Sagrada Familia e Cheap Wine - Live @ Fillmore, Cortemaggiore (PC) Live report, 26/02/2000

29/02/2000 di Enrico Rigolin



I Cheap Wine e i Sagrada Familia si sono esibiti venerdì 26 febbraio (ieri per chi vi scrive) al Fillmore di Cortemaggiore. Ho finalmente avuto modo di vedere direttamente in azione 2 bands più volte sentite nominare, di cui avevo ascoltato, ma non molto approfondito, i più recenti lavori: la curiosità era a livelli assai elevati, con il piacevole bonus d’essere stati ospiti dello splendido locale piacentino, un ex-cinema in cui è passata tutta - ma davvero tutta - la musica che conta degli ultimi anni, sia italiana che straniera.

In questa ottima cornice, in un locale certo non stipato ma indubbiamente attento, si sono succeduti sul palco prima i pesaresi Cheap Wine seguiti dai padroni di casa della Sagrada Familia. Già questa è una cazzata, perché i ragazzi parlano un ottimo italiano, anzi, per dirla tutta, sono delle interessantissime persone, ma quelli che abbiamo visto sul palco, erano degli AMERICANI, checché se ne dica. Con ciò, per dire che l’immaginario, il background delle 2 bands è il medesimo, ed è dichiarato, limpido e lampante: gli States. Ciononostante, a dispetto del comune retroterra, sul palco i Vostri cronisti di Rockit si sono stupiti di vedere in fondo due diversissime bands con differenti approcci: tanto monolitici e statici i Cheap Wine, quanto ruffiani (in senso buono!) i Sagrada. Per forza di cose, l’accostamento porta al paragone, e si cade in un giochino pericoloso, ma rischierò, chè comunque, alla fine, non sarà questione di meglio e peggio, primi e secondi, quanto di gusti.

Di entrambi, proprio su questa webzine e in altre riviste musicali, avevo sempre letto un gran bene, e il live act non ha fatto che confermare le attese, ma a ciò, alla mera prova d’ascolto, vorrei aggiungere il percorso "ideologico", la coerenza e il rispetto delle radici ispirative, l’orgoglioso percorso indipendente, la scelta di cantare in inglese, la ricerca sui suoni, un festival di valvole e vintage vario, ovviamente.

Eppure, laddove con la sua splendida voce Marco Diamantini, da buon "integralista" dell’American Rock proponeva covers di John Mellencamp e Tom Petty (purtroppo esclusa per ragioni di tempo "Hey Hey, My My" di Neil Young, un vero peccato), dall’altra parte i Sagrada si cimentavano nella rilettura di covers più "commerciali" e note, come "Grease", salvo poi stravolgerle e rivederle a modo loro. Per questo parlavo in precedenza di proposta "ruffiana", ed anche per la migliore tenuta di palco, e per il sapiente uso della slide da parte del cantante Andrea Cravedi (Ben Harper docet). Ecco, proprio sui punti di riferimento delle 2 bands si rischia di diventar prolissi, ma una prova è d’obbligo: il Paisley sound dei Dream Syndicate e del successivo Steve Wynn solista (specie per i Cheap Wine), il Ry Cooder pre-sbornia cubana (il bottleneck dei Sagrada), Neil Young e Springsteen, Terrell e Willy DeVille, passando per gli Uncle Tupelo, i Jefferson Airplane e i Creedence… e vi assicuro la lista potrebbe allungarsi a dismisura, purchè si resti in ambito rock a stelle e strisce.

Sia chiaro quindi, che al Fillmore non c’è stato spazio per innovazione e sperimentazione, se mai queste possano ancora esser possibili, visto che durante la precedente cena, fra una chiacchiera e l’altra, è emersa la convinzione che in ambito rock tutto sia stato già detto, scritto e soprattutto suonato; quindi l’offerta delle bands, proprio per loro stessa ammissione, è quella di un rock "tradizionale", sempre valido (e per i Cheap Wine, unico possibile); aggiungerei io, giusto per spacciarmi kritico guastafeste, un rock derivativo, a tratti di maniera, non proprio fresco, ma enormemente più sentito e vissuto di tanti neo-manipolatori alle prese con improbabili drum-machine per modernizzare il proprio sound.

Cheap Wine e Sagrada Familia: nulla di tutto ciò; ragazzi che credono, testardi e orgogliosi, nel proprio progetto e nelle proprie idee, anche se vanno contro le mode imperanti; che pure rimanendo indipendenti riescono a far circolare la propria musica, non ci vivono, tutt’al più si ritaglieranno una fedele nicchia, ma sarebbe furoviante anche solo nominare il mercato e il business, qui si parla di passione. Mi vien da pensare che persista in Italia uno sparuto gruppo di bands, che seguono il proprio cammino a testa bassa, ignorando il trend, perché ormai di quello si tratta, che vuole si canti necessariamente in italiano: oltre alle menzionate compagini, sovvengono i Mosquitos, i nostri beniamini Julie’s Haircut, quelli - certo - molto più noise e "newyorchesi", e chissà ancora quante altre bande.

Tornando alla serata al Fillmore, rimangono - oltre all’incredibilmente persistente mal di testa - impressioni estremamente positive, e, se permettete una nota personale al Vostro cronista, la gioia d’aver conosciuto dei grandi appassionati di musica, di quelli che è un gran piacere anche litigarci, uno stimolo non comune confrontarsi.

Cercateli, vedeteli dal vivo: se avete un’anima troppo British e non vi piace la loro musica, fatevi almeno una birra in loro compagnia. Se ancora sarete delusi, considerate seriamente l’ipotesi di recarvi presso il più vicino rivenditore per accaparrarvi il cd dei LunaPop, siete gravi. Tutti gli altri, keep on rocking in the free world!.



Pagine: Cheap Wine Sagrada Familia

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