Petra Magoni & Ferruccio Spinetti - Salumeria della musica - Milano Live report, 20/04/2006

21/05/2006 di

E’ tardi, avrebbe più senso andare a letto. Ma non voglio, non voglio fermarmi qui. E’ passata ormai l’una ma non voglio lasciare andare Petra e Ferruccio, le loro note, le loro atmosfere. Scrivere a volte costa, ma è un mezzo efficace per costringere il pensiero a concentrarsi, a rivivere, a riascoltare ed ecco. Sono pochi i concerti che ti fanno chiudere fuori dal locale tutto il tuo mondo di affari quotidiani e ti fanno sentire un essere puro, semplice e limpido, da riempire di gioia, di tensione, di emozione. La magia che s’è stabilita alla Salumeria ha creato questo e l’anima è stata lasciata, insieme al soprabito, fuori da locale. Elisa Orlandotti racconta.



Bastava un metro quadrato, al duo: non sono stati mai distanti. Un uomo con un grande contrabbasso ed una gracile ragazza piegata a dialogare con le corde del suo caldo strumento. Un metro di palco per loro ed un’intera platea per noi, silenziosi, dipendenti da quanto accadeva sulla scena.

Lei, Petra, studi jazzistici, voce brillante e potente, ottima interprete giocosa. Camicetta nera, gonna bianca, anfibi, capelli raccolti con i fermacapelli, come una ragazzina, occhi da gatta, bocca pronta al sorriso. Lui, Ferruccio, vestito di nero dalla testa ai piedi, ricci indisciplinati, Avion Travel alle spalle, più restio della vocalist a parlare e scherzare col pubblico, ma abilissimo a percepirla con il contrabbasso, a sostenerla, ad uscire dalle tracce prestabilite per momenti di improvvisazione.

Due ore di standard, gli inediti si contano sulle dita di una mano e rimangono libere delle dita. Il jazz è anche questo: ci sono canzoni che tutti conoscono, i musicisti le prendono, mettono la loro impronta, le interpretano con il loro suono, con il loro mood, con la loro bravura. E la canzone non è più quella. Voce e basso soli e la Musica è Nuda: “Roxanne”, “Come together”, “Like a Virgin”, “Lascia che io pianga”. Tra le altre anche “Il cacio con le pere”: “è un segreto, non bisogna mai dire quanto è buono il cacio con le pere. E’ una canzone che abbiamo scritto noi” spiega Petra; mi chiedo perché non compongano di più, dal momento che il risultato è bellissimo ed in linea con la loro filosofia che vuole la gradevolezza prima di tutto.

Si siedono, sono stanchi, si scusano, avvicinano le sedie per non trasgredire alla regola del metro quadrato e Ferruccio usa il contrabbasso a mo’ di chitarra: una nuova gag non preparata e si sorride. E’ tutto sottile qui, come la vita di Petra, come il suo esile fisico. Mi ha sempre stupito come certi piccoli corpi possano contenere tanta energia, tanta potenza.

E da un gioco si passa ad un altro ed allora “Non ho l’età” è un pretesto per caricaturare la povera Cinquetti che ne esce simpaticamente distrutta: Petra ne imita voce ed atteggiamenti preadolescenziali nel ritornello, mentre scende decisa sottolineando l’inadeguatezza artistica dell’originale, ed al termine lancia un acuto che rende ancor più goffa l’immagine della povera vincitrice di San Remo. In tutto questo Ferruccio c’è e non fa mai mancare nessun strumento: a lui ritmica, a lui melodia, a lui l’espressività del silenzio. Ad entrambi gestire tutta la tecnica a disposizione nello spazio della canzone. E’ incanto. Sale sul palco anche Pacifico, autore del pezzo da loro appena eseguito. “Io sono metà”. Mi accorgo di diventare quello che loro stanno eseguendo. Sento i lineamenti del mio volto: addosso ho tristezza, malinconia, delicatezza e speranza. La fronte è pesante e gli occhi carichi di mestizia. Le loro parole mi trasformano... ed ora gli occhi sono golosi e si cibano di ogni sfumatura: è “Caffè” e mi risveglio tra la serenità del nuovo brano con Pacifico alla chitarra.

Petra e Ferruccio, ritornati soli sul palco, non ci abbandonano un solo secondo e proseguono la scaletta: ed è “You're the One That I Want” da Grease e “Tuca tuca” con tanto di balletto di Petra insieme allo strumento di Ferruccio.

Indimenticabile è anche “Sirene”: meno di due minuti per contrabbasso suonato con arco e voce modulata senza parole, un pezzo che ti si conficca nel ventre e fruga tra le viscere. Quanti momenti mi stanno sfuggendo, ora che il sonno sta avendo la meglio su di me e le immagini sono meno limpide. Rimangono addosso solo le sensazioni, mentre l’anima cerca di rimanere cristallina come appena uscita dal concerto. Raggiungo il letto. Che nessun rumore mi disturbi.



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