Rock Island compie 20 anni

21/06/2011

Quest'anno Rock Island Festival compie vent'anni. Un traguardo importante per uno dei festival più longevi d'Italia. Per festeggiare, dal 28 giugno al 3 luglio saliranno sul palco band come Verdena, One Dimensional Man, Mariposa e Virginiana Miller. Per saperne di più su come è nata e si è sviluppata questa esperienza, Sandro Giorello ha fatto qualche domanda ad Alessandro Giovanniello, direttore artistico di Rock Island Festival.



Perchè vent'anni fa è nato il Rock Island?
Rock Island Festival nasce nel 1992 dalla necessità di un gruppo di ragazzi di dare una voce ad una generazione fino ad allora apparentemente sopita e ai margini. Erano anni complessi e organizzare un evento con la prospettiva di vederlo crescere e mutare per 20 anni appariva utopico. La scommessa è stata quella di non seguire ciecamente i numeri e le tendenze ma, al contrario, di dare un'alternativa, una cosa che fino a pochi anni fa non era così fruibile e alla portata di tutti. Adesso festeggiamo i 20 anni e stentiamo a credere che sia passato tutto questo tempo.


Perché è stato importante andare avanti per vent'anni?
Venti edizioni sono il manifesto di quello che è accaduto negli ultimi due decenni. Una sorta di "Bignami" della musica indipendente italiana targata anni '90 e anni '00. Abbiamo lavorato sul marchio, strutturandolo, modificando i nostri metodi comunicativi. Come se suonare o essere a Rock Island Festival fosse un simbolo distintivo. Siamo stati benvoluti e ci siamo ritagliati una posizione di rilievo nel panorama nazionale. Adesso le edizioni del festival sono attese con curiosità e sempre apprezzate.

Il festival nel dettaglio: chi ci lavora e chi ci ha suonato.
Rock Island vive del volontariato di un gruppo affiatatissimo di persone. Io mi occupo direttamente della parte artistica. Ci sono referenti che ricoprono ogni ruolo: dall'aspetto comunicativo e grafico a quello strutturale e di gestione dell'area. Siamo in tanti. Per fortuna. Siamo stati fortunati: abbiamo visto gli albori di quelli che poi sarebbero stati nomi di riferimento per il panorama, fin dai primi anni '90. Pensiamo ad Afterhours, Uzeda, Massimo Volume e Marlene Kuntz per poi passare più di recente a Baustelle, Dente, Zen Circus e davvero tanti altri. Sul sito abbiamo la raccolta di tutti i manifesti delle passate edizioni. Rileggere i cast è una pratica piuttosto divertente. La partecipazione del pubblico è in costante crescita. Gli affezionati sono migliaia e ci raggiungono da ogni parte d'Italia, fermandosi anche per tutti i giorni del festival.

Baustelle

Da direttore artistico, come scegli nomi del cast?
È un insieme di fattori. Lavoro molto anche durante l'inverno e gestisco diversi palchi marchiati Neverlab (Alessandro, oltre a Rock Island, cura anche una lunga serie di concerti: il festival Neverland e la sua versione invernale al Castello di Colleoni di Solza, sempre nel bergamasco, e altri eventi collaterali chiamati Neverlab, NdR) tra le province di Bergamo, Monza e Milano. Questo mi permette di avere un punto di vista privilegiato nei confronti nelle uscite e dei tour più interessanti dell'anno corrente.
Altro fattore determinante è la valorizzazione del territorio con qualche innesto di qualità, scegliendo tra la moltitudine di proposte. Il mio obiettivo è quello di ricercare una coerenza ed una continuità artistica che è sempre stata la caratteristica di Rock Island Festival.

Dopo quanto è arrivata la prima soddisfazione?
Quasi subito. Organizzare un festival come questo è stato l'innesto per una catena di eventi, una sorta di domino. Una possibilità che ha aperto mille scenari professionali a me e ai miei collaboratori. La sensazione di fare bene e i riconoscimenti di addetti ai lavori, artisti e pubblico, sono una linfa necessaria per proseguire in questa strada. Poi la gente e le facce. Gli occhi sgranati. Il prato pieno. Sono sensazioni forti che ho vissuto fin dalle prime edizioni ed a prescindere da chi fosse sul palco.

Come funziona la questione del ricambio generazionale? Immagino che i veterani dell'edizione '92 abbiano lasciato spazio ad altri.
Alcuni sono rimasti. Sono i primi che si rimettono in gioco ed energicamente mandano avanti questo carrozzone. Agnelli aveva le idee precise sulla problematica "giovani d'oggi". Io ho le idee molto meno chiare ma è certo che sono anni complessi e che è molto più difficile coinvolgere chi nel 1992 era appena nato. Nonostante ciò, ogni anno vede nuovi ingressi e qualche addio. Noi stessi, all'interno dell'organizzazione viviamo una progressiva specializzazione. Comprendiamo e mettiamo a frutto le esperienze. Il nucleo del festival cambia forma e faccia. Questo ci permettere di rinnovarci e restare attuali.

Ci sono dei gruppi a ti senti più affezionato?
E' difficile dirlo ma negli anni sono nati bei rapporti d'amicizia e qualche significativa collaborazione. Penso ai Valentina Dorme o agli Zen Circus. Oppure ai Gea ed al Il Pan del Diavolo. Ci si incontra spesso ed è sempre molto divertente quando accade. Ci accomuna la medesima passione ed è per questo che si fatica a non diventare amici. Il festival è spesso motivo di rimpatriate e grandi bevute.

Il festival è sempre stato gratuito? Perché Gratis? Come si sostiene una manifestazione del genere?
Lavoriamo da anni in questa direzione: la minor spesa per il miglior prodotto. In provincia (e l'Italia è molto provinciale) è necessario provare a formare un'utenza consapevole e critica, capace di scegliere e di recepire. Serve dare un'alternativa alla portata di un'utenza, mai come in questi anni, in difficoltà. Dal punto di vista economico, culturale e sociale. Credo che non si svilisca mai il contenuto musicale offrendolo in forma gratuito quando lo stesso è il fulcro di un evento. Abbiamo un enorme ristorante tipico e svariati punti bar. Viviamo di questi incassi. Non serve lucrare, serve raggiungere il pareggio e la garanzia della possibile edizione successiva.

Marta sui Tubi

Come ci si lega al territorio. Non conosco Bottanuco, mi dici pregi e difetti di organizzare un festival in paese da 5.000 abitanti? Perché non spostarsi a Bergamo quando avete capito che il festival funzionava e che acquistava sempre più pubblico? Avete finanziamenti comunali?
Nessun finanziamento. Paghiamo tutto quanto. Anche l'occupazione del suolo comunale. È davvero complesso riuscire a far quadrare i bilanci, soprattutto in contesto di provincia molto poco recettivo. Nel corso degli anni abbiamo lavorato tanto con l'intento di mantenere Rock Island Festival nel posto che ha visto i suoi natali. In primo abbiamo agito valorizzando l'importanza del decentramento e poi pensando che è comunque necessario avere proposte strutturate e credibili anche al confine dell'impero. Il gioco è convogliare numeri metropolitani in contesti di periferia. Milano, purtroppo, ha vissuto il suo anno nero a causa di chiusure e limitazioni. Noi, fieramente, resistiamo.

Avete sempre inserito band del bergamasco, perché? Mutuo soccorso, convinzione ferrea che di band valide ce sono sempre e basta cercarle, semplice orgoglio di provincia?
Bergamo ha una scena ricchissima e molto vitale. Bisogna riuscire a valorizzarla cercando di dargli voce. Rock Island Festival è solo la punta di un iceberg che in questi anni ha portato la nostra città e la sua provincia, apparentemente sopite, a una consapevolezza culturale precisa. Una ventata d'aria fresca, nuova, frizzante e quasi inaspettata. I Verdena, è vero, sono il nome più pesante, ma esiste una costellazione di realtà valide che si stanno facendo sentire. Per dar voce a questa necessità di "ribalta", abbiamo cercato di strutturare le serate del festival come una sorta di percorso-tributo. Col punto d'inizio posto proprio in concomitanza di una serata completamente dedicata a una realtà che è riuscita a valorizzare il prodotto della provincia senza risultare mai provinciale: la Fumaio Records.

Giorgio Canali

Musica italiana. Sarebbe una domanda troppo grande chiederti come è cambiata la nostra scena musicale in queste due decadi, ma te la faccio lo stesso: come è cambiata la musica italiana in questi vent'anni?
Che domanda… Meriterebbe una bottiglia di buon rosso ed una serata di chiacchiere. Credo fortemente che siano crollati i miti. Che non servano più stadi ricolmi e vitelli d'oro. Credo che i nostri riferimenti attuali siano persone come noi. Ragazzi e ragazze che vivono i malesseri e le difficoltà di questi anni cercando di dargli una voce. C'è una necessità comunicativa quasi istantanea, che appare più diretta e veritiera. Forse la crisi del settore ha contribuito a riportare il tutto a un livello accessibile e vicino. Forse siamo noi ad aver bisogno di essere cantati.

Quest'anno avete particolarmente insistito per avere Rockit come media partner, perché?
Perché Rockit fa parte della nostra storia. Ha percorso le nostre stesse strade, costruendo il suo domani scelta per scelta. Spesso contestata e a volte presa come riferimento più alto. Come Rock Island Festival, ancora qui a raccontare quello che sta succedendo.



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