Six Days Sonic Madness 2003

20/08/2003 di



Guardia Sanframondi non è un personaggio partorito dalla mente di Tolkien, bensì un paese del beneventano che da qualche anno ospita il Six Days Sonic Madness, forse uno dei migliori festival musicali estivi che popolano la nostra penisola. Arrivarci da Maddaloni non è semplice, il navigatore si confonde di continuo, arrendendosi all'incrocio con la vecchia ferrovia: "impossibile calcolare il percorso, immettere altra destinazione". La tentazione di tornare indietro è forte, ma in fondo tutte le strade portano a Roma, male che vada torno a casa, tanto vale proseguire. La soluzione arriva da due venditori di Meloni Bianchi vestiti come comparse del Mago di OZ, che mi indicano folkloristicamente la retta via per raggiungere una montagna alle cui pendici si coltivano uve che regalano un vino piuttosto quotato, il Guardiense, esportato anche in Afghanistan alle nostre truppe. Sto divagando.

Una spirale di curve e controcurve in salita mi trasporta finalmente a destinazione. Le prime facce note rispondono al nome di Aurelio Pasini (Mucchio), Andrea Girolami (Loser), Leonardo Cola (Idbox), neanche il tempo di salutare ed è gia tempo di fare quello che di solito meglio riesce a qualsiasi operatore del settore musicale: collocare saldamente le ginocchia al di sotto di una tavola imbandita. A cena con noi gli Zu, headliner della serata. Una TV a far compagnia come nelle migliori cene famigliari. Il telegiornale, Rock TV, chiacchiere in libertà e commenti sulla pallanuoto. Dall'ala degli ZU si leva un tenace ed improbabile "da giovane io giocavo a pallanuoto nella Lazio con Ferretti". Qualcuno si stupisce pensando a Lindo Ferretti in piscina, io, da buon esperto(?) di pallanuoto quale sono, annuisco e rilancio con: "...ma il portiere Averaimo gioca ancora?".

Deposte le posate è tempo di fare sul serio. E' tardi. Le zanzare sono alte in cielo, il Municipio sonnecchia come il Deposito di Zio Paperone e il primo gruppo è gia salito sul palco. Una rapida puntata all'albergo che ospita gli addetti ai lavori, giusto per ammirare gli indierocker cimentarsi con frigobar e aria condizionata in camera, poi via verso il centro storico. Il tempo di percorrere vicoli e scalinate antiche, per scoprire che il Six Days Sonic Madness si tiene in una cornice incantevole: lo spiazzo all'interno di un arroccato castello medioevale, sospeso su un magnifico paesaggio di vallate e colline.

Da un castello ad un altro in pochi giorni, passando per un feudo in cui dormire. Bello.

Ambiente fresco a dispetto della temperatura, atmosfera attraente ed un pass che, come il cheat di un videogame, da diritto a bibite infinite. Pubblico non troppo numeroso ma attento e gradevole. Palco ampio e ben attrezzato. Sembra non mancare nulla per passare una bella serata, anche se l'umore non è proprio dei migliori e negli occhi c'e' ancora un saluto umido che sa un po' di addio.

Purtroppo perdiamo l'esibizione del primo gruppo (la cosa si ripeterà nei giorni seguenti), ma voci fidate ci raccontano di una discreta esibizione dei Tempo de mal, tre ragazzi intenti nella promozione di "Alienazioni", album uscito per la Spindle Rec., tra My Bloody Valentine, Blonde Redhead e Marlene Kuntz.

Intanto prendono possesso del palco gli A Toys Orchestra formazione decisamente interessante. I nostri commenti al loro concerto sono coerenti e lineari come un quadro di Dalì: Nirvana, Sebadoh, Bush, Blonde Redhead, Pavement, Marlene Kuntz... la sequela di nomi del "a me ricordano" è l'esempio lampante di come l'abuso di vino possa annebbiare le menti dei critici musicali più di quanto non lo siano normalmente. L'unica certezza è che questi ragazzi sanno "stare" sul palco e, soprattutto, sono dotati di evidente talento. Ottimi, peccato per l'inglese.

E' la volta degli ZU. Di questa formazione s'e' detto tutto ma vale sempre la pena ripeterlo: attualmente sono forse uno dei prodotti italiani da esportare con maggiore fierezza insieme a pasta, pizza e mandolino. Solita formazione: basso, fiati, batteria. Tre strumenti apparentemente docili che in mano agli ZU riescono a demolire qualsiasi palco. Jazzcore e rock'n'roll strumentali, intrecciati in una rappresentazione di fisicità teatrale che scorre su tematiche sonore impossibili ma estremamente accessibili, anche grazie alla vena ironica di tre musicisti unici, che arrivano a chiedere al più ubriaco del pubblico di battere un "quattro più veloce che può" per l'esecuzione di un brano, finendo con il basso tempestato di bacchette per la batteria incastrate tra le corde. Assolutamente imperdibili, come sempre.

E' tempo di lasciare i compagni di ventura e tornare a Maddaloni dalla nonna che probabilmente mi aspetta sveglia noncurante dell'ora tarda e dei miei quasi trent'anni: gli anziani sanno essere più "emo" di uno studente universitario ricoperto di spillette.

Il giovedi del SDSM è stato piacevole e promettente, la seconda giornata si preannuncia ancora più interessante. Poche ore di sonno, un buon pranzo famigliare a base di mozzarelle_di_bufala_quelle_vere e si riparte. Disattivato ormai lo spaesato navigatore satellitare, guido con il piglio di un camionista: direzione Benevento, sorpassare Telese, tagliare per la provinciale. Guardia Sanframondi.

Il tardo pomeriggio prevede la conferenza sul "Ruolo dell'ente pubblico nei progetti di musica giovanile". Il circolo degli anziani è mediamente gremito di persone interessate all'argomento. E' d'obbligo sedersi in prima fila per ammirare Aurelio Pasini, insieme a lui anche Carlo Crudele (Musicboom). Tra i presenti, tiene banco il lungo duetto tra Milena Valentini del Centro Musica di Modena e l'assessore alla cultura del comune di Guardia Sanframondi. I due amoreggiano paventando la possibilità di ripetere anche al Sud esperienze come quella di Modena. Non resisto alla tentazione di abbozzare una polemica inutile, ricordando all'assessore che Modena non è al Sud, che il Sud non è a Modena, che quella parte dell'Italia è un crocevia piuttosto particolare e che comunque sta cercando un parallelo improbabile tra un paese del beneventano e la città in cui alle COOP la gente paga quello che dichiara (se non lo sapete funziona così: un consumatore entra al supermercato, afferra un lettore di codice a barre e va in giro a riempire il carrello. Man mano che prende i prodotti, l'onesto consumatore li registra nel lettore che tiene il conto di quanto si sta spendendo. Finito di fare la spesa, il simpatico e irreprensibile consumatore si reca alla cassa e, senza nessun controllo, paga il conto che si è fatto da solo). La conferenza finisce tra sorrisi e promesse di finanziamenti per il SDSM dei prossimi anni. Staremo a vedere, di certo questi ragazzi se lo meritano, oltre che per l'impegno, soprattutto per la capacità organizzativa e manageriale dimostrata. Se i professionisti fossero seri e preparati come questi volontari, staremmo tutti un po' meglio.

Riccia, mora, occhi grandi. C'e' sempre. Un giorno scoprirò come si chiama la splendida fotografa che segue tutti (ma proprio tutti, da nord a sud) gli avvenimenti del mondo musicale indipendente e no.

Effettuo un sopralluogo al castello durante i soundcheck. Neanche il tempo di portare a termine l'interessante dibattito alternativo con Girolami, Pasini e Alessandro Raina circa la storia del wrestling mondiale, che lo spiazzo si trasforma in un ring della World Wrestling Federation. A farne le spese soprattutto Andrea Girolami, picchiato dai Giardini di Mirò al completo, forse mai così compatti, nemmeno sul palco.

Il sole si abbassa e l'Arci di Guardia Sanframondi è nuovamente pronta ad accogliere le fauci spalancate di musicisti e giornalisti. Tra una gara a "chi è più stempiato" , un bicchiere di vino buono e chiacchiere da dopolavoro, alleggeriamo l'attesa per la cena con una sfida a bigliardino (calcio balilla). Rockit-GiardiniDiMirò Vs. Idbox-Loser. L'illuminazione e la pendenza ci sono nettamente sfavorevoli e, nonostante una caratura tecnica evidentemente superiore, soccombiamo sotto i colpi di Andrea Girolami e Leonardo Cola (ci sarebbe da dire che Corrado non faceva filtro a centrocampo).

La tavola imbandita si protrae oltre il lecito e purtroppo perdiamo le esibizioni dei Muzzy at the phone e quella dei Masoko, formazione romana dedita al pop di cui molti mi avevano parlato bene. Peccato.

Sul palco è ora la volta dei Giardini di Mirò. Ho gia scritto da altre parti quel che ne penso. Suonano splendidamente. Limpidi e Melodici. Carismatici e Intensi. Potenti e Ruvidi. A tratti addirittura sontuosi nelle loro progressioni strumentali. Tecnicamente quasi perfetti. Alla moda e competitivi con i suoni europei. Tra i pochi capaci di vendere qualche disco in un mercato che quasi non li compra più. Una formazione di cui molti vanno fieri e che ha ormai ricevuto tutte le lodi possibili, per questo non mi resta che andare contromano e sentenziare che per quanto mi riguarda sono più noiosi del ciclismo in TV dopo pranzo. Forse un paio di canzoni, di cui non ricordo il titolo, potrebbero anche piacermi, se solo finissero al terzo minuto invece di continuare per altri dieci. Meglio scambiare quattro chiacchiere con quella ragazza vestita da fatina. Nel frattempo i Giardini riescono comunque a costruire una splendida simbiosi con il proprio (numeroso) pubblico, dando vita ad un concerto che fa esattamente quel che deve, per un'altra serata decisamente riuscita. Una serata malinconica e sfiduciata per motivi altri. Una serata che finisce quasi all'alba con un imprevisto inseguimento ad un cane scappato di casa per le vie di Maddaloni.

Il sabato è per me l'ultimo giorno di Six Days Sonic Madness, mi aspetta il dibattito pomeridiano "Il suono della rete". Pressato da Aurelio Pasini, prima di recarmi al circolo degli anziani, sede dei dibattiti, abbraccio la chitarra e concedo una fugace esibizione di stornelli romani; neanche il tempo di cimentarmi con Lando Fiorini, ed è tempo di andarsi a sedere. Schierati con me al tavolo: Andrea Girolami, i ragazzi di Anomolo e l'eminente rappresentante della SIAE il Dott.Manlia, personaggio gia conosciuto tempo fa quando Rockit entrò nel mirino della dubbia Licenza Multimediale, pensata per riscuotere il diritto d'autore in rete e che per ora favorisce i grandi portali commerciali a discapito di tutte quelle imprescindibili realtà medie e piccole che si servono solo dell'entusiasmo e della passione per scardinare la scarsità di risorse economiche. Gli argomenti son sempre gli stessi da anni, triti, ritriti, sminuzzati, pastorizzati, emulsionati. Il futuro della musica in rete è ormai un presente ben consolidato, ma sembra che nessuno se ne sia accorto e tutti a cercare le soluzioni per un ipotetico "domani" che sconvolgerà non si sa cosa. Nel calderone di argomenti trattati, provo a lanciare una proposta sbarazzina al direttore della sezione multimediale che si lamenta delle difficoltà di gestire e monitorare le migliaia di portali e webzine: "direttò, ma perchè 'sti cazzo di MP3 non ve li tenete voi? Spendete quattro soldi, mettete in piedi una server farm, diventate una "vitaminic istituzionale", regalate un vero servizio ai vostri associati, consentite a tutte le webzine di fare il loro prezioso lavoro di valorizzazione e coccolate meglio il vostro diritto d'autore in rete." Il Dott.Manlia annuisce incupito e incuriosito, ammonendomi con un "riparliamone a settembre".

Il dibattito va per le lunghe e soltanto la minaccia di un "facciamo tardi per la cena" ci convince a chiudere la seduta per andarci a sedere a l'unico tavolo che mette d'accordo tutti. La "sala mensa" è gremita e anche i Three Second Kiss, con David Lenci al seguito, sembrano apprezzare cibo e vino. Anche stavolta non sfuggiamo alla pessima usanza di perdere i primi concerti: il rock'n'roll cantautorale di stampo newyorkese (?!) dei La Spina e l'emo noisy power punk pop anglofono (?!) dei Faccia di cane. Pare siano molto bravi entrambi, ma non mi è dato confermarvelo.

A dispetto del caldo equatoriale che spaventa l'intera penisola, la rocca sembra immersa in un microclima d'altri tempi che costringe qualche esile figura femminile ad indossare la manica lunga. I Three Second Kiss prendono possesso del palco e lo abbandoneranno solo dopo aver fatto sudare ogni singola pietra del borgo medievale. Il loro concerto è puro espressionismo noise, immerso in una carica emotiva capace di allungarsi fino a sfiorare un rock'n'roll atroce e sfibrante. Tre musicisti italiani solo di nascita e ormai proiettati verso quella dimensione internazionale che pochissimi altri conterranei possono vantare. Violenti e stranianti. Mai prolissi. Sempre accessibili, nonostante l'irregolarità rumorosa dei suoni. Coinvolgenti oltre ogni previsione. Forse il momento migliore di tutto il (mio) Six Days Sonic Madness, considerando che non parteciperò alla giornata di chiusura con gli Yuppie Flu.

Arriva il tempo dei saluti, delle strette di mano e dei complimenti sinceri ad una organizzazione che è riuscita a costruire in un piccolo paese una manifestazione splendida, gestita con passione genuina e con estrema competenza. Il Six Days Sonic Madness è una realtà che andrebbe presa come esempio da molti mestieranti.

L'appuntamento è al prossimo anno, se siete in zona (e anche se non lo siete) muovete il culo e venite anche voi.



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