Cut - Studio Report Rubrica

26/02/2010

Matt Verta-Ray, un idolo. Ivan Julian, il suo collega, è stato il chitarrista di Richard Hell. E tutta una serie di nomi che farebbero venire la pelle d'oca a chiunque avesse anche solo un tiepido interesse per il garage-punk, figuriamoci ai Cut. Ci descrivono la loro permanenza a New York per le registrazioni del nuovo - e tanto atteso - album. Gli avevamo chiesto di non andare oltre il numero di battute standard dei nostri articoli ma non ce l'hanno fatta. Come dargli torto, con tutto quello che gli è accaduto in soli sette giorni.



12 Dicembre 2006 "So you're the local heroes?".
In una posa che in breve ci sarebbe diventata familiare, Matt Verta-Ray stava abbracciando la sua meravigliosa Ibanez semiacustica, quando si è rivolto a noi in questo modo. Eravamo sul palco dell'Estragon di Bologna, nel mezzo delle presentazioni di rito, prima di un concerto che ci avrebbe visto condividere il palco con gli Heavy Trash di Jon Spencer e dello stesso Matt.

CUT: "Ciao noi siamo i Cut la band che suonerà con voi stasera"
MV-R: "Ciao ragazzi. Venite da Bologna?"
CUT "Beh, in qualche modo, si"
MV-R " E quindi voi sareste gli eroi locali?"

La risposta, come si dice in questi casi, venne spontanea: "Sulla definizione di eroi avrei qualche dubbio, su quella di locali pure visto che -come dice un mio amico- sono vent'anni che stiamo a Bologna e ancora ci chiamano africani, anzi maruchéin per dirla bene: diciamo che abbiamo fatto meno strada di voi per arrivare qui stasera…"

Non sono sicuro che Matt, estraneo alle miserie dello Strapaese e proveniente da un posto in cui - come avremmo presto scoperto - ci si sente a casa propria dopo due giorni, abbia capito tutte le amare implicazioni della nostra risposta (avremmo saputo solo dopo che metà della sua famiglia è originaria di Avellino!), ma si è messo subito a ridere di gusto.
E forse in quel momento è iniziata la storia che vi stiamo per raccontare, quel percorso che tre anni dopo ci ha portato a infilarci in una cantina del Lower East Side di Manhattan, noi eterni emigranti del rock and roll, per registrare il nostro difficilissimo quinto album.

Per chi non lo conoscesse, Matt Verta-Ray è il chitarrista degli Heavy Trash nuovo progetto tra rockabilly, country e blues di Jon Spencer. Prima degli Heavy Trash, Matt ha fatto parte di gruppi come Madder Rose, Valentine Six, Blackflies, ha partecipato a dischi di Now Time Delegation e Andre Williams e per anni ha condotto praticamente da solo una barca che si chiamava Speedball Baby. Nel suo studio di New York ha registrato una buona fetta di tutta la scena rock and roll/garage/roots americana e non solo. Il perfetto "Guitar Slinger", Matt è un chitarrista come non se ne trovano più oggi: versatile, dotato di gusto impeccabile, con un sound e un tocco che miscela rock and roll, jazz, blues e country ma sa anche picchiare duro quando necessario. Inutile dire che quando, alla fine del concerto di cui sopra, è venuto da noi per farci i complimenti la cosa ci ha fatto molto piacere. Quando poi ha menzionato il suo studio e ci ha suggerito di farci sentire quando avremmo avuto del nuovo materiale abbiamo stentato a crederci; uno dei nostri sogni nel cassetto (sezione "irrealizzabili") infatti è sempre stato quello di farci produrre un disco da Mr. Verta-Ray in persona, e poi…

E poi sono passati quasi tre anni. Tre anni in cui abbiamo messo insieme, tra mille difficoltà legate principalmente a quel contrattempo che si chiama "sopravvivenza quotidiana", 16 canzoni che ci sembrava di poter chiamare "album". E a quel punto dopo mille indecisioni è partita l'e-mail: "Matt, ti ricordi di noi? I local heroes?". La risposta di Matt non si è fatta aspettare.


31 Ottobre 2009
Un taxista messicano ci deposita sul marciapiedi di Ludlow Street, Lower East Manhattan, NY più o meno di fronte al building dove abitavano John Cale e Lou Reed all'inizio dell'epopea dei Velvet Underground. Non è stato facile mettere insieme la determinazione, il tempo e i soldi per arrivare fino a qui. Come i nostri nonni con le valigie di cartone, una realtà amara dietro le spalle e un bel po' di sogni in testa anche noi, mutatis mutandis e fatte le dovute proporzioni, abbiamo viaggiato in terza classe, temuto la dogana e sognato l'America. Il secolo americano sarà anche finito ma quando dall'aereo abbiamo visto delinearsi lo skyline di Manhattan ci veniva da gridare "Tierra!" come la famosa vedetta di Cristoforo Colombo. A completare la nostra epopea migratoria non poteva mancare la sindrome di Ellis Island. La paura di non farcela, di essere rimandati indietro a pochi metri dalla meta non ci ha mai lasciati, fino all'ultima barriera doganale, fino all'ultimo poliziotto o inserviente in divisa. Al contrario dell'Italia l'America mostra sempre la sua brutta faccia per prima. Nonostante tutti i timori però (e nonostante l'arsenale di chitarre rabberciate, tamburi sfondati ed effetti per chitarra che sembrano fatti apposta per sembrare delle bombe) l'unica domanda che ci fanno alla dogana è "Do you have organic food with you? Any Cheese?". E' il nostro formaggio fatto in casa che fa paura agli americani… Poi mentre il taxista messicano "ce rincojonisce de bucie" attraversiamo il Brooklyn Bridge diretti verso il Lower East Side e l'inequivocabile, ipericonico e monumentale skyline di Manhattan si avvicina sempre di più, sempre di più, lasciandoci senza fiato. L'America ha scavato solchi nella nostra materia cerebrale che neanche la nuova carne di Videodrome e mentre ci avviciniamo al suo cuore le sinapsi con il nostro immaginario sembrano impazzire. E oggi è Halloween…



Sul marciapiede di Ludlow Street ci guardiamo attorno come Totò e Peppino divisi a Berlino. Ma siamo a New York e ancora facciamo fatica a realizzare: siamo in quello che per anni è stato il cuore bohemien di NY, il quartiere dove negli anni 70 era pericoloso aggirarsi e dove il punk rock, la New Wave e la No Wave hanno respirato per la prima volta. Qui dietro c'è l'ABC No Rio. Un po' più a ovest c'è Bleecker Street con i suoi locali (CBGB's per esempio), a un paio di fermate c'è la Broadway e St. Marks Place, il sancta sanctorum del punk rock made in NY. In queste strade negli anni 60 si aggirava la fauna della Factory di Andy Warhol oltre a una miriade di rockers in cerca di fortuna. Oggi il fulcro della NY underground si è spostato a Brooklyn, Williamsburg per l'esattezza, ma il Lower East Side ancora ribolle di locali dove suonare (ce ne saranno 10 solo in Ludlow Street), incredibili negozi di dischi e strumenti musicali, gallerie DIY di arte e design di strada, negozi di abiti vintage, caffè musical/letterari, tavole calde Kosher e italiane e di un'umanità a dir poco stravagante. Non sarà il quartiere hip di una volta, dicono qui, ma a noi sembra fantastico, meraviglioso ed elegantemente trasandato.
Iniziamo a cercare il numero 172, fino a che, tra un negozio di una stilista vintage e un caffè letterario rischiamo di cadere in una botola nel marciapiede. La botola porta a una cantina, tipo quelle in cui i serial killer nei film americani accumulano decine di cadaveri, e ci accorgiamo con un certo stupore che proprio quello è il numero 172, sede del NY HED Studio di Mr. Matt Verta-Ray.

Scendiamo in fondo alla scala e bussiamo ad una porta di legno gialla. Bussiamo e dopo pochi secondi la porta si apre. "Hi, I'm Christina!".
Christina, la fidanzata di Matt, sua socia nello studio e in un progetto musicale che si chiama Oubliettes, è un'altissima e bellissima ragazza mora il cui nome e cognome (Christina Campanella), tradiscono origini, diciamo così, familiari. Ci accoglie con estrema gentilezza e davanti a un tè ci racconta delle sue radici Siciliane e di quanto sia contenta che un gruppo italiano abbia scelto il loro studio. Già, il loro studio: iniziamo col dire che per entrare al NY Hed bisogna per prima cosa attraversare una falegnameria gestita da un trio di personaggi favolosi, poi una volta entrati nelle viscere più profonde di NY si apre una porticina che conduce alla sala di controllo e ripresa (si, tutto insieme!), un salotto che potrebbe essere uscito dal décor di un film di metà anni 60. Strumenti e oggetti vintage spuntano dappertutto, da una meravigliosa collezione di ampli dei 50s e 60s fino a una vasta scelta di organi Vox, Farfisa e Hammond. Lampade, cineprese super 8, libri e oggetti di modernariato più vario e curioso sono accatastati ovunque e un meraviglioso display di chitarre e bassi incombe su di noi dalle pareti. A parte il mixer, il registratore a bobine, i microfoni e qualche effetto, tutto religiosamente d'antan e analogico, molto del materiale dello studio di Matt è stato autocostruito dal suo socio, Ivan Julian, chitarrista del seminale gruppo punk di New York Richard Hell and the Voidoids, quelli di "Blank Generation", per intenderci, nonché uno degli eroi personali di chi scrive. Siamo ancora rapiti dalla magia dello studio ed ecco che arriva Matt, reduce dall'ultimo giro per negozi musicali alla ricerca delle ultime parti di backline necessarie per le nostre registrazioni. Ora io di gentleman ne ho conosciuti pochi nella vita ma uno di questi è sicuramente Matt Verta-Ray. Il suo modo di fare ci mette immediatamente a nostro agio e nonostante i chilometri, nonostante la stanchezza e la tensione di un viaggio che fino a poche settimane prima sembrava ancora impossibile, iniziamo a percepire la sensazione che ci avrebbe accompagnato per tutte le sessions, ovvero la sensazione di essere arrivati a casa.



Il posto dove dormiamo è un ostello di uno dei tanti quartieri di Brooklyn, Bedford-Stuyvesant, a 25 minuti di metropolitana dal Lower East Side. L'abbiamo scelto perché è incredibilmente conveniente (dormire a NY costa parecchio) ma si trova in una zona considerata "transitioning", eufemismo usato per intendere un quartiere in cui nessun bianco borghese dovrebbe mai avventurarsi. In effetti a prima vista devo dire che ci siamo cagati abbastanza addosso. Usciti dalla metropolitana, dopo esserci dati appuntamento con Matt per la mattina del giorno dopo, ci siamo ritrovati in una zona in cui le uniche forme di vita si radunano a gruppetti attorno a dei drugstore poco raccomandabili (molti dei quali dotati di cassa corazzata anti proiettile), e vestono con felpe con cappuccio, bandane in testa e scarpe da tennis, il tutto regolarmente oversize, insomma: "welcome to gangland". Ora noi ne abbiamo viste tante in quattordici anni di onorata carriera, dalle minacce in un centro sociale di Torino fino alle risse a colpi di pistola in Lituania, ma ritrovarsi in un quartiere dove dopo una certa ora sembra che ti possa succedere di tutto e doverci passare otto giorni consecutivi da visitatore fa sempre un certo effetto. Nonostante tutto troviamo l'ostello, una casa a schiera abitata e gestita da studenti appena arrivata a NY che potrebbero essere i nostri figli, ma la nostra stanza è occupata da una tipa di colore che quando le viene comunicato che deve spostarsi di stanza, ci maledice come solo i neri del ghetto sanno fare: l'impressione di essere capitati in un film di Spike Lee è sempre più forte. Forse sarà anche per questo motivo che appena poggiate le borse in stanza decidiamo di uscire di nuovo per dirigerci verso Manhattan dove, nonostante la pioggia impazzava la Halloween Parade e dove abbiamo visto cose che voi umani…


1 Novembre 2009: "Tape's Rolling!"
Il giorno dopo ci svegliamo di buon ora, l'appuntamento con Matt in studio è alle 9.30 e il quartiere ci sembra già più amichevole con le sue case a schiera, il suo parco e un pallido sole autunnale. Durante la notte ci ha raggiunto Carlo Strappa, nostro fraterno amico e principale responsabile della storica band Death Metal Resurrecturis. Sarà per noi una presenza fondamentale, unico e insostituibile aiuto in questa impresa. Dopo un nuovo vorticoso giro in metropolitana sbuchiamo nuovamente nel Lower East Side. Oggi per noi è una giornata fondamentale: iniziamo a registrare e in serata suoneremo per la prima volta dal vivo sul suolo americano. Prima di partire infatti sono riuscito a fissare una data (è bastata una mail, laddove in italia per fissare un concerto, anche suonando gratis, non basta piangere in aramaico), al Pianos, locale, ci dicono, molto in voga che casualmente si trova, letteralmente a dieci metri dallo studio…



Nonostante il nostro ritardo Matt ci accoglie con l'affabilità e la cortesia che avremmo imparato ad amare. In studio montiamo le nostre cose. Sbattiamo gli ampli in una saletta attigua separata da un vetro e ci posizioniamo tutti e tre nella sala del mixer. Ora noi abbiamo sempre registrato i nostri dischi live, tutti insieme nella stessa stanza ma non ci era mai capitato di suonare nella stanza del mixer in presenza del fonico (in questo caso lo stesso Matt, mago delle bobine): io suono praticamente attaccato al registratore a bobine! Addirittura Matt ci chiede se vogliamo registrare anche una traccia di voce mentre registriamo: "così se viene bene la teniamo e voi suonate con maggiore trasporto come se fosse un concerto". Avevamo sperimentato questo metodo già per "A Different Beat" ma per un solo brano ("Sweet Words"), e l'iniziativa era partita da noi non dall'engineer, ma mai per 16 canzoni, tante quante sono quelle che ci prepariamo a registrare! Inutile dire che la cosa ci esalta: lo studio è sempre un contesto asettico e un po' intimidatorio, almeno per noi, e quindi qualsiasi cosa ci faccia sentire più vicino all'emozione della sala prove, o ancora meglio del concerto, è la benvenuta. Dopo aver sistemato i suoni, proviamo a registrare un brano, Annihilation Road. "Tape's Rolling" intima Matt e partiamo. La sensazione, ancora confusa ma presente, è che qualcosa stia scattando al primo colpo. Due/tre take e poi via al Pianos per il nostro primo, e finora unico, concerto americano.




2/3/4/5/6 Novembre 2009
Il concerto al Pianos è andato bene, poca gente ma era quello che ci aspettavamo per il giorno dopo Halloween (che è un po' come il 1 gennaio da noi) e con un biglietto a 8 dollari per vedere un gruppo non ha mai avuto un disco distribuito né tantomeno ha mai suonato dal vivo negli USA. Il locale è una figata, prima del nostro concerto c'è una serata di presentazione di un film musicato dai Noah and The Whale, con la band che suonava mentre le immagini scorrevano sullo schermo. Tutto molto indie ma con un'attitudine assai meno sostenuta di quella che spesso si respira da noi in questo tipo di eventi. Il concerto ci serve anche come warm-up per le sessions visto che è molto che non suoniamo dal vivo e forse serve anche a Matt, che ovviamente ci viene a vedere e ci aiuta a caricare e scaricare gli strumenti insieme allo Strappa, per rinfrescarsi la memoria al riguardo della nostra anima più profonda. Il giorno dopo riascoltiamo "Annihilation Road" e ci accorgiamo che la take del giorno precedente che Matt ci aveva chiesto di provare è molto meglio di quello che ci aspettavamo, anzi direi che è proprio la take giusta da destinare al nostro album! Da questo momento la nostra luna di miele con New York parte sul serio. Nei giorni successivi le take si succedono alle take e tutto sembra scorrere con una naturalezza mai sperimentata in uno studio finora. Per ogni take scegliamo quella con più feeling senza le paranoie che in genere ti assalgono in queste occasioni. Come chiunque sia mai stato in uno studio di registrazione sa benissimo, anche il più selvaggio e istintivo dei rockers quando registra un disco viene preso da un'ansia da prestazione individuale che spesso ti porta a fare e rifare cose che invece andavano già più che bene. E così delle esecuzioni ricche di feeling ed emotività ma con qualche imprecisione vengono corrette e ricorrette finchè si perde ogni briciola di spontaneità ed emozione. Matt invece ci esorta a seguire il nostro istinto perché registrare, specie se lo si fa live in studio come noi, significa soprattutto catturare il feeling di un momento, un'emozione irripetibile. Solo così si potrà restituire qualcosa di vero a chi ascolterà il tuo disco. E poi molti dei dischi che più ci piacciono ce li ricordiamo anche per le cose che non sono del tutto a posto, che rendono un disco vivo, comunicativo e imprevedibile come la vita. Il miglior rock and roll è sempre un po' sbilanciato, ebbe a dire qualcuno. Noi abbiamo sempre sostenuto questo ma in passato ci siamo fatti prendere anche noi da queste paure, da questo super Io da musicista sopraffino, che ti assale come l'occhio di Sauron quando Frodo si infila l'anello. Con naturalezza estrema Matt invece ci trasmette il coraggio di mettere in pratica tutto ciò fino in fondo dimostrando una comprensione del nostro sound e della nostra attitudine che poche volte abbiamo riscontrato in uno studio di registrazione.



Le giornate si susseguono con una dolce routine che ci vede partire ogni mattina da Brooklyn, fare colazione nel nostro bar preferito -D'Espresso- e poi in studio. Praticamente torniamo in ostello la sera solo per dormire e lavarci. Anche il quartiere che tanto ci aveva spaventato all'inizio adesso ci sembra molto meno minaccioso e ci sentiamo quasi nel nostro "'hood" come dicono qua. Girando per la città infatti ci rendiamo conto che a New York non gliene frega niente a nessuno se sei arrivato da due giorni o da duecento anni. Se stai a New York anche solo per poco, sei di New York, sei un newyorchese. Sapere che sei italiano, tedesco o bengalese è solo un argomento di conversazione che spesso, visto che qui tutti sembrano provenire dai posti più disparati, serve più ad unire che a dividere. Tutti ti parlano dei problemi della città come se fossero anche i tuoi, a nessuno verrebbe in mente di dirti "tu che ne sai di queste cose, tu non sei di qua". Da Matt fino a gente incontrata per caso in strada i newyorchesi sembrano ansiosi di farti conoscere i segreti della città, di renderti partecipe della sua magia e della sua storia. La gente ti rivolge la parola con molta facilità e non solo per i convenevoli. Mi sono ritrovato a parlare di argomenti come l'occupazione italiana in Etiopia con un tizio conosciuto in metropolitana da cinque minuti e mai più visto. Non si contano le volte che persone di ogni razza, lignaggio e colore, vedendoci lottare per stada con la cartina o con la mappa della metropolitana si sono avvicinate a noi per aiutarci senza che noi avessimo chiesto nulla. Nel Lower East Side, che Carlo, il nostro chitarrista, descirve come "una grande comunità di conoscenti", dopo una settimana ci sembra di conoscere tutti. E' per questo che qui tutti amano la città, tutti le sono affezionati, con una sorta di amore misto a orgoglio. Ma non è un orgoglio esclusivo anzi, al contrario è appannaggio di tutti coloro che decidono di amare questo posot, di viverlo. Perché questa è una città dura e spietata per certi versi ma che costringe le persone a collaborare per la sopravvivenza senza stare troppo a guardarsi in faccia: è una sorta di solidarietà necessaria come sostiene Carlo. Bisogna darsi una mano tra neri, gialli, ebrei, italiani, indiani, russi oppure non ce la fai, da solo non ce la fai.


7 Novembre 2009
Ed è arrivato anche l'ultimo giorno delle registrazioni dedicato agli overdubs. Matt mi propone di suonare la sua meravigliosa Ibanez semiacustica e quasi mi viene un coccolone per l'emozione. La mettiamo in coppia a un ampli Magnatone degli anni '50 (li usava un certo Bo Diddley) e anche fare un accordo di La mi manda al settimo cielo. Alterno alla Ibanez una fender telecaster dei primi anni '60 dalla collezione personale di Matt e la goduria a questo punto raggiunge l'apice, mi sembra di essere Pete Townshend al Fillmore East. Francesco si sbizzarrisce con gli overdubs di organo e tastiera e con le percussioni, Carlo butta dentro alcuni rinforzi di chitarra. Matt ci fa l'onore di suonare l'hammond in un brano e la chitarra in un altro. E finalmente anche lo Strappa aggiunge il suo "evil touch" alle registrazioni. Siamo in dirittura d'arrivo e la soddisfazione è davvero tanta. Guardiamo indietro al lavoro che abbiamo fatto in questi giorni con un misto di incredulità e orgoglio per essere riusciti a fare tutto nei tempi che ci eravamo prefissati. Matt, lo studio, i ragazzi del woodshop, Christina, il Lower East side, lo Strappa: se ce l'abbiamo fatta lo dobbiamo a loro. Questa sera c'è una festa a casa di Sam il batterista degli Heavy Trash, una buona occasione per brindare e celebrare la fine delle sessions. Al party incontriamo Jon Spencer, la sempre affascinante consorte Cristina Martinez e tanti amici che porteremo sempre nel cuore. Sono state delle sessions memorabili, le uniche nelle quali non ci siamo annoiati neanche per un secondo, le uniche che avremmo voluto non finissero mai. Se ce la fai lì ce la fai ovunque dice una famosa canzone che parla di New York. Io non lo so se è vero ma per adesso ce l'abbiamo fatta e questa cosa non ce la porterà via mai nessuno. See you by the stage. // Ferruccio/CUT

PS: L'opportunità di conoscere Matt e di suonare per al prima volta con gli Heavy Trash l'abbiamo avuta anche grazie al lavoro di un caro amico e di un grande promoter, Max Bonini, che purtroppo ci ha lasciati per sempre pochi giorni fa. Se tutto questo è stato possibile è anche per merito suo. Grazie Max, non ti dimenticheremo mai!



Commenti (6)

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  • fake 02/03/2010 ore 11:55 @fake

    Seminali.
    Voi.
    Parole piene.
    Bravi.
    d*

  • Giulio Pons 03/03/2010 ore 23:32 @pons

    Bel racconto, bravi Cut!

  • jacopo beta 04/03/2010 ore 14:30 @jacopobeta

    grandi CUT, uno dei gruppi più veri che ci siano in giro

  • seymour 30/03/2010 ore 10:09 @seymour

    i cut sono il primo gruppo che ho ascoltato da grande. grazie cut

  • Noemi 31/03/2010 ore 17:55 @giudittadanae

    Grandi!
    Vogliamo ancora il bis di date in Sardegna!

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