Sud Sound System (SSS) - Stadio Comunale - Lamezia Terme Live report, 27/05/2005

10/06/2005 di Antonio Rettura



Sono piccoli segnali, di quelli che fanno sperare e credere che per davvero qualcosa stia cambiando. E’ solo un concerto, ma per questa città sulla punta dello stivale anche la normalità di un evento simile ha un sapore diverso. Adesso che - dopo l’ennesimo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose – è appena diventato primo cittadino uno che ha avuto il coraggio di dire apertamente alla mafia "Non voglio i vostri voti!", adesso si fa più forte la voglia di cambiare.

Raggiungiamo lo stadio comunale nel tardo pomeriggio, proprio mentre una pioggerellina scende a rinvigorire il verde costante dell’erba e fiaccare il morale degli organizzatori. Con me c’è il fotografo Cico Nicastri, anche lui - abituato a immortalare i giganti del jazz mondiale – non è voluto mancare. Le gocce non scendono più, le fronti tornano distese.

Mentre parlottiamo coi ragazzi dell’organizzazione arrivano i Sud Sound System. Scendono dalla macchina saltellando e scherzando, freschi come se Lecce fosse a cinque minuti dietro l’angolo. Salutano tutti e stringono mani alla maniera di quando si arriva a casa di qualcuno durante una festa e nessuno ancora ti conosce.

I ragazzi della Bag A Riddim Bandcolonna sonora live dei SSS – dopo qualche minuto sono già sul palco a testare strumenti e acustica dello stadio. Sembrano soddisfatti. Terminati i sound check di rito, la carovana salentina si avvia per il ristoro pre-concerto. Anche noi, per non essere da meno, torniamo a casa a riempirci un po’. Lamezia Terme è un paesone sdraiato a sonnecchiare con la testa poggiata ai monti e i piedi a rinfrescare in mare, in cinque minuti sei dappertutto.

Alle nove siamo nuovamente allo stadio. Gran parte del pubblico è ancora in fila per entrare. La presenza delle forze dell’ordine – fuori e dentro lo stadio - è consistente, e la fila all’ingresso è causata anche dai numerosissimi controlli. Noi, da brutti raccomandati press entriamo dal retro e bypassiamo gli onesti e pazienti paganti.

Sotto l’intensa e accecante luce dei riflettori che illuminano il quadrilatero d’erba circa in duemila attendono l’inizio del concerto. Camminando fra la folla diluita su tutto il campo e salutando un po’ tutti, mi ferma afferrandomi un braccio una ragazza che non mi sembra conoscere. "Ma tu sei stato al concerto del Primo Maggio!?", "e ti ricordi di me?". E’ sempre imbarazzante non riconoscere le persone che con tanto entusiasmo si ricordano di te. Ma pensando al fatto che in Piazza San Giovanni c’erano un milione di persone e un cervello col pieno d’alcol non può certo immagazzinare i volti di tutti, mi sollevo un po’ e glisso: "anche lì suonavano i Sud!". Le luci si abbassano all’improvviso, si alzano gli urli, si comincia. La comoda e asettica area riservata è meglio lasciarla ai giornalisti (quelli veri, quelli seri), perciò rimango nella bolgia delle prime file, dove si sente meglio e si sta in compagnia di tanta bella gente, come la ragazza colle treccine e gli occhioni azzurri o la biondina col coniglietto di Playboy sulla maglietta.

Ad aprire la scena è Nando Popu, sale sul palco cantando "Ciao amore", brano fra il romantico e il malinconico tratto dall’ultimo album "Acqua pe sta terra"; lo raggiungono Terron Fabio e – acclamatissimo – Don Rico, la voce più rappresentativa dell’anima jamaican del gruppo. Dopo il primo brano – forse un po’ troppo mieloso per l’energia del live – la scaletta prosegue sparatissima alternando pezzi tratti dal repertorio storico a quelli dell’ultimo LP. Politica e sociale sono sempre presenti nei testi, e anche da sopra il palco ce n’è per tutti: capi di governo, moralisti, politici, malavitosi, proibizionisti. Quando è il momento di "Erba erba" – vero inno legalize – è il tripudio.

I tre vocalist saltano da una parte all’altra, energici, atletici, tant’è che quando un pallone piove sul palco Terron Fabio lo rinvia fra la folla con un collo pieno degno d’un terzino.

Coloro che criticano i SSS spesso tirano in ballo il fatto che – detta senza mezzi termini – sono dei tamarri, nello stile personale più che in quello musicale. Ma infondo è proprio questa schietta genuinità il loro punto forte, come il dialetto salentino – spesso incomprensibile – con il quale si rivolgono al pubblico. Altro light-motive è appunto il legame alle proprie radici: "Se nu te scierri mai delle radici ca tieni / rispetti puru quiddre delli paisi lontani" ("Le radici ca tieni").

La performance della Bag A Riddim Band è destinata a passare in secondo piano, data la natura dei brani, che solo raramente lasciano spazio ad interventi puramente musicali. In primo piano c’è una valanga di parole che si inseguono a vicenda e si sovrappongono precise, sono testi chilometrici cantati a velocità vertiginose.

La brigata salentina lascia il palco dopo due ore intense e sincere.

Tralasciando il fatto che la mia preferita "Te Fumano" non l’hanno suonata e la ragazza biondina l’ho persa fra il pubblico, è stata una serata piacevole.



La carovana salentina in viaggio per il tour "Acqua Pe Sta Terra" fa tappa in Calabria. Resoconto del (e ai margini del) live allo Stadio Comunale di Lamezia Terme.

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