Sanremo è ancora Sanremo (purtroppo)

Mentre David Bowie pubblicava "Ziggy Stardust" in Italia vinceva per la seconda volta Nicola di Bari con “I giorni dell’arcobaleno” - e la situazione, nel tempo, non è cambiata.

Gli Stadio, vincitori del Festival di Sanremo 2016
Gli Stadio, vincitori del Festival di Sanremo 2016 - Gli Stadio, vincitori del Festival di Sanremo 2016
15/02/2016 - 14:20 Scritto da Teresa Bellemo

Sanremo è un po' come la notte di Capodanno, soltanto che ne dura cinque. E quando finisce, la domenica, quando ti svegli a mezzogiorno perché la sera prima gli altri si sono sentiti legittimati a chiudere a notte inoltrata e devi recuperare, puoi finalmente riguardare tutto con un certo distacco e renderti conto che ancora una volta hai ceduto alla kermesse nazionale. Mentre lo realizzi, alla tv c’è Domenica In che dallo stesso palco fa ricantare tutti con dibattito a seguito e ti rendi conto che è davvero come il primo gennaio: sei stanco anche se la sera prima non hai fatto niente di che e per l’anno successivo ti riproponi di non cedere, piuttosto ti spari una maratona di film di Woody Allen. Il fatto è che non ci crede nessuno, nemmeno tu.

Sanremo è sempre uguale a se stesso e quest’anno lo ha voluto far capire anche a chi di solito nega l’evidenza o si lamenta perché manca l’innovazione. La clip riassuntiva dei 65 vincitori serviva a questo, a ricordarci che vincevano gli Homo Sapiens e Tiziana Rivale, che mentre David Bowie pubblicava "Ziggy Stardust" in Italia vinceva per la seconda volta Nicola di Bari con “I giorni dell’arcobaleno”. La competizione ligure, che ci ostiniamo a mandare in Eurovisione come se ci fossero ancora degli emigrati in Belgio talmente affezionati a Enrico Ruggeri da non poterne fare a meno, è una parentesi anche per la musica italiana. In fondo è uno show ed è con questo spirito che va vista. Ci si potrebbe chiedere se fuori dallo spettacolo la musica italiana stia meglio e la risposta sarebbe comunque no, ma la colpa non è di Sanremo e indignarsi perché manca la qualità non serve a nulla, perché tranne qualche sprazzo - che di solito non viene mai premiato- non è mai stata protagonista. Almeno non negli ultimi 20 anni, ecco.

A dimostrarlo è la sensazione che si hanno le prime due serate, quando si ascoltano per la prima volta gli inediti: mediamente sommo sbigottimento e poco entusiasmo. Se sei in compagnia sul divano, scuoti la testa e ti chiedi come faremo a recuperare un vincitore in mezzo a questa medietà, se sei solo magari lo scrivi su Twitter. La serata cover ti aiuta a sentirti più a tuo agio e le ultime due a innamorarti del tuo seviziatore. È uno schema diabolico, ma funziona.
Il festival dei record è quello di Conti che assomiglia ai suoi show, come quelli - altrettanto vincenti - di Baudo che somigliavano ai suoi varietà e, anche per questo, portano a casa ascolti stellari. Comici che non fanno ridere, interviste di dubbia utilità a personaggi famosi, ospiti internazionali da una hit che ritorneranno nel dimenticatoio (santi numi, il reggaeton) e artisti italiani che invece vengono invitati per far ricordare al pubblico quando aveva i capelli, era al mare e metteva le 20 lire nel jukebox.

Conti decide di non fare nessun accenno ai nastrini arcobaleno, ma poi infila Renato Zero, Cristina D’Avena e Roberto Bolle come superospiti della serata finale. Cosa avrà voluto dire? Probabilmente nulla, ma ogni tanto è bello sognare e leggere tra le righe. In mezzo, Virginia Raffaele e il suo talento innato (e non solo per le imitazioni) e con lei un Gabriel Garko che ha mandato in tilt il rilevatore di ciseicifaismo. Se questa scelta (il valletto scemo e la co-conduttrice brillante) doveva mettere a tacere le polemiche sulla scarsa gender equity della televisione nazionale be', non ce l’ha fatta. Madalina Ghenea, seppur famosa per essere bellissima, doveva passare attraverso un trattamento di battute maliziose+no ma fatti vedere bene+ma fai vedere anche dietro ad ogni cambio d’abito. Manco a una fiera di cavalli. Ogni comico che passava sul palco doveva poi ironizzare sulle mogli e compagne (di Conti soprattutto e di Garko) sedute in platea, che ovviamente non potevano controbattere. In fondo, se Sanremo non porta innovazione nella musica, perché dovrebbe farlo nel costume?

Dal punto di vista più strettamente musicale quest’anno è successo quello che è successo cinque anni fa con Vecchioni. Un artista “comfort” che ha una buona canzone e appena la senti ti rendi conto che tutto sommato è quella che può vincere, perché sostanzialmente piace a chi ha più di 50 anni. Gli Stadio per una volta ce l’avevano e non ci credevano nemmeno loro, da sempre relegati a fare da comparsa all’Ariston e a vivere musicalmente nell’orbita, seppur ricca di talenti, di Dalla. Insieme a loro, la vecchia guardia ha forse fatto la miglior figura: Enrico Ruggeri dimagritissimo ha portato un pezzo facile ma pur sempre memore delle tracce di punk che gli scorrono nelle vene, Patty Pravo aveva un pezzo favoloso, peccato che il tempo, nonostante i tentativi di fermarlo, passa per tutti. Il pezzo dei Bluvertigo era un pezzo medio di Morgan che purtroppo ha sempre e solo bucato come personaggio tv, senza che questa familiarità avesse grosse conseguenze sui suoi pezzi. Sugli Elio e le storie tese ci sarebbe da fare un discorso a parte che appunto lasceremo a parte (comunque, lol i Kiss in finale). In mezzo a tutto questo, i giovani: quasi tutti provenienti da talent show, quasi tutti bravini tecnicamente ma completamente sprovvisti di personalità e belle canzoni. 

Ci ricorderemo di tutto questo? No. Ci ricorderemo al massimo di un paio di pezzi, come sempre. Saranno tra quelli che non ci avevano convinti da subito. Saranno i più sanremesi. Perché Sanremo è come la notte di Capodanno: ti diverti davvero solo quando pensi che sarà una serata inutile e che potevi fare una maratona di film di Woody Allen.

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L'articolo Sanremo è ancora Sanremo (purtroppo) di Teresa Bellemo è apparso su Rockit.it il 2016-02-15 14:20:00

Tag: Sanremo

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