SENZA CUORE: La posta del cuore - Senza Titolo Rubrica

11/04/2007 di Francesca Gaiotto / Violentine

(Bella con micio - Foto da internet)

Da tempo siete abituati a leggere su queste pagine alcuni tra gli episodi più gustosi de "La posta del (senza) cuore", la storica rubrica di ROCKIT' MAG curata da Alberto Motta. Questa settimana vi proponiamo la rubrica rivale: "La posta del cuore". Dal numero #33 del nostro magazine, un racconto di Francesca Gaiotto.



Mentre cercavo il suo nome sul citofono, pensavo a quanto fossero sporchi i miei capelli. Sporchi e mesti. Da quando, forse per punizione, mi ero tagliata i capelli così, poco mi importava di tutto. Strano, per un primo appuntamento, un classico, la noncuranza, per me. Già pensavo a quella sua bocca, quel suo modo di aprirla, lasciando intravedere continuamente i denti e la lingua, era insolito.

Era il primo ricordo che avevo di lui. In mezzo alla calca cristallizzata era come se fra noi si fosse creata una densa linea invisibile, dai miei occhi alla sua bocca.

Lui parlava ed io non ascoltavo, fissavo la sua lingua scivolare fuori, arrotondarsi nelle parole. Ed il mio immaginario si era fermato lì.

Venne ad aprirmi alla porta con un bicchiere di vino rosso fermo e dell'uva.

Non disse nulla. Mi fece entrare. Twilight Singers. Mi trovai sul tavolo, io ero nuda, cercai di toccarlo timidamente come quando cerchi per la prima volta. Non trovai nulla. Assolutamente nulla.

Ma non ebbi la percezione di assistere ad un qualcosa di anomalo. Rispetto cosa poi.

Lui mi aveva sollevato la schiena, facendomi inarcare. Ero un cucchiaio ribaltato.

Iniziò a leccarmi, tracciando un solco dal collo fino al pube, come se mi stesse aprendo il torace, per entrare.

Vieni dentro, pensai quasi innervosita da quel momento che precede la penetrazione.

Ma lui si fermò, mi annusava, godeva del mio odore, come se fosse quello di casa, dell'infanzia, dei temporali estivi, dell'asfalto bagnato. La malinconia dei sensi.

Il solo vibrare del suo umido respiro mi fece venire.

Iniziai a sentire i battiti del cuore violentemente tra le mie gambe e poi risalire verso lo sterno. Ero una cassa vuota tra le sue mani.

Ebbi il tempo di intravedere la sua siluétta infilarsi tra la V delle mie gambe e poi sparì all'inseguimento della sua lingua, che mi invadeva.

Mi teneva come un calice, le sue mani sul mio culo mi lasciavano sospesa. Lento. Disegnava cerchi intorno alle mie labbra, scivolando, scendendo. Lento. Cerchi sempre più piccoli, fino a penetrarmi, a toccarmi le pareti interne, con quella cosa che lingua non sembrava più. Il suo orgasmo mi implose dentro. Si staccò da me lasciando un filo biancastro pendere dalla sua bocca, ultimo collegamento tra il suo sesso, la lingua, e il mio.

Scusa.

Di cosa.

Abbandonò la sua testa sul mio grembo, sporco, e lì si addormentò. (Sembrava stanco. Sorrideva però. Stremato. Dormi. Lui sapeva di pane e di caldo.

I restai per un po' a guardare il soffitto ricoperto di ombre delle piccole foglie di quella pianta di cui scordo sempre il nome.)
Non aveva il pene.

Di lui un anello, sul dito medio della mano sinistra. Nove pietre per nove pianeti. (Ero incinta.)



Commenti (1)

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati