"Benvenuti nel ghetto", lo spettacolo di Stormy Six e Moni Ovadia al Teatro Elfo Puccini di Milano Live report, 14/02/2014

L'attacco delle SS al ghetto ebraico di Varsavia raccontato nello spettacolo teatrale degli Stormy Six con Moni OvadiaL'attacco delle SS al ghetto ebraico di Varsavia raccontato nello spettacolo teatrale degli Stormy Six con Moni Ovadia
17/03/2014 di

Uno spettacolo che tocca le corde dell'emozione affrontando un argomento duro: Varsavia 1943, centinaia di ebrei sterminati dalle SS nel ghetto in cui erano costretti a rifugiarsi. Moni Ovadia racconta con le parole, e un gruppo storico come gli Stormy Six ci mette la musica. Il live report di Elisa Orlandotti.

Leggere sui libri è utile, ma sentire sulla pelle è un’altra cosa e per quello servono ottimi narratori che conoscano approfonditamente la storia, abbiano talento e tecnica per trasferire attraverso l’arte quanto i nostri occhi accidentalmente non possono vedere, quanto le nostre mani non possono toccare.
Varsavia (Polonia). Aprile/Maggio 1943. Un popolo si oppone alla prevaricazione. Nessuno di noi, probabilmente, era ancora nato, ma io l’ho potuto vivere grazie alle parole di Moni Ovadia, alla musica e alle liriche degli Stormy Six, che lì mi hanno portata per una notte, ricostruendo magicamente con note e testi ogni singola casa, azione ed emozione.
Porta d’ingresso: quella del Teatro Elfo Puccini.

Si chiama "Benvenuti nel ghetto" ed è uno spettacolo che unisce canzoni e narrazioni, ispirato a quanto accaduto a Varsavia nel 1943 quando le SS hanno sterminato decine di migliaia di ebrei, già confinati in una parte della città, messa poi a ferro e fuoco per essere sicuri che delle genti di Israele non rimanesse più nulla.
La storia è indubbiamente agghiacciante, ma le due ore scarse di rappresentazione mettono in evidenza, attraverso racconti in prima persona, descrizioni di eventi e illustrazione di aneddoti - il tutto accompagnato da sapienti combinazioni sonore - la lucida lungimiranza, la spiccata umanità, il grande coraggio e il profondo senso della vita di coloro che hanno scelto di resistere alla carneficina e di lottare per la propria dignità.
Canzone d’autore italiana con forti influenze folk, rock e progressive, miscela che viene direttamente dagli anni ’70, è quella che ancora oggi propongono i ritrovati Stormy Six, lontani dalle scene e dalla discografia per un lungo decennio e solo da poco tornati in attività con materiale inedito. Moni Ovadia li ha stimolati con questo tema che si innesta perfettamente nella loro carriera artistica. Ambienti raccolti quali il palco di stasera sono l’ideale per richiamare in vita i morti di entrambe le parti, ebrei e nazisti, e ripercorrere quella breve e sanguinosa primavera che tanto ha segnato l’umanità.

Come vincere la paura? Perché vivere? Perché morire? Bisogna combattere? E come? Sono molte le domande e le riflessioni che toccano l’essere umano tra i versi di Umberto Fiori, scritti dopo approfondite ricerche storiche e letterarie, intonati con la carica interpretativa di sempre e in quello stile riconoscibile che ha fatto la fortuna della band assieme alla bravura tecnica dei musicisti.
I personaggi che man mano prendono voce nei testi sono ragazzini destinati al macello, gente comune, poeti, comandanti tedeschi. Parole che fanno venire la pelle d’oca, in lieve scarto temporale sulle battute sonore così come il virtuosismo vuole, mentre il violino segue la melodia, la incalza e la sottolinea. Basso e percussioni scandiscono inesorabilmente il tempo, il mandolino ritaglia un attimo di dolcezza e le chitarre si infilano prepotentemente taglienti. Lì nel centro della scena il cantante, a semicerchio gli altri. A lato Ovadia, illuminato durante i reading e tenuto in penombra quando la musica si impossessa del teatro.

Sento in me la forza della speranza, mi illudo di una vita oltre quel ghetto, piango chiedendomi quanto sarà costato all’infermiera avvelenare i bambini per evitare loro torture e macello. Poi la sconfitta con “Es Gibt”, monito contro le SS e desolante constatazione che ormai il ghetto è deserto, e “Invocazione”, richiesta che il male e la violenza subiti fisicamente non tocchino le anime e che il sacrificio di tanti non sia vano.
Allibita che tutto questo sia successo realmente, sconvolta per aver accolto in me tanti personaggi e troppe e complesse emozioni, cerco qualcosa che mi riporti nel più rassicurante 2014 e nel comodo teatro milanese, un respiro. Mentre la mia mente elabora tutto questo, i musicisti escono e rientrano tra le acclamazioni della platea e di Moni Ovadia, primo tra i loro fan a chiedere qualche classico. Eccoci serviti anche “Dante di Nanni” e “Stalingrado”, canzoni che, come tutta la serata, vengono dedicate a tutti i popoli che lottano per la propria dignità e libertà.

Tag: live concerti report teatro

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