Six Day Sonic Madness - Guardia Sanframondi Live report, 25/07/2008

11/11/2008

Quest'anno ha rischiato di saltare. Nonostante l'amministrazione abbia remato contro, gli organizzatori ci sono riusciti: l'undicesima edizione del Six Day Sonic Madness c'è stata ed è andata bene. E si è confermato come uno degli eventi più importanti del centro sud. Rockit ha inviato Maria Murone, Giovanni Continanza, Oscar Cini e Ester Apa. Hanno ascoltato i concerti e parlato con gli abitanti di Guardia Sanframondi. Ci raccontano.



Troppo freak per essere indie (di Maria Murone)
Sono sul treno che da Roma mi porta a Telese-Cerreto. Direzione Guardia Sanframondi. Lovely place. Qui c'è il Six Day Sonic Madness, che ritorna nonostante le difficoltà a realizzarlo quest'anno. Per tre giorni, ma resiste.

Che meraviglia. Non sento più la stanchezza. Mi abbraccia un paese incantevole, la gente calda e genuina, i cani che scodinzolano in cerca di compagnia, gli anziani che rispolverano storie di un passato remoto che li inorgoglisce davanti a una banda vivace di giovani che invade allegramente la loro tranquillità. Come l'esuberante vecchietto che mostra orgoglioso il berretto della legione straniera, wè wè. "Ti metti paura, eh", domanda inquietando. Un'atmosfera fatata. Mi immergo nel tepore delle viuzze, nelle case abbandonate ricche di fascino decadente. Ne assaggio i sapori e mi inebrio di profumi. La pizza appena sfornata. La mortadella. Il vino locale. Le bolle di sapone svolazzanti rendono ancora più magica questa poesia. C'è anche un palco salendo per il castello tra le scalinate di un fantastico borgo che più volte attraversiamo su e giù. Di fronte ad un panorama che sta lì immobile e conturbante da farti perdere il fiato.

Il campeggio nelle campagne attorno è un mondo di colori e di volti amichevoli. Troppo freak per un festival indie forse, ma di sicuro molto friendly. Ci sono personaggi leggendari, dicono. Sergio U 'Sball, il Mago, Roccia. "Frusta, frustaglia, siamo tutte vittime della frustaglia". Non so cosa significa. Ma è un refrain che Marcello, un altro eccentrico tipo, canta ogni mattina. Qui sulla collina, dopo i concerti, tra la frescura, attacca il dj set. Fino all'alba. Fa freddo, fin quando i corpi non si scaldano a colpi di elettro-rock. Quello travolgente di Shirt vs T-shirt (ai piatti i giocolieri Fabio Nirta e Robert-Eno) anima la prima serata, il secondo giorno Hard to pronunce & warning selection (uno dei dj è il nostro Oscar Cini) continua la carica.

C'è una sana follia nell'aria. Io sono qui e non voglio essere altrove. Tutti i respiri che ho sono per te (Benvegnù). Con il sorriso sempre stampato sul volto. Mi guardo intorno. Sono tutti felici. Non manca nulla. "We keep in touch with the stars. We come and go to get the highway" (Vegetable G). Alla partenza lascio il mio cuore qui e mi porto dietro un bagaglio di emozioni, di volti, di sorrisi, di frasi che restano. Come quella che Carmine di Napoli mi sussurra nelle sue mazurke deliranti, sotto il suggerimento criminale di Dario. "Voglio fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi!". E così si rivolge anche alla fascinosa cantante dei Gitta. Mi sento bene quando sono qui (Lombroso).

Luci ed ombre nel castello (di Giovanni Continanza)
Lucida e polverosa come ogni borgo medievale, Guardia Sanframondi appare vestita a festa: il bianco delle piazzette trionfa tra i volti e i piercing di chi capita in questo posto per caso, sono vacanzieri di note, situazionisti da sballo.

I denti moderatamente cariati dei guardiesi lasciano intendere che qui il rock è un ospite occasionale, di quelli che si accolgono con continue e debordanti offerte di caffè, rigorosamente in tazzina e piattino. Capita di imbattersi in un perfetto esempio di Bar Sport: sedie di plastica stile lido anni 80, televisione non al plasma ed infine la chicca: un perfetto modello di flipper anni 70, sublime.

I pensieri scorrono come immagini durante l'ennesimo soundcheck degli Offlaga Disco Pax, un sottofondo di mugugni e facce perplesse.

Inizia il festival, è il turno dei Red Worms' Farm. L'attesa è tanta, la curiosità crea un silenzio insolito, quasi irreale. Le aspettative sono ben disposte: la band veneta sfodera 40 minuti di puro ipnotismo musicale, l'impatto è forte, unico, qualcosa di inspiegabile e stupefacente, un moto circolare ed inarrestabile: è post punk allo stato puro. Brani come "Beastie", "Help Me!", "Everybody" lasciano un segno nella pelle e nel cervello, sono fonti continue di adrenalina, mai un'esitazione, mai un momento di riposo, i Red Worms' Farm martellano il sistema nervoso senza perdere un colpo. Qualche respiro, la sensazione di un'energia appena sprigionata e diffusa nell'aria, termina il live. Gli applausi, l'euforia, le urla appaiono come l'epilogo di un film prevedibile.

Sento schegge elettroniche in lontananza: è arrivato il momento degli Offlaga Disco Pax. Il pubblico sparuto della prima serata non sembra offrigli un quadro abbastanza confortante, lo sguardo di Max è palesemente confuso, l'apparente distrazione del pubblico lo spiazza. Tutto il resto è conseguente. La band emiliana mostra sin dall'inizio un approccio svogliato ed inconsistente, la sensazione diffusa è quella di una performance non convincente sin dalla prima nota, evanescente e sfuggente in ogni pezzo. I pensieri pessimistici si materializzano dopo circa mezz'ora di concerto: una contestazione sfocia in offese pesanti. Gli insulti continuano anche durante l'esecuzione di "Venti Minuti", il brano più caro a Collini. Max è stufo, se ne va. La bile è travasa, la festa è finita. Mentre mi avvio verso l'uscita, sento una mano appoggiarsi sulla mia spalla. E' Max Collini. Mi dice: "Scusa, ti vedevo attento". Non ho il tempo di rispondere, la sua sagoma si perde nella folla.

Vago in un'atmosfera algida da dopo concerto, un vecchietto seduto in un angolo attira la mia attenzione. Ha 80 anni. Lo interrogo su cose apparentemente vaghe e senza una particolare consistenza: se ama la musica, cosa faceva durante la guerra, dove lavorava… Mi guarda, sorride, e nel suo biascicato dialetto beneventino racconta di Verdi, della sua tromba, la banda del paese, della fatica che provava nel tornare a casa dopo aver zappato la terra, di come era felice ascoltando la radio insieme ai figli. Il suo sorriso si spegne come le luci di un palco dopo un concerto, cala la notte.

(Paolo Bevegnù)

Nessuna differenza tra artisti e pubblico (di Oscar Cini)
Il mio racconto di questo Six Day inizia dal tardo pomeriggio; appena arrivato nell'accogliente Guardia Sanfamondi ricomincio a respirare quell'aria di casa che mi pervade ogni volta giungo nella cittadina sannita, tanti giovani che ridono e scherzano con i vecchietti del paese, entusiasti a loro volta di ritrovare tanta gioventù tutta in una volta. Prendiamo coraggio e ci decidiamo a montare la nostra tenda, è quasi buio ma ci riusciamo comunque (anni di esperienza si fanno sentire) una ristoratrice doccia gelata e via verso la follia.

Arrivato al castello mi aspetto di sentire già i The Collettivo, li conosco bene e mi aspetto molto da loro, sound aggressivo e divertente, frontman lascivo e coinvolgente ai limiti della pazzia, ma qualcosa non va: passa il tempo e loro non arrivano, sembra che qualcuno non abbia tenuto a freno la tensione, salgono comunque sul palco, annunciano che a casa di svenimenti e collassi, suoneranno solo 5 pezzi. Attaccano così il loro live, come mi ricordavo sono trascinanti, non si fermano un attimo se non per chiedere cosa faccia il loro beneamato Napoli, la loro miscela di punk e disco-house smuove il pubblico, la gente salta, si diverte, sorride, è un party a cielo aperto, lanciano invettive contro le palestre e la tristezza delle band alla Muse, infuocate schegge rock'and'roll che non ti fanno rimanere immobile. Si confermano una grossa promessa, sia pure con poche tracce ascoltate.

Quando sul palco è il momento di Gitta, rimango scioccato dalla sua bellezza, gambe lunghissime (sarà alta 2 metri), capelli biondi e un sorriso che potrebbe ucciderti. La sua musica è fatta di voce e chitarra acustica, per l'occasione accompagnata da fidati musicisti che assecondano i suoi candidi vocalizzi e i suoi accordi di chitarra; figlia di una prolifica scena acustica nordeuropea, se devo fare un paragone mi ricorda Fink al femminile, o una Karima Francis ancora più leggera, il tutto con una connotazione molto personale.

Ed eccolo, lo aspettavo più di ogni altra cosa, Vasco Brondi in arte Le Luci Della Centrale Elettrica, con le sue canzoni che parlano d'amore e di merda. Riesce dopo pochi attimi a elettrizzarmi il cuore e mi sento gli occhi gonfi, tutte quelle storie di attimi fugaci, droga e corse sugli scontrini mi fanno venire la pelle d'oca, trattengo a stento le lacrime dopo l'esibizione di questo cantastorie di provincia, manca Giorgio Canali, Vasco è da solo ma riempie il palco ugualmente, bastano la sua chitarra e le sue parole, insieme a qualche distorsore.

Purtroppo a causa della tensione scaricata nelle birre, perdo gran parte del live del buon Benvegnù arrivo in tempo per sentire "Suggestionabili" e per vederlo scendere dal palco a fare in pratica un secondo concerto in acustico per il pubblico rimasto ancora tutto lì, pronto ad ascoltarlo. Suona dal vivo "Il mare verticale", anche il resto della band lo segue e si crea uno splendido attimo in cui tutte le emozioni sono condivise, la gente canta con lui e non c'è più alcuna differenza tra artista e pubblico.

(Vegetable G)

Sangue, sudore e cattivi pensieri (di Ester Apa)
Guardia Sanframondi ti accoglie con i profumi che sentivi al pranzo domenicale di tua nonna. Ti affacci dalle mura del suo Castello e pensi che tutto quello che ti serve stia proprio lì: nei colori, le suggestioni, i profumi e i suoni, che questo borgo ti regala. Il buon vino non ripaga certo dalle difficoltà di mettere in piedi un Festival quasi totalmente dal basso, né riesce a farti dimenticare che nonostante questa sia la sua XI edizione, il Sdsm viva nella preoccupazione costante di progettare il suo imminente futuro; ma aiuta a pensare che l'anno prossimo l'aria possa essere finalmente migliore.

L'atmosfera che si respira è elettrica…
La prima giornata esplode nel botto dei Red Worms' Farm che ti travolgono con una furia sonora catartica per tutti i presenti mentre la seconda vive nelle parole di Benvegnù e di Brondi che sono quanto di più vicino ci sia alla poesia "di questi anni 0". Una vicinanza quasi irreale circonda chiunque partecipi a questa festa e si consolida in una terza giornata che sfodera più di un asso musicale nella sua manica. "Did we came from an alien nation" intonano i Vegetable G, nell'incipit della notte finale. Ci sono rhodes, beat minimali, sussurri beatlesiani, che ci raccontano le origini dell'uomo da una prospettiva del tutto rovesciata rispetto alla via tradizionale. "Siamo stati proiettati qui da intelligenze superiori per non finire", uno dei migliori epiteti di "Genealogy", il loro ultimo album, sembra essere il miglior augurio per questa serata; tra un cantato estremamente puntuale e un suono pulito, vigoroso. Il palco si riscalda quando arrivano gli echi seventeen dei Lombroso, freschi di nuova produzione, istrionici, dal tiro velocissimo e dalla potenza reattiva: adrenalina distillata in poco più di trenta minuti che mira al centro e colpisce per impatto splendidamente schizofrenico. Un impeto che diventa ben presto però rarefazione quando tocca agli Amor Fou sublimare i suoni. Qui l'importanza della parola sussurrata non trova terreno fertile, c'è qualcosa che non funziona ancora nella resa sul palcoscenico di questo super-gruppo e l'esibizione ne risente purtroppo per intensità e calore emotivo, ingrediente invece vitale negli headliner della serata: i 24 Grana.

Un potere comunicativo senza pari, quasi struggente nelle schegge di "Ghostwriters", abbagliante nella riproposizione di brani di un po' di tempo fa. Interpreti magistrali di questa ultima giornata, la band regala un'esibizione che è l'abbraccio musicale collettivo di un territorio che purtroppo fa ancora fatica a riconoscere le sue bellezze. Quando le luci lentamente si spengono, non riesci a smettere di pensare che questo micro-mondo vivrà da domani nel perenne affanno di non poter più realizzare questo piccolo sortilegio e la sensazione che riposa sullo stomaco è agrodolce.

Questa è una di quelle manifestazioni che gronda sangue, sudore, che libera dai cattivi pensieri e merita maggiore riconoscimento, una vita lunga e più serena e una dodicesima edizione a cui ritornare.

Ascolta le interviste fatte al Six Day Sonic Madness '08



Pagine: 24 Grana Red Worms' Farm Paolo Benvegnù Lombroso Offlaga Disco Pax Amor Fou Le luci della centrale elettrica Shirt vs T-Shirt The Collettivo

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