Bandabardo' - Saschall - Firenze Live report, 23/10/2004

17/02/2005 di



Fu in un anonimo sabato di un altrettanto anonimo Ottobre del 1993 che vidi per la prima volta la Bandabardò suonare dal vivo: sei ragazzoni, con relativi strumenti, stipati come sardine spagnole all’interno di un microscopico e fumoso locale della costa grossetana, davanti a un centinaio di persone, sopra un palco grande quanto un telo da mare. Beh, quella sera in tutta sincerità – in piena epoca grunge – per quanto fossero coinvolgenti, colorati e freneticamente virtuosi, non avrei mai pensato che di lì a dieci anni sarebbero diventati una delle bands più osannate del panorama musicale italiano!

Immortalato sui paginoni di Rockstar, riverberato quotidianamente dalle programmazioni di MTV e celebrato infine dalle classifiche di vendita (7° posto nella classifica ACNielsen dei CD più venduti), il gruppo fiorentino ha definitivamente raggiunto la consacrazione – partendo dalla natia Firenze – con tre sold-out consecutivi, a sacrosanto coronamento di un’infaticabile attività live più che decennale a giro per locali grandi e piccoli dell’italico stivale. Con formazione rinnovata – al posto del saltellante Paolino è subentrato alle percussioni l’omone cubano Ramon Caravallo Armas – la banda rompe le acque alle 21.35 con il travolgente folk solidale di "Sans Papiers", dedicato alla lotta sociale degli immigrati in Francia durante l’occupazione della chiesa parigina di Saint-Ambroise, per poi perpetuarne lo spirito manifestante nella successiva "Lo sciopero del sole", dissacrante denuncia politico-mediatica (antiberlusconiana?) colorata da percussivi ritmi sudamericani. Quale miglior inizio! In un tripudio di voci festanti, applausi assordanti e bicchieri levati al cielo – tra dimenar di corpi e inebriar di fumi – Erriquez&Co. passano al nuovo repertorio sfoderando un’elettrica versione della neonata "Tre passi avanti", così preannunciando la svolta stilistica che avrebbe visibilmente segnato da quel momento in poi tutta l’esibizione live: una progressiva contaminazione della loro inconfondibile matrice etno-folk con evidenti arrangiamenti rock, affidati soprattutto alle talentuose incursioni elettriche di Finaz, chitarra virtuosa e cuore pulsante del gruppo, e all’imprescindibile supporto audiofonico di Cantax dietro la consolle. Così è stato un po’ per tutte le canzoni, con memorabili impennate volumetriche in "Sette sono i re", "La fine di Pierrot", "Mama Nonmama" e "Mojto F.C.", adrenalinicamente gradite dai fans più giovani della Banda ma rimbrottate da alcuni esponenti integralisti dello zoccolo duro (“…mah! A me questa chitarra mi sembra un po’ troppo effettata!”). Ma tutto sommato chi se ne frega! E‘ Sabato, l’importante è divertirsi, l’importante è abbracciarsi in un canto collettivo danzando sfrenatamente come in una festa pagana, dentro e fuori il Saschall, perché il Lunedì è ancora lontano. Ben vengano allora "Pedro" (tarantellante come non mai), "20 bottiglie di vino", "Hamelin Song" e la filastrocca di "Sempre allegri" con l’eterea presenza di Dario Fò, spiritello aleggiante sulle teste dondolanti dei quasi tremila presenti.

E’ in forma la Banda, fiera e inarrestabile, spesso sopra le righe, emotivamente cosciente dell’importanza del momento (glielo si legge negli occhi), rasentando talvolta la ruffianeria di un astuto giullare di corte nell’interazione con il pubblico, nonché docile preda addomesticabile di fronte agli occhi minacciosi di roteanti telecamere all’uopo predisposte per la registrazione di un DVD. Non che la serata abbia perduto il suo fascino zingaresco e popolare, ci mancherebbe, ma pur tuttavia è come se quell’intima e complice atmosfera di un tempo, fatta di luna, vino e falò, fosse stata violata da una troupe di famelici fotografi giapponesi. Sembrano quasi volerla riconquistare, quell’intimità, i sei fricchettoni fiorentini quando vanno ad inanellare una successione di malinconiche ballate dedicate all’amore e alla vita sognata, da "L’estate paziente" a "Ubriaco canta amore", da "Quello che parlava alla luna" a "Succederà", introdotta da Erriquez col prologo più applaudito della serata (”Che cosa hanno in comune Gino Strada e Berlusconi? Come possiamo dire che siamo tutti italiani allo stesso modo?!”). Ormai è fatta! Il pubblico risponde con cori da stadio alle reprimende del barbuto menestrello. E’ l’anticamera dell’apoteosi finale! Trema il Saschall quando la Banda regala, e si regala, l’inno liberatorio di "Beppeanna", la canzone del ricambio generazionale dei “fans bardozziani”, con la sua coda interminabile, frenetica, dannatamente contagiosa per i suoi stessi musicisti. Sono stanchi, siamo tutti stanchi, ma c’è ancora una canzone e l’irrinunciabile intermezzo "B.B." prima della meritatissima pausa (dopo 20 canzoni!).

Non c’è né rilassamento né collasso – forse sete – bensì aria di spasmodica attesa per quel che ancora rimane della serata. Un impasto di grida e applausi accoglie l’ingresso dei funambolici musicisti sul palco per il bis: Don Backy sorridente col suo contrabbasso filiforme, Il Giovane Nuto con la sua postura da batterista metal, Il Dott. Finaz e Signora (la sua chitarra!), Orla il tabagista con l’inseparabile maglietta degli Stones, l’onorevole omone Ramon e il nomade-poeta Erriquez. Ci sono tutti ma mi manca un po’ Paolino! La fiera riapre con "Ramon", "Manifesto" e "Vento in faccia", vestita a nuovo con un groove di base ritmica più reggaeggiante del solito e ideale tappeto sonoro per le presentazioni di rito prima delle due ultime perle finali. Beh, è il mio diciottesimo concerto con la Bandabardò e pur tuttavia mi commuovo come non mai sulle note di "W Fernandez" e di un’inaspettata "Café d'hiver", quando cuore e memoria mi riportano indietro nel tempo, in quel fumoso localino sul mare della costa maremmana. In mezzo al casino generale mi godo da solo le mie due canzoni preferite, isolato da tutto il resto, solo di fronte alla Banda.

Dopo due ore esatte di spettacolo travolgente, a metà strada tra le feste gitane e le malinconiche atmosfere di Pigalle, volto le spalle al Circo-Bardò (e al suo DVD) e mi accodo alla folla che riesco finalmente a guardare negli occhi. Giovani, giovanissimi! Undici anni fa non era così. Ma non è stata la Bandabardò a cambiare – loro sono sempre gli stessi da quel lontano 8 Marzo del 1993 – sono semplicemente cambiate le persone e il sol pensiero mi conforta.



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    La fiction RAI sulla vita di De Andrè è stata vista da oltre 6 milioni di spettatori