Il concerto dei Soviet Soviet Controsenso di Prato Live report, 10/01/2014

Foto di Angelica Gallorini - I Soviet Soviet e i Coldwave dal vivo al Controsenso di PesaroFoto di Angelica Gallorini - I Soviet Soviet e i Coldwave dal vivo al Controsenso di Pesaro
28/01/2014 di

Il venerdì sono di casa al Controsenso di Prato per staccare un po' la spina, divertirmi e, soprattutto, intervistare i gruppi per poi godermi il live, e il 10 Gennaio sono stata catapultata indietro nel tempo, dal 2014 direttamente agli anni '80, quelli del post punk, della new wave e dello shoegaze, dei Joy Division, dei Cure, dei Jesus and Mary Chain e My Bloody Valentine. I Soviet Soviet, direttamente da Pesaro dopo aver toccato le sponde atlantiche degli Stati Uniti, quelle del Messico, le terre più fredde dell'Est-Europa e quelle ghiacciate della Russia con “F A T E”, loro ultimo lavoro, si trasformano in un tappeto volante per farci fluttuare in un cielo colorato da una miriade di melodie variopinte, che ci accarezzano con energia e graffiano con delicatezza. Ad aprire le danze i Coldwave, quattro ragazzi di Ancona bagnati dall'essenza post-punk/indie/new wave.



Ci siamo. Un giro dinamico e squillante di chitarra rompe il ghiaccio, seguono fedeli batteria, basso e una voce profonda che, inevitabilmente, rimanda a quella di Tom Smith degli Editors con sfumature di Paul Banks degli Interpol: i Coldwave aprono il loro concerto con “Take it or Leave it” che ti prende subito, per il ritmo che fa tamburellare le gambe per gli alti e i bassi, le riprese e i climax che ti fanno muovere ancora di più. Sembra di essere in un quadro di schizzi fantasiosi in bianco e nero con luci che sfrecciano per la tela rincorrendosi senza sosta, così da regalarci giochi di luci e ombre in sintonia con la musica. “Dedicated to You” è il secondo pezzo che scivola, cadendo su “Life Changes” e le sue sonorità più cupe, decise, a momenti malinconiche, rischiarate dalla chitarra con le sue note lucenti che si intrecciano con quelle più graffianti. “Silly Couch” arriva all'improvviso come una folata di vento: con il suo andamento più morbido e addolcito ci ammalia per poi diventare più aggressiva. Lascia il posto a “Wilderness” che vola fra il pubblico come una piccola farfalla nera dalle ali vellutate: torna verso il palco e si trasforma in un'elegante civetta bianca, guardiana della notte e dell'atmosfera fascinosamente dark che si è venuta a creare con “If You Turn to Look”. Con “Earth Overflows” i Coldwave non si smentiscono in fatto di stile e ci salutano beccandosi un bell'applauso meritato dal pubblico.



Dopo una pausa, il tempo del cambio palco, eccoli là: Andrea e i due Alessandro, con gli strumenti per poco ancora quieti a tener loro compagnia, pronti ad iniziare. “Ecstasy” rimbomba in tutta la sala dando il via ad un'esplosione di sensazioni del tutto positive che ti fanno ballare e girare su te stesso a ritmo vorticoso. Le luci colorate sul soffitto riprendono a correre con “Further”, guidate dal suo carattere inizialmente più arrabbiato, che poi si calma per un momento, perché un giro di basso gli schiarisce le idee. Voilà: il cielo si apre, le nuvole si allontanano lasciando il posto ad un sole psichedelico che, con “1990”, diventa un lampo. “Human Nature” ci riconduce all'ordine geometrico delle cose, con i suoi suoni più spigolosi e lineari. “Introspective Trip” ti cattura col suo essere elegantemente sporca, con la voce di Andrea acuta come la punta di uno spillo, con il suo climax che unisce i corpi. “Hidden” emoziona per la sua disarmante dolcezza, mentre “Lokomotiv” ci gela con il suo essere pungente come la spina di una rosa bianca.

“Aztec Aztec” prende in mano la situazione e zucchera il clima con una ballata di suoni, mentre “Together” si riconosce subito per il basso scuro che fa da base ad un crescendo ballabile. “Gone Fast”, la mia preferita, è un ciclone che ti investe e non può fare altrimenti: per la sua simpatia e serenità, con il suo pizzico di rock in più e quel ritornello che canteresti sempre. I Soviet Soviet non sanno cosa sia la stanchezza, e continuano a suonare, regalandoci “Something You Can't Forget” che velocizza tutto, grazie all'energia della batteria e della chitarra, e soprattutto deliziandoci con “No Lesson”, a tratti sentimentale, speranzosa, tormentata, inarrestabile, con un finale perfetto. E' come se la distorta e frenetica “White Details” percepisse di essere la canzone dell'arrivederci – perché questo non è un addio – e si rattrista dal momento che piano piano gli strumenti smettono di suonare.
Avevo letto che i Soviet Soviet vengono riempiti di complimenti per i live perché sembra che diano il meglio di loro. Ora lo posso confermare. Mi hanno detto che stanno già lavorando al prossimo CD, EP, quel che sarà, e sono contenta perché so che ci sarà una prossima volta.

Tag: live concerti

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