Three Second Kiss - Studio Report Rubrica

09/04/2008

(Steve Albini - Foto di Sergio Carlini)

Lo scorso luglio i Three Second Kiss si sono richiusi nei Red House Recordings di Senigallia per registrare "The Long Distance", il loro nuovo disco. Al mixer c'era Steve Albini, ormai vecchia conoscenza della band. Sergio Carlini ci racconta quei in giorni in studio.



Dalla strada provinciale i Red House Recordings di Senigallia sembrano la casa di Psycho. Inerpicati su per una collinetta e mascherati da una corona di alberi, nella luce senza ombre del primo tramonto, lo studio nasconde la sua vera facciata. Che è poi quella di un'accogliente casa colonica marchigiana. Siamo in mezza estate, il caldo si è fatto sentire a Bologna e quasi non vedevamo l'ora di vivere asetticamente un po' di reclusione forzata all'aria condizionata. Torniamo qui dopo tanti anni. Dopo avere condiviso con David Lenci miglia e concerti in Italia e all'estero. Dopo avere registrato il nostro primo disco nel piccolissimo studio che David aveva sempre da queste parti nel '95. Era proprio ora di metterci piede per ristabilire i legami. Steve arriva la mattina dopo di noi. Ha un ritardo di mezza giornata. Poco male, sappiamo per esperienza diretta che è uno stacanovista. E poi è curioso, negli ultimi due anni ci siamo incontrati e visti spesso con Shellac e l'ultima volta è stato appena un mese fa su un paio di palchi italiani. Lui si è sparato Europa - America - Europa con un ritmo da cardiopalma. Arriva al Red House, dorme appena un quarto d'ora dopo almeno un volo di 16, connessioni incluse, e poi parte subito con le registrazioni. Solo dopo essersi infilato la consueta tuta blu-meccanico, la divisa degli Electrical, i suoi studi di Chicago, quella con cui entra nel ruolo di sound engineer.

Si riparte con molta naturalezza, come se il tempo dal 2003, da "Music out of Music", non fosse passato. Tra una track e l'altra Mano prepara pasti incredibili, prima di entrare in società con gli studi e fare il soundman è stato un cuoco. La cosa si fa sentire piacevolmente. Andreas, il new waver della Grecia, l'altro socio storico co-fondatore con David degli studi, si aggira per la control room preoccupandosi che tutto fili liscio. E le riprese filano lisce sorprendendo anche noi, con Steve che tra un break e l'altro si rilassa la schiena sdraiato a terra, dove fa riposi di 5/10 min. Al piano superiore troviamo un vecchio organo da chiesa che David ha rilevato per dargli una restaurata. È malconcio e un po' asfittico, alcuni tasti non funzionano, ma decidiamo di usarlo: Sacha lo suona nell'intro di "Dead Horse Swimming" dove ci mancava proprio un'idea per l'attacco. Questa è la seconda volta che condividiamo uno studio di registrazione con Steve e l'atmosfera è decisamente più rilassata, complice la campagna marchigiana o la salsiccia e il sangiovese dei barbecue improvvisati all'aperto. La sera poi è il momento delle discettazioni, oltre che del vino e delle zanzare. Come quelle sull'età. A parte Mano e Sacha, tra noi molti hanno fatto il fatidico giro dei 40, altri ci sono proprio vicino. "When your beard is white you're officially old", ci dice Steve scherzando. Stravaccati in circolo sulle sdraie antistanti lo spiazzo dello studio ci divertiamo con il nuovo acronimo coniato autoironicamente a 4 mani dal suo amico d'infanzia, il bassista dei Silkworm, e dal chitarrista dei New Year: il termine è VOMPOMOVI, praticamente un nonsense, che però per esteso sta per: very old man playing old music on vintage instruments.

Le tracks sono chiuse e dopo aver fatto le voci il mix arriva quasi come un divertimento per tutti - Steve compreso - che si scrocchia le mani, sottolinea onomatopeicamente i colpi di cassa e fa battute in ordine sparso. Come quella sul tono di voce di massimo in "V Season": sembra la voce di un mafioso polacco trapiantato a New York. La cosa non ci dispiace affatto. Arriva l'ultima sera e decidiamo di liberare Mano dall'incubo delle pentole. Andiamo tutti fuori a mangiare. Steve si fa lo shampoo, si ripulisce e si mette un'improbabile t-shirt degli indiani d'america, di quelle che andavano negli anni '80, quelle che sembrano disegnate con l'aerografo. L'indomani riparte all'alba per Chicago, lo attende subito un'altra session di registrazione, noi si va invece diretti al Six Day Sonic Madness. Il lavoro è finito. Non ce ne siamo quasi resi conto. Un soffio. Io non mi sono fatto la barba in questi giorni. Avevo un conto in sospeso con una scommessa da onorare, fatta tempo prima: avevo deciso di farmi crescere i baffi col nuovo disco. Mi sveglio e mi guardo più approfonditamente allo specchio. Sorrido. Sono officially old. Sono un VOMPOMOVI. // Sergio

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