Cresciuti tra le montagne della Valtellina, i Seneca Effect trasformano distanza, isolamento e paesaggi alpini in materia sonora. Dal fermento della scena locale ai temi generazionali che attraversano il loro primo lavoro Disertare, il loro percorso nasce da una provincia lontana dai grandi centri ma tutt’altro che priva di voce.
Un viaggio tra post-punk, crisi del presente e identità territoriale, dove la montagna diventa non un confine ma un punto di osservazione sul mondo.
Dove siete cresciuti? Descrivetelo in tre righe.
Siamo tutti valtellinesi di nascita e viviamo a Morbegno, una cittadina del profondo nord, in provincia di Sondrio, incastonata tra Prealpi e Alpi. È uno dei centri più suggestivi della Bassa Valle, ricco di storia, arte e cultura.
Un territorio apparentemente distante dai grandi circuiti, ma con una forte identità e un legame profondo con chi lo abita.
Tre cose per cui è “famosa” la vostra città/paese?
Il formaggio Bitto. Il Ponte di Ganda, sul fiume Adda. Il Morborock, festival rock gratuito arrivato alla quindicesima edizione e capace negli anni di raggiungere una risonanza importante anche fuori dal territorio.
Da un punto di vista musicale e artistico, che contesto era e come si è evoluto nel tempo? C’erano locali, etichette, altri artisti?
Tutti e quattro, in momenti diversi, abbiamo gravitato nella scena musicale valtellinese degli anni Dieci, passando per gruppi differenti ma condividendo spesso gli stessi spazi.
Il luogo simbolo era il Lokalino, un vecchio seminterrato trasformato in sala prove: lì sono nate tante idee, amicizie e percorsi musicali. Erano anni di grande fermento e sperimentazione, tra festival, circoli e concerti. La musica non era solo qualcosa da ascoltare, ma un ambiente da vivere quotidianamente.
C’è qualcuno che vi ha ispirato sul territorio (artisti, promoter, figure di riferimento)?
Sicuramente Milaus e Manetti!, due band molto attive nella provincia nei primi anni Duemila. Ci hanno colpito per le loro composizioni alternative rock fuori dagli schemi e per quei muri sonori tipici del post-rock. Non possiamo poi dimenticare la scena hardcore punk del morbegnese: gruppi come RedBloodHands e Gradinata Nordsono stati una fonte d’ispirazione importante per tutti noi.
Più che singoli riferimenti, però, è stata tutta quella scena a costruire un immaginario comune.
Ricordate il primo live della vostra vita? Quando, dove e com’è stato? Il locale del cuore sul territorio?
Simone: Il mio primo live è stato da adolescente, all’interno di un’ex scuola elementare in un paese vicino, che all’epoca era stata riconvertita in centro di aggregazione giovanile con una piccola sala prove.
Eravamo agli inizi: quattro o cinque cover con amici, suonavamo da pochi mesi. Ovviamente fu un susseguirsi di problemi tecnici e suoni completamente fuori controllo, ma ricordo quel momento con enorme felicità.
Loris: Il mio primo concerto è stato proprio al Lokalino, nella nostra attuale sala prove. Era un evento molto intimo, davanti a una ventina di persone al massimo, più di dieci anni fa, con la mia precedente band.
Ricordo soprattutto l’emozione di suonare davanti a qualcuno che era lì per ascoltare davvero la nostra musica. È un momento che porterò sempre con me.
Come locale del cuore sul territorio scegliamo sicuramente l’ex circolo Arci Demos, alla stazione ferroviaria di Talamona. Alcuni di noi hanno partecipato attivamente alla sua gestione e negli anni lì si sono esibite centinaia di band indipendenti.
Purtroppo ha chiuso definitivamente nel 2017, ma il suo ruolo nella scena locale rimane fondamentale.
In cosa è più difficile, e in cosa più facile, essere artisti emergenti in provincia?
In provincia parti sicuramente con uno svantaggio strutturale: meno locali, meno occasioni, meno ascoltatori. Nel nostro caso incide anche il fattore anagrafico: portare avanti un progetto musicale richiede tempo ed energie che devono convivere con altri aspetti della vita.
D’altra parte, se vogliamo trovare un lato positivo, la provincia ti permette di costruire un’identità con più calma e profondità.
Ti obbliga all’ostinazione: se continui a fare musica è perché ci credi davvero, non perché è la scelta più conveniente. Forse proprio da questa distanza nasce una musica più sincera, anche se spesso impiega più tempo ad arrivare lontano.

Una cosa che non capite o non accettate della discografia di oggi?
Facciamo fatica ad accettare l’idea che la musica venga trattata come un contenuto usa e getta.
Non comprendiamo perché l’urgenza di dire qualcosa debba essere sacrificata alla frequenza di pubblicazione, o perché il silenzio tra un disco e l’altro venga considerato un difetto invece che una parte fondamentale del processo creativo. Per noi la musica ha ancora bisogno di tempo, di ascolti ripetuti e magari anche di una certa scomodità.
Oggi difendere questo approccio sembra quasi un atto di resistenza.
Come e quando nasce il vostro progetto artistico?
Ci conosciamo praticamente da sempre: la provincia è piccola, e anche musicalmente le nostre strade si sono incrociate più volte. Abbiamo già suonato insieme in diversi progetti, attraversando generi differenti: dal grunge al post-rock, passando per il post-folk e lo stoner.
I Seneca Effect nascono nel 2022. La definizione più vicina al nostro sound potrebbe essere il post-punk. La formazione è quella classica: basso (Simone Della Vedova), chitarra (Loris Mattarucchi), batteria (Claudio Franzini) e voce in italiano (Matteo Oreggioni).
Il nostro suono nasce da quel retroterra musicale degli anni ’80 e ’90 che ci ha formato e che continuiamo a reinterpretare secondo la nostra sensibilità. Non nasce come esercizio di stile o nostalgia, ma come strumento per affrontare questioni generazionali come disillusione, crisi climatica, instabilità e incertezza del futuro.
Partiamo dalla provincia, ma senza sentirci provinciali.
Quanto e come il luogo in cui siete cresciuti ha inciso sullo sviluppo delle vostre idee e del vostro sound?
Alla fine si parte sempre da una strozzatura: da un limite, da una distanza, da un’urgenza.
Fare musica con un’intenzione esistenziale significa anche partire da lì: vivere ai margini dei grandi centri, in un luogo apparentemente immobile ma attraversato da tensioni profonde. Raccontare noi stessi ha significato inevitabilmente raccontare anche i paesaggi che abitiamo.
La montagna, l’isolamento, il silenzio e la distanza sono diventati metafore attraverso cui leggere il nostro tempo.
Quali sono state le sfide più grandi che avete affrontato nel vostro percorso artistico?
La sfida più grande è sicuramente perseverare. Ognuno di noi ha impegni lavorativi e una vita al di fuori della musica, quindi portare avanti un progetto significa imparare a convivere con tempi lunghi, poche occasioni e una visibilità spesso limitata.
Un’altra sfida è stata mantenere la coerenza. Non smussare gli angoli per risultare più facilmente comprensibili, non trasformare un’urgenza reale in un prodotto più semplice da collocare.
C’è un messaggio o un tema ricorrente che volete trasmettere con la vostra musica?
Disertare, il nostro primo lavoro, è un concept album composto da dieci brani che indaga il nostro tempo, in particolare la crisi ecologica e climatica. È stato registrato al Bleach Recording Studio con Andrea Maglia.
È un disco che prova a raccontare la fine del mondo in corso, questa apocalisse a rate che viviamo e alimentiamo ogni giorno. Qualcuno lo ha definito come l’incontro tra il post-punk e la filosofia delle catastrofi.
L’obiettivo era confrontarci in chiave esistenziale con la crisi, trasformandola in suono e racconto. Disertare vuole essere un artefatto sonoro e cognitivo capace di raccontare lo spirito del nostro tempo.
Come definireste la vostra evoluzione artistica dall’inizio fino ad oggi?
L’evoluzione dei Seneca Effect non è stata tanto una ricerca verso qualcosa di più grande o più levigato, quanto verso qualcosa di più essenziale. Abbiamo imparato cosa togliere, quando fermarci e come rendere il messaggio più leggibile senza addomesticarlo.
Oggi il progetto è più lucido e più radicale nelle proprie scelte. Forse proprio per questo è anche più fedele a ciò che voleva essere fin dall’inizio.
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L'articolo Seneca Effect: suonare la fine del mondo dalla provincia di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-07 18:35:00
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