La storia sbagliata di Matteo Salvatore

Il 27 agosto 2005 moriva il cantastorie del Gargano, voce degli sfruttati amata da Capossela, Calvino e Lucio Dalla. 30 anni prima, quando nessuno si sognava di parlare di Cancel Culture, aveva ucciso la compagna Adrian Doriani prima di un concerto

La tomba di Matteo Salvatore ad Apricena - foto via Wikipedia
La tomba di Matteo Salvatore ad Apricena - foto via Wikipedia
27/08/2020 - 15:13 Scritto da Dario Falcini

Dal 2012 a questa parte trascorro circa tre settimane ogni anno nel territorio di Apricena, comune della provincia di Foggia. Mica poco per uno che viene da un paese in cui il sabato mattina si sente parlare quasi solo in tedesco.

Apricena è tra i comuni più Nord del Sud Italia, tradizionalmente inteso. Fa 13mila abitanti, ed è in una posizione strategica: ai piedi del promontorio del Gargano, a pochi passi dal Tavoliere, la più riserva agricola del Paese. Qua, però, nella maggior parte dei casi si campa d'altro; e si campa bene, per le medie economiche dell'area. Ad Apricena si estrae un marmo bianco parecchio prezioso che nei giorni d'afa come questi abbaglia gli occhi, e che, si dice – per chi ha il piacere di credere a queste storie – sia stato utilizzato anche per gli esterni della Casa Bianca. 

La cosa che ho sempre apprezzato di queste terre – distanti anni luce dall'hype del Salento o della Valle d'Itria e non abbastanza vicine per brillare del fascino riflesso di gemme come Peschici, Vieste o Mattinata – è lo spirito identitario che qua accomuna tutti o quasi, indipendentemente da classi sociali, generazioni e dal fatto che uno viva qua tutto l'anno o torni solo per le feste comandate. Qua ogni comune ha una sua versione del dialetto, un suo accento e una decina di chilometri di campi di grano e ulivi che lo separa dal successivo, ogni paese rivisita i piatti della tradizione a modo proprio, ha i propri modi di dire, il proprio "mare di casa", i propri politici, la propria squadra di calcio e i propri criminali di riferimento. 

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L'altra cosa che ho sempre invidiato a questa zone – che da qualche tempo non godono esattamente di pubblicità positiva sui media nazionale – è la loro passione e cultura musicale. Qua nei bar, anche quelli cui non daresti due lire, si sente del buon jazz e la gente una volta all'anno sale a Milano per farsi due serate a Blue Note. Nei locali di Apricena trovi le foto dei live che Pino Daniele e altri grandi hanno fatto nelle cave locali – quando ancora non era cool –, nella vicina Carpino – dove si tiene, Covid volendo, un festival molto figo che mette assieme folk e sonorità contemporanee – qualche estate fa mi sono ritrovato ad ascoltare gli Asian Dub Foundation alle due di notte accanto a una nonna che si era addormentata sulla sedia. 

L'una e l'altra cosa – la musica e la tradizione – sono incarnate come meglio non si potrebbe da Matteo Salvatore, che ad Apricena nacque nel 1925 e che è morto a 42 chilometri da qua, a Foggia, il 27 agosto del 2005, esattamente 15 anni fa. In paese, oltre a una tomba di marmo chitarra alla mano al cimitero cittadino, lo celebra una struttura polivalente nei pressi della villa comunale – che quelli del Nord sarebbero portati a chiamare giardini pubblici –, chiamata Casa Matteo Salvatore, una struttura che fino a qualche anno fa non stava messa benissimo e che ora è stata invece ristrutturata e non sfigura.

Non è che si senta parlare ogni giorno di lui per le strade di Apricena, ma d'altre parte non è che nella mia Domodossola nei dehor ci si confronti sulla filologia di Gianfranco Contini e sulla bontà della sua critica dantesca. Forse è quel discorso sui profeti e la loro patria, e infatti la prima volta che ho sentito parlare di Matteo Salvatore è stato da parte di un irpino nato in Germania e residente a pochi passi da Stazione Centrale, Vinicio Capossela, che il repertorio del cantore garganico lo ha studiato a fondo, e riprodotto in numerosi concerti, tipo quel 1 Maggio 2010 in cui lo definì "il più grande cantore sullo sfruttamento". 

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La musica di Matteo Salvatore detto Zich Zich, dal soprannome della sua famiglia, è imprescindibilmente legata alla sua terra. Per via del dialetto in cui lui, analfabeta o quasi, cantava, dei temi trattati e dei personaggi da lui cantati. La bicicletta, Lu soprastante, Lu pescatore, Lu limone, Il lamento dei mendicanti, Facitevi li cazza vostra, Padrone mio.

Canti del popolo, semplici, canti contadini. Nella terra in cui nacque Giuseppe Di Vittorio – che, vuole la storiografia locale, fu confinato dal fascismo per un periodo in carcere a Lucera e qui scrisse con il padre di Matteo la marcia Evviva la Repubblica, poi cantata dal musicista nel disco Il lamento dei mendicanti – e in cui oggi lo sfruttamente raggiunge il punto più odioso in occidente con il fenomeno del caporalato

Per tutti gli anni '50 e '60 e buona parte del decennio successivo, ha raccontato per immagini (disgraziate), nella lingua parlata dalla gente, le vite di poveri cristi come i suoi genitori e come lui stesso. Glielo aveva insegnato un vecchio violinista cieco del posto, Vincenzo Pizzicoli, da cui aveva imparato tutto. Era la canzone popolare italiana – ma se volete chiamarla folk music ritengo possiate tranquillamente farlo – nella sua forma più autentica.

Da Apricena, Matteo Salvatore sarebbe finito un po' dappertutto, prima per sbarcare il lunario, facendo ogni tipo di lavoro, garzone al posteggiatore nelle osterie. Poi grazie alla musica e in particolare alla visione di Claudio Villa – per la cui etichetta Vis Radio aveva firmato –, la cui conoscenza, a Roma, gli aprì parecchie porte e gli permise di fare tour in giro per l'Europa e il Nord America, di comporre colonne sonore e decine di dischi con le sue migliori ballate, di andare in tv, persino al Cantagiro. Il meglio che possiate fare, se volete approfondirne biografia e carriera è leggere il recente libro Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie, edito da Aliberti e scritto dal giornalista Beppe Lopez.

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Alla sua poetica si sono avvicinati, come magnetizzati dalla forza delle sue parole e dal suo sguardo sghembo, Italo Calvino e il quasi concittadino Renzo Arbore – che lo ha voluto in un ruolo del suo film di culto Il Pap'occhio –, Lucio Dalla – che dal suo buon ritiro delle Tremiti lo ha più volte celebrato –, Pino Daniele e Eugenio Bennato

Potrebbe sembrare una storia a lieto fine, una storia di riscatto, ma è tutto tranne che questo. Perché non solo l'esistenza di Matteo Salvatore – come quella di quasi tutti i suoi conterranei nati senza terre in eredità – è stata costellata di difficoltà e atroci lutti – da quello della sorella a quattro anni per denutrizione a quello della prima moglie, dopo pochi mesi di matrimonio –, ma anche macchiata da un omicidio. Che gli ha distrutto la vita dopo che era insperabilmente sbocciata, e ne ha condizionato oltre che la carriera il lascito, il ricordo che si può e deve avere di lui.

Il 26 agosto del 1973, da poco pubblicata una summa come il cofanetto Le quattro stagioni del Gargano, in un hotel di San Marino, poco prima di un concerto strangolava nella vasca da bagno Adriana Doriani, sua corista e coautrice dei testi più recenti, oltre che compagna di vita ormai da anni. Un femminicidio "da copione", come ricostruito poi da un processo in cui emerse la personalità ossessiva di lui e il fatto che varie forme di persecuzione nei confronti della donna durassero ormai da tempo. 

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Incredibilmente, almeno per i nostri standard attuali, Matteo Salvatore, grazie ad alcuni errori procedurali, fu condannato solo a sette anni di carcere e ne scontò in carcere quattro. I demoni da quel giorno lo avrebbero però accompagnato per sempre. Musicalmente non avrebbe più fatto molto di nuovo, campando soprattutto grazie alle riscoperta dei già citati grandi artisti.

Ebbe un ictus e finì in sedia a rotelle. Tutto finì come era cominciato, tra dolore e sensi di colpa, solitudine e indigenza in un appartamento a Foggia, dove morì 15 anni fa. Rimane la sua musica che sanguina, e che racconta una terra e un periodo storico con la vivida forza di chi a certe cose appartiene, e non è solo testimone.

In questi anni, parlando con numerose persone ad Apricena, ho sentito parlare di errore giudiziario, del fatto che Zich Zich sarebbe stato condannato in primo grado e poi assolto, da qui i pochi anni di galera. Tutto falso, come racconta nel suo libro Lopez: Salvatore è colpevole, dubbi non ce ne sono, perché non ce ne sono mai stati.

Non saprei dire se si tratti di una specie di revisionismo, di un tentativo di ritrovare e salvare un "local hero" in una terra avara di gloria o più probabilmente di "ignoranza" della vicenda, dettata dal tempo che passa. So invece che, sarà il recente, interessante e inconcluso dibattito sulla Cancel Culture oppure saranno questi ultimi giorni garganici d'agosto, ma il fascino di Matteo Salvatore, della sua musica e della sua biografia, lo sento tutto addosso, come la necessità di non smettere di ascoltarlo e di farsi delle domande su ciò che rappresenta. 

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L'articolo La storia sbagliata di Matteo Salvatore di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2020-08-27 15:13:00

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