Sanremo 2019, pagellone della serata in cui i fonici erano in ferie

06/02/2019 di

Non  è stato facile. Un po’ per via degli stacchetti che non si sa come mai, l’anno in cui hai come presentatori due comici è quello che fa meno ridere di tutti i tempi. Fortunatamente a riempire di meme il sistema solare c’ha pensato il pianista che è andato a cacare prima di Patty Pravo e Briga, così, sulla fiducia, non sia mai che scappi nel momento in cui Predator Patty incartatissima finge di ballare il rap con le mosse di quando il signor Burns dei Simpson mima giovinezza. Quando gli anziani vi chiedono il significato di cringe, voi gli fate vedere il video di quel momento e siete a posto anche senza parlare.

La serata del Sanremo-che-pesca-dall’indi-e-dalla-trap si apre col grandissimo Renga ed è subito orchite. Renga fa Renga, signora mia che voce, è un bel ragazzo, le Mammeskin tutte ingrifate e alla fine cos’ha cantato? Boh. Figo il fatto che, per un discorso un po’ rivoluzionario, i fonici stasera siano in ferie, quindi da casa non si sente un cazzo: tutto poco amalgamato, il testo senza TV Sorrisi e Canzoni è optional, strumenti random, nel coro due signori di 70 anni che fanno subito Muppets. Segue il duo LIBERATOS, cioè Nino D’Angelo e Livio Cori che, sapendo della settimana bianca dei fonici, cantano in dialetto così possono parlare pure del radiatore della macchina, tanto chi cazz capisc? Comunque su Spotify è segnata explicit, anche quello sulla fiducia.

 

Nek è ruock, è lo stuntman di Sting per le scene in cui serve uno basso, ha gli occhi e il sorriso da fecondatore, canta una canzone alla Nek, di quelle che vanno in heavy rotation al Conad e la porta sempre a casa con facilità. È il momento della prima quota MI AMI: gli Zen Circus. Vedere amici su quel palco fa strano e anche orgoglio, L’amore è una dittatura è un pezzo sinistro, cantautorale e nero pece, senza ritornello, con venti km di testo e sucate tutti. Bravi bimbi. Ne hanno molte più sanremesi, hanno scelto di dare uno schiaffo con un pezzo apocalittico, bene così. Dopo gli Zen, Il volo. Bella scaletta, roba da ictus. I tre tenorini fanno la solita canzonaccia che se gli metti le chitarre distorte diventa i Manowar e dopo di loro come ospiti ci sono i Bocellis, padre e figlio, che ste robe le sanno fare meglio, giusto per deriderli un po’.

 

Arriva Loredana Berté, le gambe più belle del festival e una canzone scritta da Curreri,  che sarebbe stata bene in C’è chi dice no di Vasco. La amiamo tutti, su, non c’è neanche da parlarne. Sul gruppo Facebook di Rockit, che ha seguito la diretta, la vogliono già al MI AMI. È il turno di Daniele Silvestri, uno coi 90s tatuati nel cuore che porta un pezzo con Rancore, nel senso del rapper, non del suo stato d’animo. Sociale, ha un signor ritmo, come si fa a volergli male io proprio non lo so. Federica Carta e Shade sono gettonati al primo dimenticatoio della serata, alla gora dell’eterno fetore con una canzoncina talmente innocua che la vorresti bullizzare. Ultimo arriverà primo? Ci sta. Il rapper che ha ingoiato Massimo Ranieri canta bene ed è figo, quando apriranno il televoto volerà altissimo. Paola Turci stavolta non convince, porta un pezzo più debole della volta in cui è arrivata un po’ androgina un po’ sexy. Ha provato a bissare, con risultati più scarsi. 

 

Motta, altra nostra vecchia conoscenza. Arriva solo soletto su quel palco enorme e ti viene da abbracciarlo, perché lo sai che è emozionato a mille. Dov’è l’Italia, pezzo sociale, critica neanche velata a Italia amore mio del trio Pupo-Emanuele Filiberto-un tenore a caso e parole forti, ma ha bisogno di più ascolti, alla prima convince a metà. Non uno dei suoi migliori pezzi comunque. Me lo immagino con la chitarra, da solo, a cantare Mi parli di te, con l’orchestra che sale piano piano e la pioggia di rose alla fine. Quando attaccano i Boombdabash qualcuno pensa “Finalmente i Pitura Freska in italiano”. La quota salento in levare non deve mancare, pena la ripetizione del Festival, sketch compresi. Di Patty Predator e Briga ne abbiamo già narrato l’epica ma per fortuna alleggeriscono l’atmosfera prima di Cristicchi, che ripropone un pezzo col piantino finale e io lo odio, dio se lo odio. L’intellettuale gentista, il finto tonto studiatissimo, il Barbaro D’Urso della canzone italiana, argh, devo prendere le gocce per calmarmi.

 

Achille Lauro è il boss del Fest, il primo che ci ricorda in che anno viviamo. Rolls Royce, testo generazionale, Vita Spericolata 9.0, un po’ Vasco un po’ Jovanotti di Vasco, fa una canzone esistenzialista, causale più che casuale e quando arriva il bridge, porta l’autotune sul palco di Sanremo, ricordando alla gente sul divano che i loro figli fumano le cannette, fingono di avere 18 anni al pub per bere e non ti diranno mai la verità. Idolo vero.  Arisa non è da meno, con una canzone musical che parte dupalle ma si apre tipo Julie Andrews quando sale l’MD. Brava.  I Negrita tornano col fischio e noi non possiamo che essere grati a Pau di aver, in un giorno remoto, ricondotto Scanzi a ragione mediante l’uso della forza. Se non è una leggenda urbana, merita la nostra gratitudine, per il resto la canzone è dimenticabilissima. 

 

Ghemon ha suonato mille volte da noi e sempre benone. Non si smentisce con Rose Viola, soul mediterraneo col ritmo giusto, uno dei pezzi più belli del Festival. Il ragazzo ha una classe di quelle che non si comprano, ci nasci così. Einar e Irama sono la stessa persona e potrebbero essere intercambiabili anche come rappresentanti di Amici di Mary, non riusciamo a distinguerli. Ex-Otago, altra vecchia conoscenza, li vedi sul palco dell’Ariston e non ci credi, poi attaccano il pezzo più sanremese del mondo e lo fanno bene, col risultato che  se non ti piaceva la loro svolta itpop d’amore ti piaceranno ancora meno, altrimenti heavy rotation. Anna Tatangelo è il sogno erotico 2019 degli androidi di Blade Runner e porta una ventata di Pippo Baudo con una canzone da Sanremo 90 che mi viene voglia di vedere se domani la professoressa interroga. Nel Dopofestival canterà Ragazza di periferia con Achille Lauro e quello è il miglior momento di una serata che se soffri d’insonnia te la registri e la metti quando non riesci a dormire, risultato assicurato.

 

Enrico Nigiotti, il Grignani sobrio, il livornese di scoglio che ci canta dei ricordi del nonno, un pezzo delicato e paraculo ma non riesco a volergli male perché lui ha l’aria di quello che se ci litighi ti mena forte anche se poi non è vero. Last but not least, Mahmood che poveraccio l’hanno fatto suonare con un terzo dell’Auditel perché sono ore da turno di notte in fabbrica. È bravo, da top 3, ha un pezzo giustone, fatto con Dardust e Charlie Charles, con una super base e sfoggia una voce super personale. Bravt. È tardi e quando pensi che sia tutto finito, arriva la sigla PO PO PO PO PO cantata da tutti e sembra un po’ la Melevisione con gli scappati di casa, ha un effetto allucinatorio niente male. Ah, la classifica demoscopica (distopica), cioè il sondaggio, vede tutti i nostri amici nella zona rossa della classifica e questo ci fa sentire ancora una volta uniti contro i matusa. E come dice Auroro Borealo, ospite coi Canova, i Selton e i Tropea all'Ostellobello per commentare con noi il Festival: "se non metti Ultimo noi non ce ne andiamo".

 

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