Rock the Nasdaq: storia dell'alternativo che conquistò la finanza

Raffaele Coriglione è un podcaster che, dopo esser rimasto folgorato da un concerto dei Clash, ha passato dieci anni di fuoco a Londra negli anni ‘90, lavorando in banca di giorno e andando ai migliori live underground di notte. Stefano Bottura, direttore di MI AMI, l'ha incontrato per noi

Raffaele Coriglione con alle spalle il murales dedicato a Joe Strummer a New York
Raffaele Coriglione con alle spalle il murales dedicato a Joe Strummer a New York

La vita di Raffaele Coriglione è una di quelle che sembra legare passioni inconciliabili. Basta ascoltare i suoi due podcast principali a cui presta la voce: il primo è Black Box, realizzato con Guido Brera, dove parla di finanza; il secondo e Dal Vivo, con Carolina Di Domenico, dove il focus principale riguarda invece il mondo dei live. Questa doppia anima deriva principalmente dal suo periodo di vita passato a Londra, dove di giorno lavorava per le banche di investimento e la sera andava al Ministry of Sound. Stefano "Fiz" Bottura, direttore di MI AMI Festival, l'ha contattato per ripercorrere con lui i concerti che gli hanno cambiato la vita, l'uscita dalla finanza e quello che i soldi stanno facendo alla musica dal vivo.

Stefano: Qual è il concerto che ti ha cambiato la vita?

Raffaele: I Clash alla Brixton Academy, il tour di Combat Rock. Era uno dei miei primi concerti, l'estate in cui abbiamo vinto i Mondiali: il concerto era l'11 o il 12 luglio, la finale il giorno dopo. Sono quelle cose che decidono il corso della vita. È una specie di epifania: da ragazzino resti folgorato e non lo abbandoni più. Tutta la mia storia musicale, quello che mi piace, è ancora legato a quel tipo di musica.

Stefano: Ma come sei finito a quindici anni a vedere i Clash?

Raffaele: I casi della vita. Eravamo a Londra, io e un mio amico di Roma, ospiti da una zia che ci lasciava molto liberi. Facevamo quello che volevamo, davvero. Quella sera sapendo che ci sarebbero stati i Clash ci siamo andati, molto semplicemente. Ci siamo presentati davanti al locale senza biglietti: era un'epoca in cui il concerto era un'altra cosa, avremmo pagato due sterline per entrare. Oggi sarebbe impossibile. Ti giuro che quando è uscito Strummer con la cresta rossa e hanno attaccato subito con London Calling... Un delirio, ti dico, un delirio. Io da lì sono rimasto folgorato. 

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Stefano: Ascoltando i tuoi due podcast mi ha colpito questa doppia anima: parli di finanza in modo super preparato e poi fai un podcast sui concerti, sulle emozioni. Concerti epocali: i Clash, ma anche il tour di Banana Republic di De Gregori&Dalla. C'è questa cosa di trovarsi nei posti giusti. Qualcuno lo chiama un dono. Per assurdo sei andato anche a vedere Madonna: come fa uno che va a vedere i Clash a finire da Madonna?

Raffaele: Da De Gregori e Dalla, diciamo che mi ci avevano portato i miei genitori: era la loro musica, non la mia. Anche da Madonna sono stato portato. Però sì è vero, alla fine posso dire che c’ero in quei momenti in qualche modo epocali. Poi negli anni ho visto davvero di tutto. A Roma arrivava di tutto: i Cure, gli Specials, i Madness. Un altro concerto pazzesco fu quello degli U2 allo Stadio Flaminio, il tour di The Joshua Tree del 1987, con i Big Audio Dynamite e i Pretenders. Dopo al Flaminio non hanno fatto quasi più concerti, perché le case dei Parioli lì intorno protestavano per il casino. Ci andavamo alle quattro del pomeriggio. Era bellissimo.

Stefano: Se dovessi fare la tua top 3 dei concerti? Quelli veri, non quelli da citare per fare il figo.

Raffaele: Primo, nettamente, come già detto, i Clash dell'82. Poi quello dove mi sono divertito di più: i Gogol Bordello a Milano, al Carroponte nel 2010. Poi un festival del 1993, quando abitavo a Londra… non mi ricordo il nome, a Milton Keynes (nel Buckinghamshire) suonavano i Radiohead, i Cranberries e i REM. Pazzesco. E poi manca la mia band live preferita in assoluto: i Pearl Jam. Li ho visti almeno dieci volte, ma non saprei dirti quale sia stato il loro miglior concerto per me.

Stefano: Sai che io non li ho mai visti? Non sono mai entrato in sintonia con loro, non so perché…

Raffaele: Io credo molto nel momento in cui senti una certa musica. Quello che ti resta è come la madeleine di Proust: senti qualcosa e ti tornano fuori ricordi che nemmeno sapevi di avere. E sei felice. Andare a un concerto, per me, è una delle grandi felicità: stare in mezzo a tutta quella gente a sentire musica.

Stefano: Fino a quando sei andato ai concerti? Hai mai smesso?

Raffaele: Assolutamente no. Però adesso pago il biglietto del pit, del VIP, perché non ho più il fisico per stare in mezzo. Ed è proprio quello che mi manca: stare in mezzo a duemila persone che si muovono da tutte le parti. Uno degli ultimi concerti che ho visto sono stati i System of a Down qui a Milano, meravigliosi. Per non essere ridicolo non mi sono buttato nel pogo, ma li ho visti da vicino. Già dieci anni fa ti ho citato i Gogol Bordello perché è uno dei concerti più fisici: ricordo un’altra data loro all'Alcatraz, una festa incredibile, un rito collettivo, tutti a torso nudo. Quella roba lì, per limiti d'età, non ce l'ho più.
Quest'estate sono stato al Primavera Sound di Barcellona. Fisicamente è molto provante: fai venti chilometri al giorno per girare da un palco all'altro. Ma è organizzato alla grande. Secondo me non è ancora stato preso d'assalto dagli influencer e dalla pubblicità, però ci si stanno avvicinando… quest'anno ho visto una marea di sponsor, da tutte le parti.

Stefano: Ti dà fastidio?

Raffaele: Mi dà fastidio il concerto-evento. Quello che attrae gente che magari della musica non è tanto interessata e ci va per farsi una foto: quello mi fa impazzire. Quindi -per dirti- non andrò a vedere gli Oasis. Li ho visti nel '96 a Londra, a Earls Court, dove andavano visti, ed è stato molto bello. Ma non sono nelle mie rotazioni, e non andrei solo per postare una foto su Instagram e dire "c'ero".

Stefano: Cosa facevi a Londra negli anni 90?

Raffaele: Lavoravo in una banca d'investimento. Ci ho lavorato tanti anni. Ero laureato in economia e un amico dell'università mi disse: "perché non vai a Londra, così non fai il militare?". C'era una legge che lo permetteva. Non avevo nemmeno l'idea di lavorare in banca. Siamo partiti io e altri amici e ci siamo trovati di nuovo nel posto giusto al momento giusto: stava partendo l'internazionalizzazione della finanza italiana e cercavano italiani. Ci sono rimasto dieci anni. È stata la fortuna della mia vita.

Stefano: Parliamone, mi piace capire le traiettorie delle persone. Uno si immagina il banchiere d'investimento a Londra, non uno che va ai concerti tutte le sere.

Raffaele: Il punto è che non è che vai a lavorare a Londra e diventi uno yuppie. Resti quello che sei, con un'altra veste: stai facendo un lavoro. La sera andavamo a vedere gli Smashing Pumpkins, andavamo al Ministry of Sound. Lo stereotipo non esiste: un paio dei miei migliori amici di sempre li ho conosciuti in banca. E con gli studi di economia e commercio che avevo fatto, all'epoca non c'era un posto migliore dove andare a lavorare. Al primo bonus non ci credevo: numeri di cui non avevo mai nemmeno sentito parlare.

Stefano: In Italia sarebbe stato diverso.

Raffaele: Un mondo totalmente diverso. Stava succedendo qualcosa di epocale: la finanza italiana si apriva al mondo, partiva la convergenza europea verso l'euro. Quando svalutarono la lira io lavoravo già in banca: un casino pazzesco, crolli di mercato. Ma quello fu l'innesco che portò l'Italia dentro la finanza internazionale. In un certo senso siamo diventati una colonia: l'Italia è stata colonizzata dalla finanza internazionale, dagli americani. E io lavoravo per una banca americana, figurati.

Pubblico a MI AMI 2026 - foto di Luca Secchi
Pubblico a MI AMI 2026 - foto di Luca Secchi

Stefano: Insisto, perché sono curioso. Hai chiaramente un background alternativo: anche in Black Box, con Guido Brera, sei tu l'alternativo con una visione del mondo più “larga”. Banalizzando, sei un alternativo prestato alla finanza.

Raffaele: Su chi ha lavorato in finanza ci sono molti stereotipi, ma è un lavoro come un altro. Poi è vero che a un certo punto ho avuto una crisi. Erano anni importanti: avevo trent'anni, c'era stato il G8 a Genova, c'era un grande fermento, anche musicale. E ti chiedi: ma che cazzo sto facendo? Poi arrivi a un punto in cui sei economicamente a posto, e molli. Conosco tantissima gente che non ha mai mollato ed è ancora dentro. Mi ricordo che da ragazzino non ero un gran lettore, ero curioso, e a un certo punto mi sono sentito perso perché non avevo letto i classici. Ero tornato a lavorare da Milano, andavo due o tre settimane a Londra. A un certo punto ti sdoppi, e se ne accorgono pure loro. Quello è il punto: quando sei là dentro sei un soldato, in tutto e per tutto. Poi fai quello che vuoi, ma quello che fai non deve avere dubbi. Nel momento in cui ti vengono, devi mollare. E ti vengono, te l’assicuro, quando vedi crisi dopo crisi chi paga e chi ci guadagna. Poi io venivo anche da un certo pensiero politico e non ho più retto. Non è stato un pentimento: lo rifarei domani. Ma c'erano tante altre cose più divertenti che non conoscevo, e volevo esplorare. Mi son sempre trovato un pò a caso nelle situazioni. Anche la facoltà universitaria… magari la scegli perché sei bravo in matematica. Mica ci pensi troppo… Chissà cos’altro avrei potuto fare... Non la musica, però, questo è sicuro: sono un grande fan, ma sono negato a suonare qualsiasi strumento.

Stefano: Non ti è mai venuta voglia di passare dall'altra parte, organizzare concerti, lavorare nella musica?

Raffaele: A un certo punto sono diventato amico di Fran Tomasi, quello che organizzò il famoso concerto dei Pink Floyd a Venezia. Mi hanno coinvolto in una mega mostra sui Pink Floyd che doveva girare il mondo. Alla fine non è andata: il budget saliva sempre, era complicato. Ci sono stato dentro un anno, poi l'hanno fatta loro (i Pink Floyd) senza di noi. Però mi affascinava da morire, era divertentissimo. E ho capito che la finanza applicata alla musica è completamente diversa: segue dinamiche sue.

Stefano: Mi incuriosiva una cosa che hai detto: "ho finito con la finanza e faccio altro". Capita spesso che si riprendano le passioni di quando si era ragazzi. C'è chi si rimette a suonare il sax, chi si mette a organizzare concerti o a produrre una band.

Raffaele: Non sono capace. Non sono un organizzatore. Quello che fate voi non sarei in grado di farlo, non ho quelle qualità. In banca ero dentro un grande meccanismo che poi facevo mio, ma non avrei mai saputo organizzarlo. La macchina dietro un festival è super complessa, servono qualità organizzative che non ho. Le mie sono più individuali: analizzare, parlare. In banca facevo quello, stavo al telefono con i grandi fondi e le grandi banche di tutto il mondo. Se mi avessi messo a organizzare, avrei fatto saltare tutto in aria.

Stefano: Però hai detto che al Primavera guardavi come girava la macchina, per capirne l'economia.

Raffaele: Per capire, sì. Ma non mi sarei mai messo a fare un altro Primavera: non saprei da dove cominciare. Credo di essere uno che osserva tantissimo, e quella macchina mi ha affascinato. Sono stato anche in altri festival. Dovevo andare al Coachella l'anno del Covid, c'era la reunion dei Rage Against the Machine. Poi non ci sono più andato.

Stefano: Il Coachella oggi non è un festival musicale, è un'altra cosa. È come stare su un eterno ipotetico red carpet. Non è più (solo) musica.

Raffaele: Quel rischio c'è comunque, anche qui. Ma un grande concerto è un concerto, non un festival, e ogni concerto ha un pubblico completamente diverso. 

Stefano: Tra finanza e musica c'è un cortocircuito. Tu dici di non ragionare per stereotipi: si lavora in finanza e la sera si va ai concerti. Però hai anche detto che a un certo punto quell'attrito è diventato troppo forte. Allora ti chiedo: c'è qualcosa che la musica può imparare dalla finanza, o viceversa?

Raffaele: Dalla mia esperienza, la musica può imparare dalla finanza una gestione oculata: capire esattamente le proprie possibilità, non fare il passo più lungo della gamba. Ma credo che stia cambiando tutto. C'è un'enorme finanziarizzazione della musica, che è diventata un business come un altro. Guarda Live Nation: è quotata in borsa, fa numeri enormi, ha un'integrazione verticale che fa paura. È una macchina da guerra. La musica quel passaggio l'ha già fatto: si è finanziarizzata e industrializzata, ed è per questo che è cambiato tutto. Non dico che i concerti siano fake, ma si vede che sono fatti in modo industriale e manca la spontaneità. Quella la ritrovi nei concerti più piccoli: i Gogol Bordello all'epoca erano una cosa totalmente genuina, fuori dalle dinamiche del mega concerto. Un tour degli Oasis è come un'obbligazione: vale centinaia di milioni di dollari. Poi c'è la cartolarizzazione dei diritti musicali, un'altra unione tra finanza e musica. Dalla finanza non si scappa. Lo diceva Toni Negri in Impero: tutto è sussunto all'economia. Altrimenti rimani nella nicchia, ed è difficile uscirne. Mi ricordo una delle grandi battaglie dei Pearl Jam contro Ticketmaster. Ti ricordi? Oggi i Pearl Jam lavorano con Ticketmaster. Alla fine tutti seguono le regole ed è per questo che non c'è più nessuna differenza. La differenza la fai tu, con il modo in cui vivi le cose. Ma pensare alla musica fuori dai circuiti finanziari mi sembra impossibile.

Stefano: Me ne dispiaccio, ma sono d'accordo e lo vediamo anche noi come festival. Abbiamo fatto vent'anni di MI AMI, venti edizioni e abbiamo visto cambiare radicalmente il music business in Italia, a qualsiasi livello. Mi annoia parecchio la posa del "noi siamo i duri e puri, noi siamo quelli bravi": non funziona e -ripeto- non mi piace. Però mi piacerebbe trovare un modo per continuare a far vivere ai ragazzi e alle ragazze che vengono al festival un'esperienza potente, anche in quest’era di finanziarizzazione della musica. È questo che è complesso.

Raffaele: Prima del Covid sono andato a vedere Bob Dylan, e ci hanno sequestrato il telefono. Io credo davvero che uno dei primi passi per la musica dal vivo sia levare i telefoni. A certi concerti hai muri di schermi che ti tolgono completamente il divertimento. Cosa cambia se ci sono già un miliardo di video di quello stesso pezzo? Serve solo a dire "io c'ero". Separare la musica dalla photo opportunity che ognuno vuole farsi la renderebbe molto più genuina.

Stefano: Anche dal punto di vista logistico non è facile togliere quindicimila telefoni: dove li metti, come li gestisci? Però è vero, infatti molti artisti ultimamente lo chiedono: spegnete i telefoni, siete qui.

Raffaele: È il degrado dell'esperienza dal vivo. È degradante, secondo me. Anche se, lo ammetto, qualche video l'ho fatto anch'io.

Stefano: Vedi? Funzioniamo così, come esseri umani. Il telefono ci è entrato dentro, è molto difficile uscirne. Come dalla finanza, non si può.

Raffaele: Credo sia anche uno dei motivi per cui i numeri della musica live sono triplicati, quadruplicati negli ultimi anni.

Stefano: Sì, ma sono numeri dopati dai big, dai mega concerti, dalle mega produzioni. I concerti medio-piccoli soffrono tantissimo. È come in finanza: i colossi dell'intelligenza artificiale pompano gli indici e sembra che vada tutto bene, mentre sotto è un massacro. Un Vietnam, come dici nel podcast.

Vista Idroscalo a MI AMI 2026 - foto di Pippo Moscati
Vista Idroscalo a MI AMI 2026 - foto di Pippo Moscati

Stefano: Nel podcast parli tanto del costo dei biglietti e Carolina ti prende in giro per questo. Ma è utilissimo perché mostra un'altra epoca. Non sapevo che il concerto di De Gregori e Dalla costasse mille lire (1000 lire !), come tre caffè. Mi ha fatto scoppiare la testa. Mi sono segnato tutti i prezzi perché non ci credevo.

Raffaele: I Clash a 7.000 lire. Bob Marley a 4.000 lire.  Madonna...

Stefano: Madonna, una roba assurda: 35.000 lire, che avevi detto essere circa 40 euro di oggi.

Raffaele: Sì, con l'inflazione. Era tanto, ma considerando tutto ci stava. Ho sentito che gli Oasis costano 260 euro.

Stefano: Anche 400, per alcuni posti.

Raffaele: Fai un pacchetto VIP e fallo pagare quello che vuoi, ma 260 euro per il biglietto normale è quasi un insulto.

Stefano: È un insulto. E sono i grandi gruppi che decidono.

Raffaele: Alcuni li conosco personalmente, sono miei amici da tanto, e spesso glielo dico. C'è il prezzo dinamico, c'è la lotta al bagarinaggio: capisco tutto, ma il problema è che sta diventando una cosa classista.

Stefano: Che indicatori vedi? Dove andrà il futuro, visto che sei bravo a leggere finanza, musica e prezzi?

Raffaele: Credo che alcuni artisti dovrebbero entrare di più nel pricing. Non dico fare la guerra agli organizzatori, ma almeno calmierare. Dall'altra parte c'è la piaga del bagarinaggio, ed è difficile uscire da quella trappola. Gli Oasis per vent'anni non hanno fatto un disco, e molti che ci vanno probabilmente li hanno conosciuti dopo. Eppure hanno creato un interesse enorme, perché le loro canzoni sono delle specie di inni. Quel tipo di cosa funziona. Agli Oasis magari arrivano influencer pagati dalle aziende che non sanno nemmeno chi sono gli Oasis. E’ la solita logica dell’evento planetario imperdibile. Poi comunque, oltre agli Oasis, resteranno sempre delle nicchie musicali sane. Ad esempio c'è roba che adesso mi fa impazzire, tipo i Fontaines D.C., e spero restino fuori da questo meccanismo. Sono di moda, ma non hanno il pubblico che va per farsi una foto. E poi, per me, i festival sono la cosa migliore in assoluto. Purtroppo in Italia non è così.

Un po' di folla a MI AMI - foto di Silvia Violante Rouge
Un po' di folla a MI AMI - foto di Silvia Violante Rouge

Stefano: Perché costa farli. Non è che siamo i più bravi: noi e pochi altri facciamo un festival, e ti chiedi perché non ce ne siano altri in Italia. Poi guardi il tuo file Excel e capisci: devi essere folle per fare un festival in Italia.

Raffaele: Economicamente, però, un festival ti fa controllare tutto: il bere, il mangiare, il merchandising. Dipende da quanta gente arriva, ma il profitto lo conosci prima che il concerto avvenga. I numeri non sono una sorpresa.

Stefano: Dici quasi tutto in prevendita?

Raffaele: Non solo. Hai le matrici: sai quante birre vendi, quante magliette.

Stefano: Sì, negli anni ho sviluppato in modo empirico alcune formule. La spesa media giornaliera nel bere varia in una certa forbice a seconda del tempo, se fa caldo o freddo, e della line-up. Se la line-up è troppo giovane, i ragazzi non bevono nulla. Le nuove generazioni non bevono alcol: si inizia a vendere tantissima birra analcolica. L'anno scorso ero incredulo: a un certo punto l'abbiamo finita. È proprio un altro mondo. Prima facevi il business plan e mettevi una cifra per il bere. Adesso devi tagliare molto quella voce e ricalibrarla sull'età media del pubblico: se consumano di più o di meno, se bevono più cocktail o più birra. In Italia non c'è la cultura del festival per cui, qualsiasi tempo faccia, ci vado lo stesso. Vendiamo tanti biglietti prima, ma il risultato finale si decide nell'ultima settimana, quando la gente guarda il meteo. Per fortuna il MI AMI, negli anni, anche con piogge e disastri, ha fidelizzato il pubblico e lo ha abituato all'esperienza. Ma in Italia manca davvero tanto questa cultura dell'Esperienza.

Raffaele: Secondo me in Italia c'è un altro problema. Non siamo più dominati dall'estero, ma da un genere musicale, dalle classifiche ai concerti. Se non prendi quegli artisti, i numeri non li fai.

Stefano: Vero, i ragazzini ascoltano tutta trap. Per noi quel genere passa di striscio, non è il nostro core. E poi c'è l'indie, che come tale non esiste più. Noi siamo ancora visti come una cosa indie, hai ragione, ma dentro c'è di tutto, anche elettronica, e c'è tanto rap. È una bella battaglia.

Raffaele: Quest'estate al Primavera capivo anche che giro di soldi ci fosse dentro: enorme. Pieno di cibo, di bere, e soprattutto un'offerta musicale variegatissima: dalla techno al pop, cose nuove e cose del passato, fino ai Cure. Forse il segreto è quello: avere qualcosa di transgenerazionale che unisca tutti i mondi. Certo, a Barcellona hanno quello spazio enorme sul mare.

Stefano: E la gente arriva da tutta Europa, e vivere costa meno. Milano è una città cara: i ragazzi che vengono da tutta Italia o hanno amici che studiano qui, o devono pagarsi un albergo che costa tanto. Adesso però hanno aperto la metro fino a Linate: dall'uscita all'ingresso del festival sono diciassette minuti a piedi.

Raffaele: Quello che noto è che in Italia mancano posti davvero adatti alla musica.

Stefano: A Milano, negli anni, hanno chiuso parecchi locali piccoli dove si suonava. La città da questo punto di vista è andata in sofferenza. È arrivata la finanza e ha fatto il suo.

Raffaele: È sempre la legge dei grandi, purtroppo. Alla fine ammazza tutto ciò che non sta dentro quei meccanismi. È la logica economico-finanziaria di questo momento.

Stefano: Chiudiamo su una nota positiva. C'è una cosa sul linguaggio che mi incuriosiva, visto che ti piace anche Vasco Brondi. Ascoltando Black Box mi è sembrato un linguaggio da iniziati della finanza: io capisco un decimo di quello che dite. Ho studiato design al Politecnico e mi sono trovato ad amministrare una società che fa festival, quindi ho dovuto inventarmi i bilanci e i fogli Excel. Li faccio colorati, e infatti mi prendono in giro. Voi nel podcast si vede che fate un grosso sforzo per rendere tutto chiaro, perché le persone capiscano i meccanismi finanziari in cui sono incastrate. Però resta qualcosa di iniziatico. Un po' come i critici musicali con il loro gergo: se mia zia aprisse Rumore e leggesse le recensioni, non capirebbe niente.

Raffaele: Secondo me ci sono due piani. Io vengo da un'impostazione economica umanistica: ho studiato alla Sapienza, con professori della scuola di Federico Caffè. Era molto economia politica. Chi studia oggi in Bocconi è già orientato a un linguaggio più asettico. Io provo a trasmettere quella impostazione, non per scelta strategica: è quello che so. Poi è chiaro che, se parli di certe cose tecniche, devi usare quei termini. C'è una neolingua che a volte può dare fastidio, fatta di inglesismi, ma sono parole nate dentro quel mondo e la consuetudine è usarle. Usarle in un podcast divulgativo può anche essere interessante. È come leggere un libro che non capisci fino in fondo. A me è successo tante volte di non capire, ed è stato il motore della mia vita: andare a cercare che cosa vuol dire, perché. Quelle cose poi ti restano impresse. Come un libro che te ne porta altri dieci. Spero che chi ascolta il podcast vada poi a leggersi certe cose. Ormai, con l'intelligenza artificiale, è tutto semplice: senti qualcosa e chiedi, ed è come avere un genio che ti risponde. Noi il podcast lo facciamo completamente a ruota libera, senza scaletta. È per questo che ci divertiamo, e probabilmente è anche quello che piace a chi ascolta: non siamo impostati.

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L'articolo Rock the Nasdaq: storia dell'alternativo che conquistò la finanza di Stefano 'Fiz' Bottura è apparso su Rockit.it il 2026-11-03 14:40:00

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