Sfera Ebbasta non ha ucciso il rap, ma forse è avvenuto il contrario

La parola "famoso" può essere di volta in volta associata a cantanti, pupazzi, terroristi o animali negli zoo. Con la qualità c'entra davvero poco, come d'altra parte il nuovo disco "americano" del rapper di Ciny
20/11/2020 17:12

Durante i Mondiali di calcio del 2010 ai tg non si parlava d'altro che del Polpo Paul, un cefalopode ospite dell'acquario di Oberhausen che pare fosse in grado di azzeccare i risultati delle partite. Alì Agca sarà per sempre sui libri di storia per aver cercato di impallinare Papa Wojtyla nel febbraio 1979. Il Tenerone di Gianfranco D'Angelo era un pupazzo enorme e tutto rosa che diceva solo "Pippo pippo pippo": il suo successo fu clamoroso. 

Sono tre esempi tra i mille possibili di quanto il concetto di fama non sia solo transitorio – come suggeriscono la dottrina della Chiesa e Manzoni prima e Berlusconi poi –, ma necessiti di un contesto e soprattutto di umanità per avere ancora un senso (la reference qua potrebbe essere il film Saranno famosi). Quando ho letto che il titolo del nuovo disco di Sfera Ebbasta, uscito oggi a compimento di un processo di hype building che nemmeno il vaccino anti-Covid, si sarebbe chiamato Famoso, ho dunque manifestato a me stesso le mie perplessità.

Che l'artista nato Gionata Boschetti abbia voluto giocare con la nozione di "famoso" e che la sua retorica ed estetica corrano sempre sul cordolo della provocazione e delle iperboli, sono informazioni acquisite. Eppure, saranno i tempi gregoriani che stiamo vivendo, nella narrazione del ragazzo partito dai parchetti di Cinisello Balsamo – dove ieri il giovane sindaco leghista gli ha dedicato una piazza, in cui con ogni probabilità tra poche settimane invierà Brumotti contro il degrado provocato da alcuni giovani fan di Sfera Ebbasta – e arrivato fino ai bagliori di Hollywood c'è qualcosa che oggi appare sgonfio, ben poco intrigante (per me).

Il mio primo incontro con Sfera Ebbasta – che coincide con la prima volta in cui penso "che nome di merda si è scelto questo ragazzo" – risale a cinque anni fa circa. Lo ricordo come si ricorda dove eravamo quando arrivò la notizia delle Torri Gemelle: a parlarmi per la prima volta di questo nuovo rapper che non assomigliava a nessun altro era un ragazzo di una decina d'anni meno di me, che mi ero ritrovato seduto accanto su un bus.

Era un tipo assurdo, che passava di continuo dai racconti degli ultimi massaggi in cui si stava specializzando e dei fagioli andini che costituivano il fulcro della sua dieta macrobiotica a quelli delle ultime serate al Rocket, celebre club di Milano, e degli incredibili intrugli di droghe che lui e i suoi amici assumevano il venerdì sera. Nei suoi ragionamenti proteine e alcaloidi analgesici formavano una catena ramificata destabilizzante e piena di fascino (per me). Per lui e il suo gruppo Sfera non era solo un cantante, ma uno da sostenere, un rappresentante della loro generazione, dei loro quartieri e del loro stile di vita.

Sfera in una foto promozionale del discoSfera in una foto promozionale del disco

Naturalmente ci andai sotto. Ero travolto dalle sue foto con i super cannoni in bocca – questa cosa, pur con qualche gradino di consapevolezza in meno rispetto a Bob Marley, mi pare il contributo "politico" più importante che la trap lascerà, una volta fatto il suo corso – o con gli sciroppi in mano, dagli "Skrrt Skrrt" (e relativa ricerche "cos'è Skrrt Skrrt" su Google), dai video girati sulle panchine dell'ex città dormitorio in cui non c'erano più grandi motivi per poi svegliarsi, dallo slang, dalle visiere a becco. Pur con riferimenti – non userò la parola valori, ma voi sentitevi liberi di farlo – sideralmente distanti da tutti quelli che per me hanno rappresentato quacosa, la sua vicenda ricalcava il percorso che molte sottoculture – ultima tra quelle giunte a noi l'hip hop dei primi '90 – hanno avuto nel corso del '900. Ovviamente tutto questo era nella mia testa, ma mi sarebbe piaciuto un giorno parlarne con Sfera e farmi ridere in faccia. 

Tra noi qualcosa si è incrinato nei primi giorni del 2018, con l'uscita di Rockstar. Un disco inevitabile, all'apice di una cavalcata di record e polemiche che procedeva da più di un anno, destinato a causare un'altrettanto inesorabile delusione in chi si era approcciato alla sua musica per il suo potere dissacrante e distruttivo, la sua natura aliena. Ma se, come aveva suggerito Flaiano, l'umanità è fatta per abituarsi anche all'arrivo dei marziani, figurati se non siamo in grado di metabolizzare (e normalizzare) un giovinotto coi capelli rossi.

Il disco – per cui ho sentito commentatori spendere parole che di solito sono confinate all'ambito teologico – era la paraculata suprema di chi teneva un occhio strizzato ai suoi vecchi fan e l'altro ben aperto per accogliere con garbo l'enorme pubblico che le nuove sonorità e la "mainstreamizzazione" dei cliché di cui era pioniere gli avrebbero garantito. Un disco fatto davvero bene, e il problema stava tutto lì.

Non era lecito aspettarsi qualcosa di diverso da Famoso, che vede la luce quasi tre anni dopo quel lavoro. Non con quel titolo e con le premesse che accompagnavano l'uscita, l'accento calcato sulla storyline dello sbarbato che prima si prende l'Italia e poi va alla conquista del mondo su un jet privato. Non dopo aver constatato che i feat., da J Balvin ai big della trap americana Future e Offset, erano poco più che degli statement di figaggine, così come le produzioni affidate da Charlie Charles – passato dal romanticissimo ruolo di beatmaker solitario nella sua cameretta di Settimo Milanese all'altisonante definizione di "executive producer" dell'album – a hitmaker mondiali. Un disco fatto ancora meglio di quello di prima, insomma, e il problema sta tutto lì.

Sta nel diluvio di stereotipi che nemmeno le produzioni di Diplo – molto figa – o Steve Aoki – boh – potevano coprire. Sta nel voler tenere il piede in un sette scarpe, e poco importa se sono delle limited edition. Sta nella pretesa che robaccia come il pezzo con J Balvin possa convivere in maniera credibile con i continui struggimenti infilati nelle barre per testimoniare che il successo ha un prezzo (la cui reiterazione più che un reale dissidio morale suona come una disperata ricerca di contenuti). Lo si era già visto dal singolo che apriva le danze, Bottiglie Privè: si continua così per una quarantina di minuti. 

Intendiamoci, le cose che funzionano nel disco ci sono eccome. E ci mancherebbe altro. Il pezzo con Future spacca, così come quello (molto confortevole) con Marra e Guè. Sono interessanti i brani più pop e le sortite in altre sonorità, come la già citata Hollywood, Giovani re con le sue concessioni dance, e persino Male (lo dico da anni: "Sfera, riponi in soffitta pistole e panette e diventa il nuovo Rocky Roberts"). Godibile – e odiosa – è l'operazione al limite dell'approppriazione culturale che fanno alcuni brani, come Salam Alaikum (7Ari bomba vera). 

Sfera nella piazza a lui dedicataSfera nella piazza a lui dedicata

Se tutto questo può eventualmente fare qualcuno famoso (come il Polpo Paul), allo stesso tempo rende la minestra decisamente più insipida (per me) e lascia il dubbio che non ci sia più molto da dire né da dare, ma solo la voglia di prendere ancora. Mentre batto le ultime lettere sulla tastiera, il disco sarà già arrivato a un miliardo di streaming e Sfera si sarà comprato un nuovo brillocco da due milioni di $. Il che dovrebbe farmi riflettere su chi tra me e lui abbia più a fuoco la nozione di "famoso" e chi sappia come si sta al mondo. Bene così Gionata, ognuno per la sua strada: tu sul Sunset Boulevard, io in piazza Gionata Boschetti a Ciny a rimembrare i vecchi tempi con le visiere a becco.  

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L'articolo Sfera Ebbasta non ha ucciso il rap, ma forse è avvenuto il contrario di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 20/11/2020 17:12

Tag: rap italiano - opinione

Commenti (4)
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  • Luca.Nistler 9 giorni fa

    bellissimo articolo

    > rispondi a @Luca.Nistler
  • francoone32 8 giorni fa

    Questo articolo è più mainstream del nuovo album di Sfera.
    Se consideri Rockstar una delusione (ma poi una delusione perché? Rispetto a cosa?), ti invito a rileggere il tuo articolo e riflettere anche sulla definizione di deludente.
    Troppo facile contestare le palesemente dubbie qualità musicali di Sfera..molto più difficile capirne la forza comunicativa, e magari approfondirla.
    Grazie lo stesso, mi hai fatto compagnia durante l'evacuazione mattutina.
    Ora mi riascolterò il frizzante album Famoso, che almeno mi fa prendere bene

    > rispondi a @francoone32
  • Fireken 8 giorni fa

    Mi trovo a Boomerlandia

    > rispondi a @Fireken
  • Alberto Facchin 2 giorni fa

    ...Mi fa prendere bene...@francoone...questo conta. Una solo grande differenza Tupac viveva quello che diceva, ed è morto tragicamente. Oggi e meno male questi rapper o Trapper nostrani al mattino si fanno di nutella, al massimo meno male mi ripeto...Ne abbiamo abbastanza di eroi negativi nel nostro Paese...se vi prende bene così sia.

    > rispondi a @facchin.alberto60
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