You Should Play In A Band - Sintetika - Firenze Live report, 30/03/2007

02/05/2007 di

(You Should Play In A Band - Foto da internet)

Gli You Should Play In A Band al Sintetika di Firenze. Prima capita di conoscerli di persona e poi di sentirli suonare. Questi cowboys ci sanno fare. E se western dev'essere, vince chi spara per primo. Quindi muri di suono, rudezze Lo-fi e indie-country-folk. Un concerto inaspettato. Un’energia che rapisce. Monia Baldacci - sul posto quasi per caso - racconta.



"...e due cazzatine con il synth." Lo dice lei. Seduta al centro della scena, che in quel momento è lo stanzone rettangolare del locale. Lo dice a me che nemmeno la conosco. L'idea è di chiacchierare un po' con l'amico Leo, cenare e poi andare. L’idea non è di musica. Di restare. La mia faccia infatti ha già assunto le sembianze del cuscino che vorrei raggiungere e non è vestita a festa. Ma poi finisce che, invece di chiacchierare con lui, mi siedo accanto a lei. E lei si chiama Mary. In realtà Maria Giulia. Che però, mi dirà dopo, sembra un nome da bigotta e allora meglio Mary. Lei è voce e cori degli You should play in a band (Bologna, line up di sei elementi, progetto nato da una costola della bolognese Juniper Band). E poi appunto fa anche "due cazzatine con il synth".

C'è il sound-check, mentre socializzo. Ci sono Leo, Giuseppe e gli altri ma più in là, non qui dove si parla di influenze alla Ennio Morricone, L'Altra, Franklin Delano, Low e pure di cover ("When You Dance I Can Really Love", Neil Young, "World War Pigs", Julian Cope). Finché l'ombra della cena non si allunga su noi, come nel migliore mezzogiorno di fuoco e ci cattura. Cena fatta di tortelli e parole, verdurine fritte e ricordi, vino e perché. Tutti insieme. Anche Maria Giulia detta Mary. Poi arriva ciò che conta, ciò per cui non ero qui ed ora invece sono.

Sto davanti a questo deserto immaginario che dipana dal palco. E se western dev'essere, vince chi spara per primo. E sul mio sonno vincono loro. Li ascolto in verbi anglossassoni inseguire influenze. Quelle prima citate ed altre appena scoperte (Pixies, Beck ma rarefatti, quasi visioni lisergiche), influenze per cui comunque si è trovata una buona cura di individualità, cura che abbassa la febbre di derivazione. E poi scorro tutto un sottobosco di foreste slow core, sentieri indie-country-folk senza tuttavia vedere il frontman Francesco Begnoni, col suo cappelletto di falde cowboy, guidare carovane di eccessiva malinconia. E poi l'aspetto per me più coinvolgente: le lunghe parti strumentali, incalzanti, veri vortici di chitarre distorte, batteria e basso, sovrapposizioni sì ma sempre lucide e funzionali alle ballate. Muri di suono che volutamente non tradurrò in "wall of sound" proprio perché qui Phil Spector non c'entra granché. C'entrano piuttosto un galoppo di cori (duetti e terzetti che siano) che s'innestano nella rudezza di un lo-fi e di un impatto crescente. Tanto che a tratti pensi "e ora, come ne escono questi, dal vortice?" Ne escono. Perché hanno imparato un'altra lezione. Infatti, pur lontanissimi dal genere (non ravviserete nessuna somiglianza), gli YSPIAB prendono dai geni per eccellenza dei vortici sonori e conseguenti, magistrali, uscite dagli stessi, ovvero i Sonic Youth, la capacita di "ritornare". Il vortice non è implosione: è via d'accesso a qualcos'altro. Energia che rapisce e lo fa con uno scopo. E qui, infatti, si ritorna al soffice synth (le due cazzatine...), alle tastiere, ai ritmi fluidi, ad una coerenza di un'America oscura chiarita in Italia. Resto ancora poi, ma solo un po’. Ho sogni di cuscini al galoppo da recuperare, idee di boschi e bisonti e sei tizi pieni di sorrisi da ritrovare su cd.



Commenti (2)

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  • Faustiko Murizzi 03/05/2007 ore 10:58 @faustiko

    ...che bella recensione!!!
    :)

  • Monia B. Balsamello 04/05/2007 ore 12:30 @m-bcom

    :)
    E' la musica, è la musica che contagia le parole! Io sto lì e aspetto...
    [:

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