudo di destare l’ilarità di qualcuno. M’è venuta l’altro dì provando le canzoni di questo concerto. Vorrebbe spiegare l’emozione che provo a suonare prima di gruppi così importanti: Zabriskie, Valentina Dorme (Dormente Vale), North Pole. Così a metà concerto getto la carta jolly e la intono con una certa insicurezza. Ho gli occhi inchiodati sulla chitarra per non sbagliare accordi.

Dietro il muro di luce sollevato dai riflettori mi sembra di aver spopolato il parterre davanti al palco. Un paio di sagome qua e là. Più dietro è buio. Vedo le rovine della Rocca dei Tempesta stagliarsi contro il cielo. Sono o più o meno le nove di sera e il pubblico grosso deve ancora arrivare. Siamo in mezzo alle rovine di un castello, circondati da un fossato. Mi immagino per un attimo d'essere un giullare alla corte del re.

Suono tutto il concerto dentro all’amplificatore di Mario dei Valentina Dorme. Sono particolarmente inorgoglito della cosa. Prima del concerto lui m’ha detto gentilmente che «posso usare tutto quello che voglio»; mi ha chiesto se fossi pronto ed io ho risposto che avrei suonato, ma con imprecisioni. Lui m’ha detto allora - con sottile understatement - «a me piacciono le imperfezioni». Finita l’esibizione Mario mi avanza le giuste critiche: «dovete suonare ancora parecchio; non siete male ma mi piacete più su cd. Dovrebbe essere il contrario».

A questo concerto per la prima volta è presente la mia famiglia al completo. Mia madre, che canta in un coro polifonico, mi dice che ogni tanto stecco. Mio padre elegantissimo e con la brillantina in testa, reduce da un matrimonio, dice che gli son sembrato bravo. Però non fidandosi rimane a sentire i Zabriskie - per capire se sono meglio o peggio. Non so che conclusioni tragga - dice solo che fanno più rumore di me. A me sembrano molto bravi e parecchio più rock. Il sound è british oriented, le canzoni scorrono via allegre, vitali. Vorrei starli ad ascoltare ma questo è il mio quarto d’ora di fama dopo il concerto - devo approfittarne.

Ecco infatti viene a salutarmi una ragazza che non mi scordo - malgrado tutto. Mi fa i complimenti. Io mi rattristo perché non so se la sua sia compassione o cosa. Però in fondo in fondo sono contento.

Mi chiede che maglia è quella verde con l'annaffiatoio che indosso... le rispondo che adesso vanno i fiori ma io mi riservo d'usar l'annaffiatoio. Mi inorgoglisco della battuta: «Senza acqua niente fiori». Che ridere.

I Valentina Dorme infilano le loro canzoni impeccabili una dietro l’altra - zan zan. Hanno caricato la loro colt e ora sparano tutte le cartucce. Mario parla pochissimo ma eccelle nell’arte del cantar parlando e del fumar suonando. Io di parlare cantando sono capace, ma di fumare suonando no: lo osservo con occhi pieni di invidia. Già ai tempi del mio noviziato hard rock guardavo esterrefatto Slash tentando di capire dove stesse il trucco. Mi sono bruciato mille volte le dita; mi sono intossicato i polmoni di fumo piangendo salatissime lacrime; ho rischiato di bruciarmi i capelli, quando li avevo lunghi; tutto questo per tenere la sigaretta in bilico fra le labbra, mentre mi lanciavo funambolicamente nell’assolo. Non ci sono mai riuscito.

Invece lui fumando (tre Diana blu?) suona di fila canzoni vecchie e nuove una dietro l’altra - con la flemma con cui un lord inglese ti mostrerebbe la sua riserva di caccia (ancora Diana è in agguato). "Claudia Cardinale da giovane", "una vita normale", "una colt", "la mia unica attesa", "piloti part-time"; la band è in assoluta forma, precisa, pulita, rumina il suo spleen sonico e i relativi amori/umori dissonanti. I suoni aspri che saettano dalla chitarra di Mario e Paolo/Pix si intrecciano a sollevare un senso di imprecisa inquietudine, per poi spingerci al canto nelle rarissime aperture melodiche. Il pubblico è partecipe ed entusiasta - finita l'esibizione chiede alla band di suonare ancora una canzone. Valentina acconsente.

Dei North Pole dovrei dire tutto oppure tacere. Li ho già visti più volte; già m'hanno fatto tremare i polsi. Oggi ho arringato i miei amici per l'intero pomeriggio dicendo loro «sono i migliori, sentirete che roba, non ce n'è per nessuno, sentirete qui e sentirete lì». Mi sono appena stancato di ammorbare mia sorella, che salgono sul palco. Ora li attendo al varco perché non vorrei mi facessero far brutta figura. Ma ecco, già attaccano "La distanza" e io subito mi tranquillizzo. Con note tese, limpidissime e vibrate, Paolo Beraldo ci tiene letteralmente appesi alle sue labbra. Mentre canta ci ipnotizza come un fachiro il serpente: ondeggiamo piano in attesa che ci canti ancora due delle sue parole, e poi due ancora. Arriva "Luca Marc" ed è lo sfacelo, perché è come se tutti ci fossimo gettati nel Piave con lui e stessimo cercando di salvarlo. Io mi emoziono urlando sguaiatamente al crescendo strappa-corde-vocali di "Valona"; ma tutte le canzoni, le nuove ("Laura") e le vecchie ("North Pole"), testimoniano d'una formidabile maturità di scrittura.

A spettacolo finito posso allegorizzare così fra me e me la scena del loro concerto:

gli sciami di zanzare di Alessandro Ceron ci fanno a brandelli
il martello di Federica Colella ci acciacca le dita dei piedi
la lavatrice di Erica Piol centrifuga i nostri stomaci
dalla portaerei di Paolo Beraldo decollano temibili jet a bombardare il castello.

Se non li avete mai visti suonare, andate a vederli. Se non suonano dalle vostre parti, chiamateli. Non ve ne pentirete.



Pagine: Northpole Valentina Dorme Zabrisky Alberto Muffato (artemoltobuffa)

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