Alessandro Grazian - SOMS - Corridonia (MC) Live report, 15/04/2006

19/04/2006 di

Pronto... Ciao, volevo sapere se è confermato Alessandro Grazian per stasera. Ah, perfetto. Ah ah. Per le 23-23.30. Quant’è l’entrata? Ingresso gratuito?! Ah, capisco, magari la tessera. 4 euro. Benissimo. Un’ultima cosa…come arrivo lì da voi?!



Sabato di Pasqua. Dentro il mio uovo ho trovato un gustoso e morbido concerto di Alessandro Grazian: quasi non ci volevo credere, quando l’ho letto, visto che quando torno a casa in periodi che non siano giugno-luglio-agosto è davvero dura trovare qualcosa che ti svolti un sabato sera. Se non vuoi sostare fino all’1 davanti ad un bar per poi infilarti in una macchina che ti porta dritta verso una discoteca dentro la quale ti sentirai con ogni probabilità a disagio… puoi anche rimanere a casa, o davanti quel bar. Stavolta, invece, scopro che in un locale del paesino vicino suonerà Alessandro Grazian e finalmente realizzo che, stavolta, non devo farmi i veri chilometri per sentire un po’ di musica. Devo solo capire come si arriva al fantomatico localino.

Arrivo trafelata, un po’ infastidita: hanno già iniziato e la sala è davvero piccina. Sei-sette tavoli, non di più, già occupati. Qualcuno sosta in piedi appoggiato al muro, quasi intimidito dall’atmosfera già raccolta, in religioso silenzio. Birra in mano, scorgo una panca vuota ad un metro di distanza dalla chitarra di Alessandro, che è accompagnato solo dalla sua voce e da un violino. Sono pronta a godermi lo spettacolo: in fondo, è come se fosse solo per me, visto che ci saranno ad occhio e croce 30 paia di occhi e di orecchie, tutti rigorosamente sgranati e tutte ben aperte. Arrivano le prime note, riconoscibilissime, in tre quarti. “Serenata”. Rimango subito sorpresa: non sono solo io a battere il piede, a muovere la testa a tempo, a canticchiare. Bah, magari è che il pezzo è fin troppo orecchiabile.

Scivolano rapide tutte le altre ballate del disco, “Caduto”, una dopo l’altra, ed ad ogni chiusura penso che potrebbe essere l’ultima e che la mia preferita l’avranno già fatta. Ma si va avanti, la chitarra continua ad incalzare e nessuno si stufa, nessuno si è alzato. Sorrido alle introduzioni di Alessandro, che parla al suo piccolo auditorium con falsa timidezza, incastrandosi in giri di parole e spiegazioni complicate: “Questa canzone è basata su un fatto di cronaca. Cioè, su un modo di dire sorto a partire da un fatto di cronaca. Nel senso che questa espressione viene usata perché quel fatto di cronaca è successo. Un modo di dire, insomma. Ci siamo capiti, vero?”. “Vado a Canossa”.

Alessandro è scioltissimo, altro che timido. A volte, ci vuole una dose di coraggio superiore alla norma per suonare davanti ad una manciata di persone che sono lì per te ma che non ti conoscono, sopra uno scalino che non ti permette di atteggiarti troppo, né di tenere a debita distanza il tuo pubblico. Sei più nudo che mai. E anche se solo in pochissimi avranno riconosciuto “Giugno ’73” di De André prima che venisse rivelato alla fine del pezzo, gli applausi che rimangono a fluttuare nell’aria dopo i “no-no-no-no” ben dosati e secchi di “Ottima” sono di nuovo musica per le mie, di orecchie. Dai Alessandro, facci un altro paio di canzoni. E lui riabbraccia la chitarra, si riaccende da solo il mixerino che giace a terra tra jack attorcigliati e colorati – che fanno tanto concerto – e si riposiziona dietro l’asta del microfono, un po’ meno nudo di prima. Hanno chiesto il bis, hanno applaudito e le pareti marroni sembrano più calde. Di nuovo “Prosopografie”, di nuovo “Novizio”.

Prendo un’altra birra a concerto davvero finito e lo saluto. Gli chiedo come c’è finito nelle Marche e, soprattutto, com’è finito in questo posto che neanche io, che da queste parti ci sono nata e cresciuta, conoscevo. Gli faccio i complimenti. Mi auguro che riesca a piazzare qualche cd.

Sulla via di casa mi guardo intorno e queste colline mi sembrano addirittura più belle del solito, anche se è buio e non si vedono i colori; forse non è del tutto vero che questo posto non ha più nulla da offrirmi. Mi ripeto in testa l’ultima frase che mi ha detto Alessandro: non ci avrei suonato in un posto così, dalle mie parti. Rivedo quelle 60 mani che applaudono e penso che domani sarò contenta di svegliarmi nel letto di casa mia.



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