Che senso ha la fotografia di musica live oggi?

LCD Soundsystem, 2016. © Francesca Sara CauliLCD Soundsystem, 2016. © Francesca Sara Cauli
07/09/2017

Che funzione ha nel 2017 la fotografia di musica live, nel momento in cui qualsiasi spettatore provvisto di smartphone può documentare un concerto in tempo reale o addirittura trasmetterlo in diretta? Quali sono i maggiori cambiamenti avvenuti in questo settore negli ultimi anni e quali le prospettive future? Partendo da questi interrogativi, abbiamo rivolto alcune domande a tre dei più affermati fotografi di musica live italiani: Danilo D'Auria, Francesca Sara Cauli e Starfooker. Ne è emersa una conversazione che prova a riflettere sui principali mutamenti nel mondo della live photography, suggerendo inoltre alcune riflessioni su come siano cambiate le modalità di fruizione e condivisione dell'evento live (che forse meriterebbero peraltro un dibattito maggiore, nel momento in cui cercando la parola 'concerto' una delle prime immagini proposte da Google è questa).

 

Da quando fotografi live? È il tuo lavoro principale?

Danilo D'Auria: Ho iniziato per gioco nel 2013, non mi sono più fermato. Oggi posso dire che è un lavoro. Ma non vivo solo di fotografia live, per fortuna/purtroppo.

Francesca Sara Cauli: Fotografo musica live ormai da 9 anni e purtroppo no, la fotografia di musica non è il mio lavoro principale. Ho una Partita IVA come fotografa e spesso le maggiori entrate mi arrivano da altri settori fotografici. In più mi aiuto con altre forme di lavoro non fotografico. Devo ammettere che tutto questo inizia a pesarmi. La situazione è molto precaria, richiede molti sacrifici. Sto pensando di ridimensionare la fotografia di musica ad un hobby, per cercare qualcosa di più stabile.

Starfooker: Ho puntato una macchina fotografica verso un palco per la prima volta circa otto anni fa. È ancora orientata verso lo stesso punto. Nonostante la mia pervicacia e qualche entrata, quella del fotografo di musica, non solo live, è ancora da annoverarsi tra le mie “velleità”, almeno secondo il commercialista. 

(Florence and the Machine. © Starfooker)

Qual è il fine principale degli scatti che realizzi?

Danilo D'Auria: Scatto con lo scopo di realizzare foto belle e cariche di emozioni, che restituiscano qualcosa a chi le guarda. Non solo foto tecnicamente perfette. Anzi, spesso i miei scatti fanno storcere il naso ai puristi della tecnica. Dove andranno a finire è un problema secondario per me. Sicuramente propongo alle riviste anche foto non convenzionali per l’editoria: spesso me le pubblicano, quindi vuol dire che funzionano. :-) Inoltre, sto portando in giro la mostra “Rock Highlights Exhibition”, che prossimamente farà tappa al MEI. Quindi una parte degli scatti viene anche stampata ed esposta.

Francesca Sara Cauli: Principalmente per testate del settore, online e stampate. Stagionalmente, ricevo poi degli assigment per festival direttamente dagli organizzatori e talvolta collaboro con dei promoter. Realizzo anche foto promoziali per artisti italiani della mia zona (Bologna/Emilia Romagna). Annualmente organizzo dei workshop a Bologna, ho scoperto che è una cosa che mi piace un sacco. Tutti i ragazzi che si sono iscritti si sono dimostrati entusiasti. Se fosse un pelino meno complicato a livello organizzativo, lo farei più spesso.

Starfooker: Ho la fortuna di lavorare con due realtà che seguo e supporto da anni, ancora prima di iniziare a fotografare: Rockit per la musica italiana e Rumore per quella internazionale, realizzando il sogno di me “adolescente”. Collaboro inoltre a specifici progetti, sia con singoli musicisti, direttamente o attraverso uffici stampa, che con l’organizzazione di eventi (festival e rassegne).

(Iggy Pop. © Danilo D'Auria)

Quali sono le principali differenze che hai notato nel mondo della fotografia live dai tuoi esordi ad oggi?

Danilo D'Auria: Non vanto molti anni di militanza nei pit italiani, però in questi 5 anni ho notato che il numero di fotografi sottopalco è notevolmente aumentato, portando anche a un generale abbassamento della qualità del lavoro. Spesso ci sono ragazzi che non hanno fatto la famosa gavetta. Io, prima di arrivare a fotografare grandi nomi, mi sono fatto le ossa nei locali: posti stretti, bui, con la gente che mi saltava addosso. Oggi però sono contento di questo percorso, mi ha portato dove sono e soprattutto mi ha permesso di pensare a un certo tipo di immagini da realizzare.

Francesca Sara Cauli: Non molte, le dinamiche mi sembrano più o meno le stesse. Oggi per l'autopromozione si fa un uso più intensivo di Instagram rispetto a Facebook. Gli stranieri soprattutto, sia fotografi che artisti, ormai lo prediligono –ahimè– quasi esclusivamente. Dico ahimé perché è un social in cui le foto sembrano tutte belle e colorate, ma non si riescono davvero a distinguere gli scatti di qualità, non si riesce ad apprezzarli a dovere. Spesso conta più il sapersi destreggiare con gli hashtag. Io per necessità ci provo, ma dopo un po' mi stanco. Mi sembra tutto un po' fuffa. 

Starfooker: Da quando ho iniziato, mi sembra sia aumentato sia il numero di persone che si avvicinano alla fotografia live, grazie alla potenza degli attuali strumenti fotografici anche entry level, sia soprattutto il numero di chi fra questi se ne allontana a gambe levate dopo breve tempo. Fotografare musica dal vivo richiede una certa costanza e alcuni piccoli sacrifici –per esempio le molte sere a settimana fuori casa e i continui investimenti in attrezzatura, a fronte magari di entrate scarse o nulle- possono mettere alla prova la propria passione. 

savages_DSC4603(Savages. © Starfooker)

Ti sembra che quella del fotografo di musica live sia oggi una professione stimata?

Danilo D'Auria: Per il motivo di cui sopra, purtroppo si sta andando sempre più verso una considerazione bassa di questa branca della fotografia. Dico purtroppo, perché le nostre immagini di oggi saranno testimonianza e faranno la storia della musica che passa in Italia fra trenta o quarant'anni. Saranno il documento per le generazioni future. Avere una documentazione fotografica non all’altezza non è bello per un Paese.

Francesca Sara Cauli: Sicuramente c'è molta ammirazione da parte di chi segue costantemente il tuo lavoro. Purtroppo, però, alla stima professionale e umana il più delle volte non segue una reale corrispondenza economica. Succede a livello globale, non solo in Italia. È praticamente impossibile –a parte rare eccezioni- vivere esclusivamente di fotografia di concerti e potremmo parlare ore dei motivi che hanno generato questo stato di cose. Certo, se scatti per una grossa agenzia hai molte più vendite, ma conosco fotografi molto bravi di Getty Images che lavorano anche come impiegati part-time. È possibile vivere di fotografia, ma non solo di fotografia live: devi integrare con posati, foto per gli sponsor, oppure matrimoni o lavori più commerciali. Poi posso farti dei nomi di fotografi molto ben inseriti che vivono esclusivamente di fotografia musicale, ma sono davvero pochi e quasi tutti all'estero.

Starfooker: Penso dipenda dai contesti di riferimento: per il frequentatore occasionale di concerti, noi fotografi siamo “il fastidio che si muove davanti alla prima fila, che tanto quelle foto il mio falegname con trenta euro le fa meglio”, mentre con i frequentatori assidui che conoscono il tuo lavoro fotografico, soprattutto nel caso di certe scene musicali, si creano dei bei rapporti, basati sulla stima e sulla loro attesa di vedere il giorno dopo gli scatti realizzati. Nonostante questo, non mi sento assolutamente una rockstar e quello che mi interessa resta sempre lavorare, lavorare, lavorare. Penso che la fotografia di un concerto, per quanto ormai imprescindibile nel racconto dell’evento, non abbia lo stesso peso percepito né del racconto dello stesso né della risonanza dell’artista coinvolto (e per quest’ultimo, ci mancherebbe). Diverso invece è il discorso, se la stima è da quantificarsi in termini monetari. Ma è un problema che riguarda gran parte della fotografia di “cronaca”, che ha radici antiche (da prima della Magnum) ed è acuita dalla crisi dell'editoria, musicale e non.

(Arcade Fire. Secret Show al Primavera Sound 2017. ©  Francesca Sara Cauli)

Con lo sviluppo dei social, oggi è sempre più frequente assistere a un concerto anche senza essere presenti, visualizzando scatti (generalmente di bassa qualità) realizzati e subito caricati da chi si trova all’evento o addirittura potendo guardare il live in diretta. In questo contesto, qual è il senso della fotografia live, che per via della post-produzione arriva solitamente con un ritardo di qualche ora sugli schermi di smartphone e computer?

Danilo D'Auria: È una domanda da un milione di dollari. Con lo sviluppo dei social, sicuramente la fotografia di live ha perso il suo scopo documentario. Se pensiamo che oggi anche le maggiori testate hanno un profilo social dove documentano l’evento, è palese che il fotografo, in qualsiasi campo della fotografia aggiungerei, è sconfitto in partenza. Ne è riprova il fatto che spesso gli articoli dei giornalisti sono accompagnati da foto fatte coi cellulari, soprattutto sul web. Per fortuna, la qualità dello scatto in termini di inquadratura ed occhio del fotografo, unita alla qualità del file prodotto da un certo tipo di attrezzatura, è ancora considerata se parliamo di riviste cartacee (sempre in minoranza), oppure quando lo staff cerca una foto per rappresentare il proprio artista. Si cerca la qualità, almeno per ora. Io penso che oggi la fotografia di live abbia senso se non ci si ferma solo allo scatto dell’artista sul palco, ma se viene portata avanti un’idea, un racconto.

Francesca Sara Cauli: Per me la fotografia live ha moltissimo senso. Proprio a causa della bulimia di immagini generata dai social, con dirette dai live, scatti casuali e via dicendo, la fotografia di musica assume un ruolo determinante. Io l'ho sempre concepita in chiave narrativa: ti racconto quello che vedo e che vivo, secondo il mio gusto e la mia sensibilità. Uno dei (pochi) vantaggi di non scattare per una agenzia, che richiede immediatezza (prima carichi, più possibilità hai di vendere), è che posso prendermi il mio tempo –qualche ora, non dico giornate intere- per dare vita a un set con lo scopo di raccontare il live attraverso gesti, luci, colori. Spesso chi mi segue mi dice che grazie alle mie foto riesce a rivivere le emozioni che ha sentito, oppure, quando non ha potuto esserci, è come se potesse in qualche modo calarsi dentro quello che avrebbe voluto vedere e ascoltare. Se c'è una cosa da cui davvero non sono ossessionata è la corsa per pubblicare il prima possibile. Anzi, per me caricare le foto subito dopo il concerto non ha molto senso: preferisco che escano il giorno dopo, così la gente ha il tempo di guardarle con calma e di godersi la gallery al meglio.

Starfooker: Le fotografie dei fan sui social scattate con gli smartphone e le dirette sgranate influiscono poco sul nostro lavoro. Incide di più l’ansia di arrivare per primi sulla notizia indipendentemente da chi sia il committente, siano un giornale cartaceo o un’agenzia, che devono mandare in stampa, sia una redazione digitale, che poi rilancerà la news con le foto e avrà così più probabilità di esser in testa nell’indicizzazione. In un mondo che va sempre più veloce, anche noi fotografi ci dobbiamo attrezzare per poter sfornare contenuti nel minor tempo possibile, togliendo spazio all’autorialità (a volte anche nella post-produzione) in favore della velocità: quelle ore di cui parli nella domanda, a volte diventano minuti.

(Marilyn Manson. ©  Danilo D'Auria)

Quanto è fondamentale oggi utilizzare strumentazione professionale per realizzare un servizio fotografico di musica live?

Danilo D'Auria: Conosci la famosa frase “La foto la fa il fotografo, non la macchina fotografica”? Tutti ce la siamo ripetuta almeno una volta nella vita... Almeno fino a quando non avevamo l’ultima reflex uscita sul mercato.  :-) Scherzi a parte, questa affermazione è vera, verissima. Ma è altrettanto vero che oggi la tecnologia del mezzo di comunicazione ci impone anche la qualità, non si scappa da ciò. È un aspetto che non si può ignorare, a dispetto delle tasche. Però si può trovare il giusto compromesso, che, unito alla bravura, porta a ottimi risultati.

Francesca Sara Cauli: Direi che è condizione necessaria ma non sufficiente per realizzare immagini di qualità. Una cosa che mi dà davvero fastidio è quando sento dire "che belle foto che fai, sicuramente hai una fotocamera fighissima!", come se bastasse spendere tot mila euro in attrezzatura per fare delle belle foto e non ci fosse un monte di lavoro e di esperienza dietro l'uso di quella macchina costosa (tra l'altro, oltre a minimo due corpi macchina  e obiettivi, mettici anche computer potenti per l'elaborazione delle immagini, svariati hard disk e software a pagamento per l'editing, poi borse, schede, batterie e via discorrendo). Per farti un esempio spiccio, immaginati di andare a cena da uno chef quotato e dopo dirgli:"Ottima cena, sicuramente la sua batteria di pentole spacca". Detto ciò, non credo che Carlo Cracco usi pentolame Ikea, per capirci.

Starfooker: La tecnologia fa passi da gigante e già con una buona entry level e delle discrete lenti si possono portare a casa buoni risultati, sapendo sfruttare al meglio la propria attrezzatura, soprattutto nei concerti medio-grandi. Per assurdo, è invece nelle situazioni più piccole che, a fronte di fonti di luce meno performanti, aumenta l’importanza di un’attrezzatura adeguata.

1_VascoRossi_DaniloDAuria(Vasco Rossi. © Danilo D'Auria)

Ti sembra che in chi guarda ci sia una buona capacità di riconoscere la qualità dello scatto fotografico? Quanto questo è condizionante per poter svolgere questo lavoro al meglio?

Danilo D'Auria: Io direi che questo aspetto non è condizionante, piuttosto è frustrante. Spesso ci sono fotografie pessime che vengono scelte a dispetto di tante altre che restano sugli hard disk di molti fotografi. Non voglio dire che chi guarda o sceglie determinati lavori sia incapace, ma ci sono cose oggettivamente brutte in giro. È pur vero che la fotografia è soggettiva, quindi è un tema di cui potremmo parlare per ore. Sicuramente io non scatto pensando a chi potrebbe scegliere le mie foto, significherebbe essere condizionato e questo non mi piace. Continuo a portare avanti la mia idea di fotografia live, se poi piace sono più contento.

Francesca Sara Cauli: In generale, credo di sì. Almeno per quel che mi riguarda, so che chi mi segue lo fa con interesse e occhio critico. Poi c'è chi è completamente disinteressato all'immagine e non gli si può fare una colpa per questo. Se poi parliamo di misurare l'apprezzamento "social" delle foto, devi considerare che spesso i like maggiori arrivano, giocoforza, sugli artisti più popolari. Apprezzo molto chi mi scrive che apprezza la foto, meno l'artista. Sembra paradossale ma è difficile che le persone mettano un like a qualcosa che non rientra nei loro gusti musicali. Chi lo fa dimostra un genuino interesse per la fotografia e questo al fotografo regala molta soddisfazione.

Starfooker: A mio avviso, il pubblico è attratto prima dal soggetto fotografato, poi dalla spettacolarità di quanto rappresentato. Solo alla fine può attivarsi una lettura critica della foto. Ma questa è stata anche la mia esperienza di fruitore di immagini di concerti, nata sfogliando da adolescente le pagine del New Musical Express: le prime foto che andavo a vedere erano quelle dei festival in cui suonavano i miei beniamini (Reading, Glasto, Bestival, ecc), poi scorrevo velocemente le pagine fino ad arrivare alla gig guide della settimana per le foto di band meno famose in piccole venue, musicisti che davano il 150% di se stessi nella spettacolarizzazione della performance. Capisco benissimo quindi che il ritratto di un cantautore sconosciuto davanti all’asta del microfono, per quanto ben realizzato, possa avere meno appeal di Florence Welch che volteggia sul palco. Per quanto riguarda il mio lavoro, ho imparato a farmi influenzare il meno possibile dalla presenza di feedback esterni: quando la committenza è felice, il risultato è portato a casa. Feedback positivi fanno piacere, non lo nego, soprattutto quando arrivano da colleghi o esperti, ma tendo a rimanere (fintamente) umile davanti a questi.

(Haim. ©  Francesca Sara Cauli)

Qual è per te l’aspetto più bello di questo lavoro?

Danilo D'Auria: La musica, altrimenti avrei scelto di fotografare gattini. :-)

Francesca Sara Cauli: La fotografia di musica è un mondo strano. Ci sono molti elementi frustranti che lo rendono più ostico di quel che dovrebbe, però posso garantirti una cosa: quando si spengono le luci, sotto il palco, non esiste più nulla. Posso aver passato la giornata più brutta di sempre, ma in quel momento tutto scompare, parte la musica e comincia un mondo "sospeso"di suoni, luci e colori. C'è questo scambio tra band e pubblico che non so descriverti a parole, è qualcosa di magico. È semplicemente bello essere là, è un'esperienza sensoriale. Peccato duri solo tre canzoni, nella maggior parte dei casi. Incontri tante persone, fotografi e addetti ai lavori, la gente in transenna che ti saluta. Diventa come una droga, non riesci più a smettere. Le volte che mi capita di andare ad un concerto senza fotografare, inizialmente sono contenta, libera dai 10 kg dello zaino. Ma dopo un po' mi sento un pesce fuor d'acqua. Il mio mondo è la sotto, tra il buio ed il sudore. Non è un caso che si chiami pit, la "fossa" dei leoni!

Starfooker: Penso che questa professione, una volta superati i momenti critici di cui sopra, sia una droga di cui non riesci a fare a meno. Una parte importante è la scarica di adrenalina di aver poco tempo (i primi tre pezzi o meno) per portare a casa il risultato. E anche dopo anni, quando si spengono le luci il cuore batte forte. L’altra parte, che crea parimenti dipendenza, è il potersi trovare per molte sere a settimana con persone che diventano la tua tribù di riferimento, con la tua stessa passione per la fotografia e la musica, con cui poterti sempre lamentare di qualcosa.

(Ministri. © Starfooker)

Tag: intervista

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