SENZA CUORE: Guerra e pace, sempre miele Rubrica

16/10/2006 di Alberto Motta

(Foto da internet)

E' da tempo la rubrica più controversa del ROCKIT'mag. C'è chi la ama e chi la odia, senza possibilità di scampo. Fra indignazione e pulsioni nascoste, ripeschiamo dal numero #28 del nostro free press un episodio ben riuscito della saga di Alberto Motta. Godetene tutti.



I feriti militari della grande guerra rientravano a Milano; schegge di granate e tendini recisi per i più fortunati, che venivano curati all'ospedale Niguarda.

Li potevi vedere negli angoli bui di corso Vittorio Emanuele, addossati alle colonne, di schiena. L'ampio cappotto d'ordinanza copriva loro, e sotto quel cappotto loro coprivano le infermiere inglesi volontarie in Italia. Future madri di figli senza padri convinte dal liquore Strega e da un'oratoria cristallina dettata dal puro istinto dei loro bei militari: "amore mio ti amo vieni qui fa freddo come potrò vivere senza di te scaldami un attimo dài potremmo non vederci mai più e io ti amo dimostrami che anche tu mi ami sì aspetta mmh no non succede niente giuro aspetta mmh mh anch'io ti amo ancora un secondo ah…aah, ah."
Ridursi a tale pratica oggi, converrete, sarebbe poco urbano. Piuttosto, che venga in soccorso un amico mettendo a disposizione la casa. Difettando quest'ultimo, non resta che fare affidamento sul Superamico, quello che abita proprio in piazza Duomo. Esaaaaaatto. Ricordandoti che il dress code, come nei club privè, è d'obbligo: niente spalle scoperte, no calzoncini, no flash. Ora prenditela comoda, fatti un giro nella speranza di un'illuminazione che tanto non arriva, poi dirigiti verso l'altare, seconda fila sulla destra. In prima fila c'è una vecchina che non sa ancora di essere morta, tu ti siedi, Sarah fa altrettanto alla tua sinistra in modo tale che possa porgerti la destra. Contempli l'alto, nella speranza dell'illuminazione, mentre il cappotto sulle tue gambe comincia a muoversi impercettibilmente. Ma tu sai che non è quello il senso del tuo universo ora perché conosci e ami le tette più dolci e perfette e dure e calde che tu abbia mai toccato; sono lì che si muovono al ritmo del suo braccio, sotto il maglione e dentro il reggiseno nero che aveva addosso stamattina, l'unico indumento che indossava mentre facevate colazione e lei era di fronte a te e vi guardavate dritto dentro quegli occhi neri e telepatici e lei si alzava e tu vedevi la sua figa santa tra la tazza del caffèlatte e lo zucchero, distorta dal sacchetto increspato dei biscotti e poi la luce in mezzo alle cosce in alto mentre si scostava dal tavolo per prendere un bicchiere d'acqua e zitto mangiavi finalmente per una mattina senza pensare. Dentro alla Vita per una volta e poi chi se ne frega se mai più. E tutto quel giorno sapeva di miele, pure la sua schiena in piedi dietro alla tua schiena ora che beveva l'acqua del rubinetto con il pube appoggiato all'acciaio inox del lavandino, con i suoi piedi nudi freddi per terra con i quali era bello farsi le seghe. Sempre zitti, respirando la stessa aria. E anche adesso che tu sei seduto al freddo su una panca di legno e non puoi toccarla mentre lei invece sì, e i suoi occhi fingono interesse turistico nei confronti dei lucernari e dell'altare, ma tu la guardi solo un secondo e vedi dalle sue labbra che sta solo pensando al tuo cazzo mentre lo tiene stretto in mano con amore, ancora miele.

Guerra o pace.

Sempre miele.



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