Subsonica - Stadio Comunale - Rende (CS) Live report, 22/06/2003

22/06/2003 di Carolina Capria



I Subsonica mi innervosiscono.

I Subsonica piacerebbero sia a Bart che a Lisa.

I Subsonica sono bravi ma si fermano al confine, non lo sono in modo celebrativo e vanitoso, ma abbastanza per essere elogiati dai più ritrosi.

I Subsonica non sono saccenti come Lucy, anticonformisti come Piperita Patty o insicuri e geniali come Schroeder, sono piuttosto amati concettualmente come Charlie Brown.

I Subsonica sono divertenti ma, se provi superficialmente ad associare a questo il disimpegno sociale e politico i ricordi, ti bloccano: già nel primo Cd compariva una dedica a “tutti coloro ingiustamente detenuti in carcere” e la strada non ha poi cambiato direzione.

I Subsonica sono come Quello che va bene a scuola, che ci tiene ad andare bene a scuola, ma che è disposto ad accollarsi nottate di attività placidamente illegali e sorrisi rilassati e fintamente disinteressati alle 8 di mattina, piuttosto che ammetterlo e intaccare la sua immagine.

I Subsonica sono un teorema efficace pur senza una dimostrazione che lo renda comprensibile: piacciono anche a chi scinde tassativamente l’acclamazione popolare dalla qualità.

Ho visto nella mia città il mio primo loro concerto e a distanza di cinque anni le cose sembrano cambiate per me più che per loro (a parte ovviamente l’ampiezza del luogo che li ospita!): io mi sono un po’ allontanata, loro non si sono mossi.

E’ tutto più curato, più “Ora ce lo possiamo permettere!”, più vistoso - come una matrioska dal punto di vista crescente: identica in ogni ornamento, ogni rifinitura, ogni dettaglio, nonostante le sue dimensioni si amplino - ma la sostanza è la stessa degli inizi.

Una sostanza che è forza: abilità non comune e assolutamente governata di incollare la gente al suono, di imporre al corpo il movimento senza avvilirlo e di sembrare divertiti tanto quanto chi si tenta di divertire.

Spremono forse un po’ troppo il potere dell’apparenza, non dimenticando che un concerto è sia un piacere visivo che sonoro, e si preoccupano di creare uno spettacolo che sia coinvolgente da ogni angolazione: schermi che alternano immagini ininterrottamente, luci che assecondano le onde musicali, strumenti che diventano corpi mobili (con l’eccesso della “tastiera ondulante” che ha più la forma di un inutile vezzo e di una noia per chi per prima cosa intenda suonarla!) e persone che oltre a cantare e suonare sono attente a riempire e far vivere il palco.

Poco più di due ore. Canzoni pescate equamente da ogni episodio. Rimaneggiate diplomaticamente in modo da arrivare diverse ma da essere comunque facilmente identificate.

Il tempo scorre piacevolmente e probabilmente sarà così ad ogni loro concerto ancora per molto. C’è però la possibilità che qualcuno cominci a vedere la continuità e la costanza in modo oppressivo, cosa che, mi sono accorta ieri, sta succedendo a me, e decida di assicurare la propria presenza solo in cambio di qualche rischio.

Dopotutto può essere che Charlie Brown sarebbe stato ancora più amato se avesse deciso di osare e correre dietro la “ragazza dai capelli rossi”.



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