Un lampo intravisto oltre i vetri del treno: la storia di "Siberia" dei Diaframma

01/12/2015 di

Fra i minuti scanditi dai colpi di una telescrivente qualcuno scrive la mia storia, prima che finisca”.

("Delorenzo")

Da scrivere c’è tanto che non siano solo parole e racconti, perché tutto quello che nasce pensando a "Siberia" acquista per molti la forma innata di un sentimento. Il disco-simbolo dei Diaframma usciva nel 1984, quando molti di noi non erano ancora nati oppure passavano i pomeriggi davanti a Deejay Television. Quell'anno nasceva anche Videomusic, e poiché le frequenze dell’emittente non arrivarono mai nel mio paese, contribuì a quella nascita anche Ernesto De Pascale, noto giornalista e conduttore radiofonico scomparso nel 2011: sarà lui il produttore di "Siberia", affiancato nella produzione artistica da Sergio Salaorni che registrò l’album presso il G.A.S. Studio di Firenze.

Sempre nello stesso anno nasce l’I.R.A. Records, etichetta fondata da Alberto Pirelli e da sua moglie Anne Marie Parrocell, improntata da subito al ‘rock italiano cantato in italiano’. De Pascale, Salaorni e Pirelli colgono il respiro profondo di Firenze, la loro città che in quel periodo è una sorta di culla per nuove visioni musicali, una parentesi nera che guarda la dark wave esplodere altrove, dove è già deflagrata e in frantumi (nel 1983 si erano sciolti i Bauhaus e i Cure avevano cambiato direzione dopo la loro trilogia oscura): la prima release dell’I.R.A. sarà “Catalogue Issue”, una raccolta di brani nati in quel respiro, unendo ai Diaframma, ai Litfiba e ai Moda la band monzese degli Underground Life capitanata dal musicista Giancarlo Onorato. Il primo lp della label fiorentina sarà appunto "Siberia", unico album registrato dalla formazione Sassolini-Fiumani-fratelli Cicchi: prima di allora c’era stato Nicola Vannini alla voce, subito dopo l’ep "Amsterdam" del 1985 i fratelli Cicchi usciranno dal gruppo.

L’ascolto di questo disco è una sorta di viaggio in uno spazio ristretto e claustrofobico: il cantato emotivamente squarciante si incunea alla perfezione nella penombra di una chitarra sempre nervosa che guarda il baratro senza voltarsi mai, e senza confonderlo con un possibile e diverso orizzonte. La sezione ritmica è dritta, asciutta, parallela al buio e perpendicolare ai sogni: il disegno di una guerra persa in partenza appare come chiave di lettura di un simbolismo che si muove tra gli stilemi dark e le reminiscenze postpunk. La prima traccia, che dà il titolo all’album e ne concentra freddo e solitudine, fu ispirata da un racconto di Cechov e racchiude il senso di un silenzioso vagare alla ricerca di una luce diversa, di una strategia per sopravvivere in quella che lo stesso Fiumani definisce una "Siberia interiore". L’amore è infinita attesa, lacerante sconfitta, distruzione, ancor più in “Neogrigio” che ripete ossessivamente ‘Come una morte breve nelle stanze d’albergo’: eros e thanatos, sinfonia di impulsi primari e devastanti che esplode mentre tutt’intorno è tristezza.

In ogni canzone c’è un protagonista solo e perduto, e l’oggetto dei suoi tormenti resta in lontananza: c’è la sua passione, l’ammalarsi di desiderio e nient’altro, è come un cuore visto dall’interno e da vicino. “Resti un lampo intravisto oltre i vetri del treno” recita "Impronte", resti distante come l’immagine quasi reale di un denso ricordo, mentre ora non rimane nulla, le mani sono vuote e il pensiero latita nel passato. Cosa cercare, senza sapere come e dove, se non “qualcosa di indefinito” come suggerisce "Amsterdam", che contiene quel Dove il giorno ferito impazziva di luce” che è una frase-manifesto, un inno che racchiude i vent’anni nell’istante di un crollo emotivo? Pensare che questo pezzo, originariamente ispirato da un locale fiorentino che si chiamava Bananamoon, era stato messo da parte per essere ripescato quando si decise che ciò che era originariamente un mini lp doveva trasformarsi in un album vero e proprio. Mancava ancora un brano, e Fiumani scrisse di getto "Memoria", dedicata al padre scomparso quando lui aveva soltanto cinque anni, “il primo corpo caduto in questo oceano di luce”.

In una monumentale e decadente giostra introspettiva girano il rimpianto (“Specchi d’acqua”) e il senso di colpa (“Delorenzo” e “Desiderio del nulla”), e non c’è via d’uscita né redenzione alcuna, tutto resta così com’è, tra i toni di grigio che non riprenderanno mai colore e le speranze che non troveranno un posto protetto per assicurarsi la salvezza. E questa giostra è un disco che non si consuma, vivo e nitido nella sua potenza espressiva, nelle strutture sonore capaci di costruire paesaggi con prospettive inusuali, dove l’unica soluzione è essere consapevoli che una soluzione non c’è: è la Siberia interiore celebrata in vari modi, e dopo trent’anni è ancora lì, a confondersi con il cielo e con gli occhi mentre il buio, inevitabilmente, s’avvicina.

 

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Commenti (3)

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  • UhUhUh 04/12/2015 ore 17:38 @UhUhUh

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  • Vincenzo Tropepe 04/12/2015 ore 18:11 @enzo.tropepe

    Avevo solo 18 anni quando uscì il disco. Mi recai subito nel mio negozio di dischi di fiducia e lo acquistai. Fui talmente colpito che pensai di suonare due brani, Siberia ed Amsterdam, col mio gruppo. E' stata un'esperienza meravigliosa. Oggi conservo il vinile come una delle cose più preziose che ho. E' stata la colonna sonora della mia gioventù.
    Grazie.

  • Alessio Ballerini 08/01/2016 ore 02:19 @lonelyisaneyesore

    Agli occhi di un sedicenne, Firenze in quel 1984 si presentava meravigliosa. Uscire da scuola in direzione di casa dei compagni di scuola, che in teoria avrebbero dovuto ospitarti per la notte ma che in realtà ti accompagnavano per tutta la notte in giro per la città: al Banana Moon, alla Foresina, all'Ananas Videoclub, al Tenax, al Manila, al Salt Peanut, al Crisco e in altri cento locali che adesso non ricordo più in un caleidoscopio di gente che suonava, di nuove conoscenze, di colori che passavano dal fluo al nero più assoluto... Una giostra che si fermava solo la mattina per permetterti di recuperare gli zaini e di presentarti stravolto a scuola, coi libri del giorno prima.
    In Via Pietrapiana, in Via de' Neri e nel Sottopasso della Stazione trovavi tutta la musica che volevi: musica che scandiva le tue giornate e le tue notti: sempre, immutabilmente.
    Grazie Firenze per avermi fatto vivere allora una vita che a raccontarla adesso fai fatica a farti credere dagli adolescenti di adesso... Ed un grazie ai ragazzi che mai avrebbero suonato consapevoli di diventare "Tribute band".

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