Costruire la voce di Dio

Due anni di tempo. Ci voleva nel '500, ci vuole ancora oggi per costruire un organo a canne. Abbiamo ammirato il processo a Padova, nella fabbrica dei Fratelli Ruffatti che dal 1940 fa suonare le chiese di mezzo mondo

- © Tutte le foto sono di Giulia Callino, salvo dove diversamente indicato
13/05/2026 - 10:21 Scritto da Giulia Callino

“È un’arte che mette insieme architettura, scultura, artigianato e musica, in un’opera di ingegneria. Tutto racchiuso in un unico manufatto, immaginato per durare nei secoli”. Sulla scrivania a cui siamo sedute, Michela Ruffatti ha dispiegato un grande foglio, un progetto disegnato con un programma CAD: mostra la struttura di un somiere, decine di cerchi a rappresentare i fori che accoglieranno altrettante canne. Ci troviamo a Padova, nello stabilimento di Fratelli Ruffatti, azienda a conduzione familiare che, dal 1940, costruisce e restaura organi a canne. Una produzione realizzata artigianalmente in ogni componente, che prosegue l’antica tradizione della scuola veneziana fondata da Pietro Nacchini e continuata da Gaetano Callido, attraverso strumenti diffusi sia in Italia, dove se ne contano oltre 500, che all’estero – con un primato europeo di oltre 50 organi Ruffatti installati negli Stati Uniti, accanto a strumenti in nord Europa, Messico, Australia, Irlanda e Cina.

“L’azienda fu fondata da mio nonno Antonio e dai suoi fratelli Alessio e Giuseppe Ruffatti, che già prima lavoravano per un costruttore di organi della zona. Il periodo del dopoguerra vide un grande impulso anche nella ricostruzione delle chiese: fin dall’inizio, mio nonno ebbe però il desiderio di rivolgersi anche all’estero”. Il primo organo non destinato all’Italia fu quello del Santuario di Fatima: “Prima della consegna, fu installato nella basilica di Santa Giustina, dove rimase una settimana per un ciclo di concerti. Poi venne caricato in una serie di camion che, alla partenza, furono benedetti”. 


(Davies Symphony Hall, San Francisco, California – USA, Organo a cinque tastiere, 1984. Foto per gentile concessione di Fratelli Ruffatti)

Per raccontare le competenze racchiuse nel lavoro dell’organaro, Michela Ruffatti mi accompagna all’interno dello stabilimento, dove sono realizzati strumenti a trasmissione sia meccanica che elettrica. Attraversarlo, tra tavole di mogano in stagionatura, consolle in restauro e scaffali di canne in stagno e piombo, restituisce la complessità produttiva dietro alla costruzione di un organo – un monumento sonoro di tastiere, valvole, pedali, migliaia di canne e mantici.

Realizzarne uno richiede quasi due anni: dal reparto falegnameria, allo sviluppo delle meccaniche, alla lavorazione della pelle, fino alla fusione dei lingotti per produrre le lastre necessarie alla creazione delle canne. Un processo alchemico, immutato dal Cinquecento, eseguito colando i metalli fusi su un piano di marmo e facendovi scivolare sopra una slitta: “Per fabbricarle, dobbiamo partire dai registri cercati. Le canne del principale richiedono un suono più brillante e hanno all’interno più stagno, quelle di flauto più piombo, per un suono più caldo e dolce. Abbiamo poi un reparto di intonazione e accordatura: il luogo dove definiamo il timbro delle canne ed esse prendono una voce”.

Se per i restauri il punto di partenza sono lo studio e i rilievi del manufatto, la costruzione di un nuovo strumento parte dall’analisi dell’ambiente che lo ospiterà: “Ogni organo è diverso, perché richiede sempre l'interazione con un luogo specifico. Dobbiamo vedere gli spazi della chiesa e misurarli. Analizziamo se l’acustica sia vivace oppure sorda, cosa molto frequente nelle chiese statunitensi, dove moquette e sedili imbottiti assorbono il suono e i soffitti tendono a disperderlo” prosegue Ruffatti, mentre alle sue spalle un collaboratore sta montando una facciata di canne. “Per noi è fondamentale capire le esigenze di organisti e direttori musicali e adattarci, perché questo ha un impatto anche sul piano progettuale e costruttivo. Il disegno tecnico deve poi tenere conto dell’aspetto estetico, affinché l’organo sembri appartenere al luogo in cui lo installeremo”.


(© Fratelli Ruffatti 1971 Saint Mary's Roman Catholic Cathedral. Stephen Schnurr)

A partire dagli anni Sessanta, e a seguire con la seconda generazione rappresentata da Piero e Francesco Ruffatti, l’azienda avvia una lunga storia di collaborazione con Canada e Stati Uniti. Tra i progetti, l’organo realizzato nel 1971 a San Francisco per la Saint Mary of the Assumption’s Cathedral, progettata da Pierluigi Nervi: “Si trattava di una struttura molto innovativa, in cui la costruzione di cemento presentava molti elementi curvi e dove all’organo era richiesto di diventare una sorta di fiore, visibile da tutti i lati.

"Sempre a San Francisco, porta il nostro nome anche l’organo della Davies Symphony Hall, caratterizzato da canne alte quasi 10 metri: ho un ricordo molto vivido di mio padre al lavoro quando lo stavamo montando”. Per la Crystal Cathedral di Los Angeles, oggi Christ Cathedral, Fratelli Ruffatti ha invece realizzato il quinto organo più grande al mondo: uno strumento molto scenografico, inserito in una cattedrale di vetro e dotato di oltre 16.000 canne. In Italia, tra le centinaia di realizzazioni, anche quello a sei tastiere della Basilica di Santa Maria la Nova di Monreale.

Accanto alla costruzione di nuovi strumenti, l’azienda è attiva anche in un’ampia attività restaurativa di tipo filologico. Un processo che implica l’intervento su manufatti sempre unici e un lavoro su componenti sia lignee che metalliche e su meccanismi complessi: “Prestiamo grande attenzione all’utilizzo degli stessi materiali usati in origine, tenendo sempre presente che, rispetto ai restauri effettuati su dipinti o materiali lapidei, quello di un organo è anche funzionale. Per noi, significa anche confrontarci con le scelte di chi ci ha preceduto. Ricordo ad esempio i mantici dell’organo cinquecentesco dell’Oratorio della Co-Cattedrale di San Giovanni alla Valletta, attribuito a Raffaele La Valle: invece di essere rivestiti in pelle di montone, erano di cuoio. Una scelta anche estetica inusuale e rara, che abbiamo mantenuto attraverso un’impellatura interna”.


(The Church of the Epiphany, Miami, Florida – USA Organo a tre tastiere con doppia consolle, 2002. Foto per gentile concessione di Fratelli Ruffatti)

Pur conservando una forte tradizionalità, l’organaria è un campo che accoglie la ricerca – nel caso di Ruffatti, attraverso programmi CRAFT della comunità europea e alle università, tra cui quelle di Edinburgo, Praga e Budapest e lo Steinbeis GmbH & Co. für Technologietransfer di Stoccarda, coordinati dal Fraunhofer-Institut für Bauphysik sempre di Stoccarda: “Continuiamo a studiare le varie parti dello strumento per migliorarle, dai condotti d’aria, alla forma delle canne, alla silenziosità dei ventilatori. Sono attività che non si vedono dall’esterno, ma centrali per migliorare le prestazioni. Cerchiamo di accogliere le innovazioni che puntano a portare l’organo nel futuro”.

È evidente, anche consultando la lista delle realizzazioni di Ruffatti, quanto la sua funzione sia legata alla liturgia: “Lavoriamo però anche con conservatori, sale da concerti e università. All’estero, l’uso liturgico non esclude quello organistico: per esempio, la cattedrale luterana di Uppsala, che ospita un nostro organo, ha sette cori professionisti ed è attiva anche per concerti”.

Prosegue Ruffatti: “La sonorità alla base della nostra cultura è quella di Callido, di cui abbiamo restaurato tantissimi ordini. Da lì, però, ci muoviamo in tutte le direzioni. La tradizione anglicana ricorre molto a inni e cori, con sonorità più lievi di quelle a cui siamo abituati. In generale, il mondo protestante ha un uso più libero della musica, spesso con il coinvolgimento di un’orchestra. L’organo è uno strumento che nasce dal dialogo: timbri, sonorità e volumi vengono discussi con l’organista, per definire l’intonazione”. È anche per questo che il suo montaggio impone tempistiche adeguate: “Lo scorso dicembre, con la squadra di montaggio abbiamo trascorso un mese e mezzo a Grand Rapids, in Michigan, per installare un organo a tre manuali nella chiesa di Sacred Heart of Jesus. Dopo sono arrivati gli intonatori, per fare suonare le 2780 canne nel modo migliore per quell’ambiente”.

"È un lavoro molto complesso, che incontra difficoltà di tipo sia tecnico che economico” conclude Michela Ruffatti. “Noi prendiamo esempio da mio nonno, che arrivò fino all’America per cercare di fare crescere questa attività”. Oltre il vetro di una porta smerigliata che ci divide da un reparto, vedo la sagoma di un artigiano intento a saldare una canna. Tra alcuni mesi, da qualche parte nel mondo, la pressione su un tasto in ebano farà aprire una piccola valvola e passare l’aria proveniente dal mantice: come accade da secoli, la canna suonerà, producendo il suono immaginato e costruito qui, davanti a noi. “Quando sai di rapportarti a strumenti destinati ad attraversare il tempo, cerchi di dare il tuo contributo: credo che il riconoscimento che abbiamo in Europa e nel mondo derivi dal segno che, da tre generazioni, cerchiamo di lasciare nella storia degli organi e della musica”.  

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L'articolo Costruire la voce di Dio di Giulia Callino è apparso su Rockit.it il 2026-05-13 10:21:00

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