Amor Fou - Studio Report Rubrica

18/01/2010 di Jack Nessuno

(Le foto sono di Lucia Meazza)

A marzo uscirà il nuovo album degli Amor Fou. Vi abbiamo già detto che parlerà di molti personaggi – storici e inventati – e che ognuno di questi ha un rapporto particolare con la morale italiana. Alessandro Raina ci ha descritto come è stato pensato e registrato questo lavoro, tra le righe potrete scoprire molto di come è cambiata la band dall'ultimo "La stagione del cannibale" e di come sarà in futuro.



A voler raccontare questo disco dall'interno di uno studio non si finirebbe piu'. Ci si perderebbe fra i tanti luoghi in cui ha preso forma, in cui si è arenato, in cui si è nascosto e ci ha infine suggerito il suo epilogo nella voce, innamorata della vita, di una bambina di cinque anni.

Ci si perderebbe nelle mille mirabolanti gesta, a volte eroiche, a volte molto poco eroiche, di un progetto che poteva essere da subito ciò che è diventato ora, e in cui sono transitate tante persone e alcuni musicisti. Mille piccole cose di cui potevamo fare a meno ed altre di cui non faremo mai a meno.

Si comincerebbe dal bellissimo Omnia B, lo studio dove l'indistruttibile Paolo Mauri ha registrato le prime take di batteria, fra un'intervista pre Sanremese di Manuel Agnelli e i bellissimi marchingegni che Tommy Colliva smonta e rimonta mentre olia la sua (… i suoi) Calibro 35.

Si finirebbe nel bel mezzo di quel Naviglio che in una canzone molto sincera Cesare Basile definì 'da espiare', e che sfiora Corsico e poi Gaggiano, un tempo paradisi massacranti di cascine, eremi di lavoro in quei campi che d'autunno sudano nebbia e puzzano di stufato d'asino. Nelle sale che un gentilissimo Lele Battista ci prestò per lavorarci a inizio estate con Raffaele Stefani. Lì presero vita le prime tre canzoni, i nostri cronici entusiasmi, le nostre incertezze. E Raffa ci mise come sempre a disposizione un grande cuore e un grande cervello.

Era Giugno e si pranzava ai tavolini di un tennis club sempre semi deserto, animato solo dalle minigonne di una bionda e procace proprietaria felliniana, che probabilmente di Fellini ha fin qui fatto volentieri a meno ma che si ridestava tutti i giorni all'una spaccata, infervorata da quel manipolo di giovanotti bianchicci e trafelati a cui sembrava che ogni giorno la mini si facesse piu' corta e invece erano solo, come sempre, piccoli colpi di sole.

Si finirebbe, come di fatto si è finiti, a Baggio, là dove Paolo Perego - che nel frattempo è diventato una colonna della band - e Francesco Campanozzi ci hanno aperto le porte di un bellissimo studio con un bruttissimo nome, Casa Medusa, un locus amenus che sta a pochi passi dallo Zoe e dalla sua fauna di teneri zarroni, ed ad altrettanti pochi passi da un'agenzia di scommesse ippiche. Baggio oltre ad ospitare un temutissimo ospedale militare è un ex villaggio di origine medievale, in cui Petrarca consumava la villeggiatura estiva, gli azulejos sui muri portano un po' di Lisbona a Milano, e frotte di cinesi, maghrebini, ticinesi (il ticinese esiste, lo giuriamo!) e cadaveri ambulanti si ritrovano ad ogni ora, inseguendo chissà cosa, forse sé stessi, forse qualcosa di molto meno importante.

(Leziero Rescigno e Alessandro Raina)

Quello che è successo lo dobbiamo in qualche modo ancora sviluppare, ora siamo in una grande camera oscura. Ma dove un tempo c'erano sorrisi di circostanza, pacche sulle spalle e rendiconti oggi ci sono bottiglie di birra vuote, soprannomi, litigate, qualche pranzo scroccato, ore di divertimento puro ed altre a farsi fumare le orecchie per trovare il riverbero giusto. Ore ad ascoltare quei dieci, dodici dischi che ha pur sempre senso definire fondamentali, a provare combinazioni di chitarre, amplificatori e pedalini. Il primo disco in cui canto rendendomi vagamente conto di cosa significhi cantare e non semplicemente mettere una piccola parte di me al servizio di qualcuno che stimo, il primo in cui ho avuto il tempo di osservare e di imparare cosa sia realmente una produzione, e in cui si è per l'ennesima volta toccato con mano quanto bello sia fregarsene delle urgenze, dei periodi, del 2.0… ed accettare che un disco debba avere una sua gestazione, uno svolgimento in cui molto è istintuale ma moltissimo è anche frutto di mestiere e disciplina, perché anche le macchine hanno un carattere, come i gatti, e se assecondate a volte funzionano.

Tutta questa tiritera per dire, finalmente, che è il disco di una band che non esisteva e adesso esiste.

A questo punto basterebbe aggiungere, o forse andava premesso, che poter scrivere, registrare ed inscenare la propria musica oggi è di per sé un privilegio, ed è per questo che prima di pensare a qualsiasi cosa si è pensato ai perché. Al perché, nel caso in cui ce ne fosse uno, si dovesse fare un disco. Un altro.

Come spesso accade si è cominciato guardandosi dentro, e le risposte, come altrettanto spesso accade, non sono state sufficienti. C'era e c'è l'amore, quella insondabile eventualità che due anni or sono ci aveva regalato un pretesto, seppure greve, per cominciare. Ma guardando un po' piu' in là c'era qualcosa di estremamente dinamico e denso, davanti a noi e attorno a noi, ed erano vite in cui si sogna, si scappa di casa, si devono delle risposte ai bambini, ci si perde, ci si innamora. C'erano cose che – a trent'anni suonati e di mestiere cantautori - si ha il dovere di mettere sul tavolo.

C'erano tante persone, la cui mancanza di idealismo, di ideologia, unita all'abiura di ogni responsabilità esalta il qualunquismo e manda al potere i disgraziati. C'era…c'è….un paese di cui, a mio modesto avviso, chi scrive canzoni non può non curarsi, a cui non può non parlare, e tutto ciò non è politicizzare la propria arte, appesantendola di chissà quali finalità, ma dichiararsi vivi.

Sussurrarlo e se serve urlarlo, come fecero certi poeti musicali e certi urlatori delle band hardcore e tanti altri. Dichiararsi vivi, e magari anche un po' straniti, in un mondo in cui non a tutti basta piu' la coperta di Linus… in cui la foto di Pertini che gioca a carte con Zoff non è infine riuscita a scacciare gli incubi dell'abbruttimento…. in cui ci sono ancora tanti modi –grazie a dio- di dire vaffanculo.

(Giuliano Dottori e Paolo Perego)

C'era e c'è una generazione che comprende molti degli artisti che in questi mesi ed anni abbiamo visto crescere o finalmente emergere, quella dei nati fra il '60 e l'80. Molti hanno continuato a credere ai sogni e agli incubi. Tanti, forse troppi, hanno deciso che la vita non debba comprendere piu' nulla di sacrale. Persone a cui, come è toccato a noi, capitò di essere figli delle prime madri che presero la pillola per non averli e che dovettero andare a lavorare per mantenerli.

E poi ci sono quelli che piano piano sono scomparsi dall'immaginario collettivo e pochissimo fanno per rientrarvi. Persone in cui, a un certo punto, si è rotto qualcosa. Una speranza, una scommessa, un'ingenua idea di evasione. Quelli che, nemmeno tanto pacificamente, si sono rotti i coglioni. Alcuni ne hanno tratto delle conclusioni, altri un mitra da tenere sotto il letto. E' di loro, e a loro, che questo disco parla, prima ancora di suonare la prima nota.

E' bastato fermarsi a pensare agli ultimi cinque anni delle nostre vite per realizzare quanto, pur involontariamente, questi personaggi -che sono tutti reali e quasi tutti viventi- ci avessero rivelato a che punto sia la società in cui viviamo, suggerendoci attraverso le loro vite di …mettere in giro la voce. Visto fra parentesi che un tempo occuparsi della razza umana spettava -anche- ai cantautori. Un mucchio di persone stranissime in cui abbiamo riconosciuto amici, nemici, teste di cazzo, potenziali amanti e naturalmente, un po' a malincuore, anche noi stessi.

E' bastato – chi l'avrebbe mai detto !- ricordarsi di quanto sia sano e bello 'sdrammatizzare'. Farne la parola d'ordine, prendere le paturnie, i personaggi, i significati reconditi…tutte queste cose una per una e cercare di 'rispondere a tono', mettendosi all'altezza di quei bambini che alcuni di noi nel frattempo han messo al mondo, e di quegli altri che –sarà un caso ?– scorrazzano dietro alla loro vita coloratissima nell'asilo infantile che sta sopra il nostro studio a Baggio. E' bastato far leggere a Giorgia, che di anni ne ha solo cinque, la brevissima poesia di Sandro Penna con cui volevamo chiudere il disco ma che nessun capiva come leggere, come intonare. E' bastato farla leggere a lei, e tutta l'amarezza che contiene è diventata qualcosa di meno opprimente o forse semplicemente di piu' vero.

Infine, generalmente a notte inoltrata, è bastato uscire dallo studio e riprendere contatto con una realtà che, anche se infinitamente diversa da come la vorremmo, a volte è ugualmente bellissima.



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