Live report, 04/10/2007

Scatole Sonore - Roma

24/10/2007

(Gli Uncode Duello dal vivo - Foto da internet)

Il 4 ottobre è partita la nuova edizione di "Scatole Sonore", la serie di appuntamenti dedicati alla musica d'avanguardia - e non solo - presso lo spazio occupato Rialto Santambrogio, a Roma. Sul palco due gruppi importanti per la musica sperimentale italiana: Fuzz Orchestra e Uncode Duello. Sara Loddo racconta.



Scatole di suoni, rumori, voci. Contenitori temporali di perfomances: danze, espressioni teatrali, istantanee, reading e quant’altro. Ancora voci dunque, suoni, rumori, provocazioni uditive e visive. Sperimentazioni. Tutto questo racchiuso in "Scatole Sonore".

Inizia il 4 ottobre la nuova edizione della “Rassegna di musica, arti visive e performative” al Rialto Santambrogio, struttura occupata, ben curata e culturalmente attiva nel mezzo del ghetto, al centro di Roma. Preceduti dal reading degli Amelie Tritesse, con brani ispirati da “La mia banda suona il (punk) rock” di Manuel Graziani e dallo spettacolo di danza di Alessandra Cristiani – che rimarrà un mistero per me, avendo scelto di preservare il posto sul divanetto in prima fila in una stanza diversa – alle undici e mezza i Fuzz Orchestra occupano il centro della sala. I tre componenti del gruppo indossano degli abiti seri, quelli a cui oramai quasi nessun musicista rinuncia, eccezion fatta per il batterista, che, ad un “sopra” fatto di giacca e camicia, abbina un “sotto” di pantaloncini neri e piedi nudi. È Marco Mazzoldi, il batterista, ad esordire: rullante e grancassa scandiscono il tempo di un’attesa intorpidita, che letteralmente esplode in un fragore inaspettato. Mi risveglio in un sistema di sussulti e bombardamenti: la batteria sembra fuori controllo tanto è percossa, per quanto comunque venga suonata in modo magistrale. Ad essa si abbinano i lampi prodotti dalle distorsioni e dai feedback della chitarra di Luca Ciffo, nonché una somma quasi indistinguibile di rumori, suoni, voci e spezzoni cinematografici manipolati in analogico da Fiè. Si viene risucchiati da un insieme sonoro e rumoroso che rimanda a scenari lontani. Immagini oniriche del mondo intero, o al massimo cinematografiche, come se fosse possibile astrarre la propria limitatezza corporale e guardare il mondo dall’alto, nel suo complesso. Allora i fendenti acustici si trasformano in miliardi di voci, di gioia, di pianto, di disperazione e di sfida. Sembra di vedere le guerre di tutta la storia, il pesante avanzare di infiniti eserciti, le trombe patriottiche, le urla delle madri, le riflessioni accorate e quelle pacate dei salotti, le feste, i balli e i mercati straripanti di merci e di odori. Certo questa è un’opzione, la mia. Le stesse cose potrebbero suscitare sentimenti contrari, magari di angoscia, ansia e apatia. D’altronde, quello che fanno i tre, anche membri dei Bron Y Aur, è pur sempre grindcore.

È poi la volta degli Uncode Duello, duo sperimentale composto da Xabier Iriondo e Paolo Cantù, già assieme in precedenti formazioni, come gli A Short Apnea. I due, circondati da una vasta quantità di strumenti, creano un pervasivo collage sonoro. Progressivamente utilizzano gli strumenti più diversi, fra cui predominano le corde: oltre alle chitarre canoniche, si servono di quelle baritonali, di autoharp, di table steel guitar e di altri strumenti di cui ignoro i nomi. Non mancano poi i campionamenti, l’organo, le estrose percussioni del batterista di turno e il clarinetto di Paolo Cantù. È una moltitudine utilizzata ora secondo criteri minimali, ora in modo composito, che riproduce alterni stati di tensione e quiete. I confini fra i brani sfumano, così come quelli fra suoni e stati d’animo: è un sistema di suoni che stordisce e invade. Alla lunga, complici gli alti volumi, risulta però una fruizione difficile e faticosa.

La mia serata finisce qui, assieme agli Uncode Duello, per tutti gli altri invece si chiuderà soltanto dopo una lunga jam session dei due gruppi.



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