Cos'è successo nel rock italiano nel 2015 Rubrica

Verdena - Il rock italiano del 2015Verdena - Il rock italiano del 2015
29/12/2015 di

La parola “rock” è un contenitore semantico che racchiude praticamente qualsiasi forma di musica non-colta nata tra l'America e l'Europa dalla fine degli anni '40 ad oggi. Rock dovrebbe essere tutto ciò che profuma di rivoluzione ed emancipazione, la voce della ribellione, ma anche dei sentimenti più oscuri e della necessità di esprimere se stessi non solo tramite le parole (campo di gioco dei cantautori), ma anche tramite un certo tipo di musica.
Proprio per la sua natura onnicomprensiva, è decisamente difficile capire cosa includere in un sunto di quello che è successo nel rock italiano del 2015, però ci abbiamo provato. Ovviamente non c'è una pretesa enciclopedica, ma abbiamo cercato di segnalare le uscite più importanti che hanno caratterizzato quest'anno.

I ritorni e le conferme


(Scisma)

Il 2015 è stato un anno ricchissimo dal punto di vista delle uscite discografiche. Gli Scisma, storica formazione di Paolo Benvegnù, sono tornati con un ep che arriva a 16 anni dallo scioglimento, e dopo 14 anni anche gli Ustmamò, in una formazione rinnovata senza Mara, hanno pubblicato "Duty Free Rockets"; i Ministri e i Linea 77 hanno scelto invece di ridurre al minimo la post-produzione in favore di dischi dritti, che più si avvicinano allo spirito degli esordi; Appino ha continuato fiero sulla sua strada solista, e ancora Black Eyed Dog, Bad Love Experience, Fratelli Calafuria, Albedo, Blessed Child Opera, esterina, Three Blind Mice, Kill Your Boyfriend, Daniele Celona, Three in one gentleman suit e tantissimi altri. Solo questo elenco basterebbe per capire che di roba da ascoltare ce n'è a pacchi.
Com'è ovvio che sia, non tutti questi dischi sono risultati fondamentali o resteranno negli annali della musica rock italiana, ma d'altronde in questo periodo di iperattività artistica di quanti dischi si potrebbe dire lo stesso?
Se c'è un fattore che però accomuna queste uscite è quello di portare avanti un discorso molto poco legato alle logiche di mercato e delle mode del momento, infatti a parte le solite eccezioni (Vasco Rossi, Negrita e Ligabue, per capirci), il rock italiano è praticamente assente dalle classifiche ufficiali. In un'era di ascolti mordi-e-fuggi, i Verdena pretendono attenzione per addirittura due album, il Teatro degli Orrori fa una scelta intricatissima a livello e di musica e di contenuti (e così sarà con i Bunuel, il nuovo progetto di membri della band con il cantante degli Oxbow, in uscita a gennaio).
Gli altri scelgono soluzioni più praticabili, chi avvicinandosi al cantautorato più tipicamente italiano (Albedo, esterina e Celona), chi mantenendo dritto il timone verso l'indie-rock d'oltreoceano. Poi c'è il rock'n'roll, con band come i Giuda, i Peawees, i Dalton e compagnia bella: la scelta di rivestirsi di un'aurea vintage risulta vincente perché è dichiarata, non c'è la pretesa di innovare il genere ma solo quella di portare avanti un tributo (ben fatto) a un sound codificato che non passerà mai di moda, anche se forse si rivolge ormai solo agli amanti del genere. Il revival, insomma, è un rifugio sicuro.

Gli esordi 


(Any Other)

Decisamente più interessanti sia per varietà di sound e contenuti, sia per freschezza nella scrittura, sono alcuni degli esordi del 2015. I Joe Victor sono i capobanda, anche loro in realtà in odore di revival ma con un entusiasmo e una capacità di riprodurre anche meglio dal vivo quello che già fanno egregiamente su disco. Un album che li ha subito nominati a probabili next-big-thing dei prossimi anni. Stesso discorso per Any Other, che con il suo college-rock non ci fa per nulla rimpiangere di essere nati da questa parte dell'oceano atlantico.
Da segnalare anche il rock'n'roll di Hobos/// e Bee Bee Sea, l'indie-rock di Barbados e Loveless Whizzkid, il noise di Flying Vaginas e Sweet Jane and Claire.
Un capitolo a parte meriterebbe tutta la scena hardcore-emo-punk della penisola, sempre in grandissimo fermento. Per motivi di spazio ci limiteremo a citare i Regarde, i Futbolìn, i Lags, e altre band che non sono agli esordi ma, per natura del genere proposto, sono destinati (e non pretendono altro) a restare nelle cuffie di pochi amanti del genere e negli scantinati occupati: Nient'altro che Macerie, Gouton Rouge, Auden, Montana, Rami e così via.

Gli outsider e altre creature amene


(Le capre a sonagli)

Da questo elencone sono rimasti fuori alcuni nomi che nessuno si sognerebbe mai di catalogare come propriamente rock, ma che sono ascrivibili a generi che comunque dal rock primigenio derivano. Stiamo parlando della frangia più estrema di ?Alos, Zeus e Zu, il metal dei Resurrecturis e l'interpretazione che ne hanno fatto i Bachi da Pietra, i supergruppi O.R.k. e Todo Modo, il blues di Adriano Viterbini, il soundtrack-funk di Calibro 35 e La Batteria, i Three Steps to the Ocean e i San Leo, l'indefinibilità delle Capre a Sonagli, le suggestioni del folk americano di C+C=Maxigross, B.M.C., Phill Reynolds, fino ad arrivare alle proposte più psichedeliche (da intendersi in senso ampissimo anche qui) di Maya Galattici e Sakee Sed.
Ciò che ne viene fuori è un mosaico quanto mai variegato, così come lo è la parola “rock”.

Come dicevamo, il rock italiano è davvero poco presente nelle classifiche ufficiali di vendita, in molti casi perché la proposta sarebbe troppo estrema per un pubblico generalista. Ma proviamo a considerare solo il debutto nelle prime 10 posizioni della classifica FIMI: i Verdena hanno conquistato il primo posto nella settimana del 28 agosto con “Endkadenz vol. II” e il terzo nella settimana del 26 gennaio col vol. I, ma la cosa interessante è l'effetto domino che ha fatto rientrare in classifica i vecchi album dei Verdena, con l'esordio del 1999 che si è piazzato al 74esimo della classifica FIMI del mese di ottobre; i Ministri invece sono al terzo posto nella settimana del 18 settembre con “Cultura generale”, il Teatro degli Orrori al settimo nella settimana del 2 ottobre. Questo suggerisce che c'è un evidente scollamento tra la mole di dischi che viene prodotta nell'ambito del rock italiano e i nomi che davvero sono capaci di arrivare a una fetta di pubblico più ampia. Non è un caso che gli stessi nomi siano quelli che fanno tour sold-out e che nessuno di questi sia un new-comer.
Niente di nuovo sotto il sole: nei decenni passati le major hanno sempre e comunque investito solo su pochi nomi selezionati che proponessero una versione del rock che potesse essere gradita a una grossa fetta di pubblico (vedi alla voce Timoria e Negrita), e ogni volta che una band "indie" è salita sul palco di Sanremo (Afterhours e Marlene Kuntz su tutte) ha dovuto subire infiniti processi alle intenzioni.

 
(Futbolin)

La volontà di rimanere trincerati in un sistema "indipendente" alla lunga diventa una trappola da cui è difficile uscire: quante volte abbiamo sentito dare dei "venduti" alle band rock che finalmente riuscivano ad apparire sulla copertina di una rivista che non fosse la fanzine autoprodotta in 50 copie?
Tutte lezioni che invece un altro genere di gran voga in Italia, e che come il rock viene dagli scantinati e dai centri sociali, ha imparato e ha piegato alle proprie necessità (compresa l'abitudine di gonfiare le vendite con i firma-copie, che danno una bella impennata agli ingressi in classifica): stiamo parlando del famigerato rap tanto inviso agli ascoltatori di rock. E la cosa straordinaria è che il disco più "rock", inteso come contenuti, passione, sudore, rabbia, protesta, sentimento, ma anche beat incazzati, cupi e sinistri, addirittura con i chitarroni, testi dritti e craniate in faccia - è stato proprio un disco rap, "Suicidol" di Nitro, un performer che in più ha anche un particolare timbro vocale che da troppo tempo manca nel rock italiano.
Probabilmente questo è un altro dei motivi per cui non si entra in classifica e non si riempiono gli stadi: manca la "cazzimma" e la voglia vera di fare la rivoluzione.
C'è da aggiungere che le band citate fin qui, e ancora di più quelle che quest'anno hanno generato più interesse (come il ritorno degli Scisma, del Teatro degli Orrori o dei Verdena), sono anagraficamente più vicine ai 40 che ai 20, mentre i gruppi formati da giovanissimi si contano sulle dita di una mano. Stesso discorso per il pubblico: la sensazione è che gli ascoltatori siano probabilmente gli stessi cresciuti assieme alle band che hanno iniziato 15 o 20 anni fa. C'è poco ricambio generazionale nel rock proprio perché il rock non è, in questo momento, la voce di quelle generazioni che dovrebbero avere voglia di cambiare le cose. 

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