Sanremo raccontato da dentro: il gran finale Live report, 12/02/2016

13/02/2016 di Alex Trecarichi

Di nuovo il sole, mi alzo presto.
Vado in centro a mangiare qualcosa con Luca Mattioni, il produttore di Emma Marrone, dove ci raggiunge Jantoman degli Elio e Le Storie Tese. Ci racconta che stasera saliranno sul palco con un outfit assurdo ma non ci può dire più. Già il sosia di Elio mandato con il resto della band a firmare autografi era stata un'idea geniale. Vedremo. È sabato, c'è la finale ed è una bellissima giornata, in giro ci sono un milione di persone. Se fossi a Barcellona per il Sonar sarebbe una bomba. La sfiga di 'sto posto è che sembra invece la sagra del peperone: è impossibile muoversi tra vecchi, famiglie col passeggino, radio locali che intervistano gente a caso alle bancarelle, mancano solo il santo portato in piazza con la portantina ed i fuochi d'artificio sulla spiaggia per il mio tracollo mentale. Rispetto ai giorni scorsi, il retro dell'Ariston è assediato pesantemente, c’è un vecchio homeless con un megafono da cingalese che dirige il traffico dei van neri che portano gli artisti alla conferenza stampa pomeridiana. Alla gente non gliene frega un cazzo della musica, qua se arrivi con un driver e guardia del corpo ti chiedono l'autografo, la foto, gridano, vogliono stringerti la mano.
Vedo Gabbani che appena scende da un taxi viene circondato da mamme e ragazzine, si vede lontano un chilometro che non hanno idea neanche di come si chiami il suo pezzo, di quale fosse il suo percorso artistico prima della vittoria, di quando farà il prossimo concerto della sua storia. È tutto finto, è una macchina che hanno montato qui 66 anni fa sulla quale sali facendo compromessi con te stesso per goderti quei fottuti 15 minuti di celebrità. Perché la maggior parte delle volte poi non dura, ma ci credi sempre. Ci credi perché ce l’hanno fatta Vasco che è arrivato ultimo e la Pausini che è arrivata prima, e perché quando ti danno la statuetta con la palma nessuno ti dice che questo non è il paese delle opportunità. Questo è il paese dell’inciucio e della convenienza e la maggior parte delle volte si viene fagocitati più velocemente di quanto non si possa credere, consumati ed espulsi da un sistema che nonostante le facce cambino sia sempre lo stesso. Da sempre.

Stasera siamo gli ultimi ad esibirci, ben dopo la mezzanotte. Pare che quelli favoriti li abbiano messo in fondo, dopo la partita Juve-Napoli. Arriviamo comunque in teatro un paio d'ore prima, sono tutti molto tesi. Nella Green Room insieme ai soliti amici dei parenti dell'idraulico del cantante ci sono autori, produttori, discografici, uffici stampa: è imballatissima. Il soffitto è basso, non ci sono finestre, manca l'aria ma restano tutti qui a seguire la finale, sudando. Nel frattempo in regia audio si accettano scommesse, nessuno ha realmente idea di come andrà a finire, ognuno ha la sua teoria complottistica. Tutti convengono solo sul fatto che la Fornaciari ripescata sia uno scandalo, chissà perché tirano in mezzo il padre.
La competizione ora si avverte. Amici amici ma tutti vogliono vincere. Nessuno parla di classifiche, con Valerio al primo posto nelle vendite e Rocco Hunt al primo posto nelle radio. Alla fine sono le due cose su cui ho messo mano, quindi comunque vada io il mio festival l'ho già vinto.
Finisco il mio lavoro in regia e torno nella Green Room. C'è ancora più gente di prima, anche gli artisti e i direttori d'orchestra sono qui perché è attaccata all'accesso al palco. Sono in molti a crederci tantissimo e quando Conti dà la classifica sono ancora di più quelli che restano delusi.

Caccamo e la Iurato festeggiano come se fossero arrivati in finale ai mondiali battendo il Brasile e vedo la gente intorno che inizia ad avere paura che possano vincere davvero. A me in generale non me ne frega un cazzo, anzi sono contento per loro. Mi fa solo venire il diabete immaginarli all’Eurovision mano nella mano che si guardano negli occhi mentre cantano come fossero Licia e Mirko dei Bee Hive, ma qua c'è pure Cristina D'Avena che canta i Puffi quindi vale veramente tutto. Alla fine vincono gli Stadio ma noi lo scopriamo al ristorante. Valerio è abbastanza incazzato, il tredicesimo posto quando sei dato per favorito è un po' pesante, lo capisco. Mentre siamo a cena arrivano dirige il maestro Peppe Vessicchio e la giuria di qualità del Festival al gran completo. Federico l'Olandese volante è seduto di fianco alla Mantovani e non so se mi fa più schifo il suo capello unto o sapere che lei andava a letto con Pavarotti. Ovviamente quando ci notano si guardano bene dal parlare del festival ma hanno il cattivo gusto di ridere guardando su YouTube le imitazioni di Valerio a Tale e Quale. Lui è un signore e va con loro a scherzare, pur sapendo che il loro voto era stato decisivo e probabilmente avverso. Stiamo al ristorante fino alle quattro, mi perdo lo showcase di Rocco e Clementino con conseguente sbronza di fine kermesse. Alla fine è stato divertente, sono stato tra amici dietro alle quinte del Festival della Canzone Italiana e ho scritto un report per Rockit, tutto questo al posto di mia madre.

Tag: Sanremo

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