Storia dei supergruppi rock italiani

Il costante rimescolarsi delle lineup di band ha partorito alcune delle sigle più epiche della storia del rock così come una caterva di discutibili operazioni commerciali. Perché si sa, non sempre è la somma che fa il totale.

todo modo band rock italiana
todo modo band rock italiana - I Todo Modo

L'uso dell'aggettivo "super" per indicare band formate da musicisti che hanno già una carriera di successo alle spalle non è casuale, e segna un gemellaggio del rock con un altro mondo che vive di idoli colorati ed egotici, quello dei fumetti. Il termine nasce nei '60 come etichetta da applicare a gruppi come Cream o Crosby, Stills, Nash & Young, e in quegli anni di ascesa della pop culture non era difficile collegarlo ai gruppi di supereroi dei fumetti, quelli che si uniscono per fronteggiare le minacce che un eroe da solo non potrebbe mai affrontare. Il ragionamento fila: le rockstar uniscono forze e chitarre per scrivere musica originale che non potrebbero produrre né da sole né con il loro gruppo di provenienza, un'unione spesso casuale e nata da coincidenze e contingenze geografiche e cronologiche, invece che da infallibili processi di eugenetica musicale.

Tutto a posto, dunque? Sì e no. Perché il costante rimescolarsi delle lineup ha partorito alcune delle sigle più epiche della storia del rock così come un certo numero di progetti effimeri ma interessanti (in tempi recenti Last Shadows Puppets e Them Crooked Vultures, ad esempio), ma ha anche dato vita a una caterva di discutibili operazioni commerciali o di gruppi che, con buona pace della qualità dei nomi coinvolti o della bontà degli intenti, semplicemente non hanno funzionato. Perché si sa, non sempre è la somma che fa il totale.

(Crosby, Stills, Nash & Young nel 1969. Foto via)

Ovviamente il fenomeno si è sviluppato anche in Italia, e accompagna l’evoluzione della musica rock e pop del nostro Paese dalla sua nascita fino ad oggi. Anzi, proprio negli ultimi tempi, i supergruppi italiani spuntano con una certa frequenza.

Ad aprile dell’anno scorso, con la pubblicazione di un disco dal vivo si concludeva, almeno per ora, l’avventura che riuniva il gotha del cantautorato romano sotto la trasparente sigla Fabi/Silvestri/Gazzè. I tre, che si sono già incrociati diverse volte nel corso degli anni, avevano pubblicato l’autunno precedente “Il padrone della festa”, un disco in cui i tre stupivano poco e si “limitavano” a giocare gli assi nella manica per cui li conosciamo individualmente da anni. “Limitavano” va fra necessarie virgolette, perché il risultato è comunque un album ben curato ed arrangiato, dove le canzoni che funzionano sono molte e anche quelle ottime non mancano.

Più misteriosi, invece, i monicker che hanno dato vita all’esplosione di supergruppi degli ultimi mesi, tre release a distanza ravvicinata e relativamente vicine anche nelle sonorità. Ad aprire le danze gli O.R.k.,  frutto dell’imprevedibile incontro fra due musicisti nostrani, Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi (chitarra) e Lef degli Obake (voce) e due artisti stranieri provenienti dal top dei gruppi prog rock anglofoni, Colin Edwin dei Porcupine Tree al basso e Pat Mastelotto, già nei King Crimson, alla batteria. Il loro “Inflamed Rides” è un album pesantemente (e positivamente) influenzato dall’alternative rock/metal anni ‘90 area Faith No More/Tool, ma anche dal grunge e ovviamente dal prog, con gemme inaspettate come l’alt blues gotico à la Wovenhand del singolo “Pyre”.  Insomma, una bella lezione per chi ancora pensa che i musicisti italiani abbiano per forza qualcosa da invidiare ai colleghi stranieri.

Poche settimane dopo è stava la volta dei Todo Modo, trio che unisce il cantautore Paolo Saporiti a Xabier Iriondo e Giorgio Prette, rispettivamente chitarrista ed (ex) batterista degli Afterhours. Guardando con attenzione ai loro mondi di provenienza, nell’omonimo debutto i tre innestano sonorità ruvide e abrasive sull’impalcatura della forma canzone (quasi) tipicamente cantautorale, condendo il tutto con la giusta dose di imprevedibilità e sperimentazione, frutto soprattutto della chitarra rumorista e sconnessa del fantasista Iriondo.

Tempo qualche mese e Iriondo ci ricasca, probabilmente stabilendo un record di partecipazioni a supergruppi per anno. Stavolta è nei Buñuel con Eugene Robinson, figura di culto dell’avanguardia hardcore come cantante dei californiani Oxbow, e con Franz Valente e Pierpaolo Capovilla. I due sono più conosciuti come batteria e voce de Il Teatro degli Orrori, ma qui li ritroviamo entrambi alla sezione ritmica come negli ultimi One Dimensional Man, con Capovilla tornato al basso (perdipiù in grande forma). Il loro “A Resting Place For Strangers”, prodotto da Favero, è una mezz’ora di botte in faccia e nello stomaco, con Robinson che urla, declama, ruggisce e le chitarre a schizzare come schegge impazzite, fuoco incrociato sulla tabula rasa stesa da ritmiche schiacciasassi che rallentano solo per aprire scenari di angoscia pura. Non parliamo di un lavoro sperimentale, perché qui siamo fra la lezione degli Oxbow e quella del post-hardcore scuola Jesus Lizard, ma di un lavoro inedito a queste latitudini e di un tour (in partenza in questi giorni) che potrebbe riservare grandi soddisfazioni. A proposito della sezione ritmica dei Buñuel, in effetti anche il Teatro degli Orrori è una creatura di musicisti con un passato non trascurabile alle spalle: Capovilla e Favero si erano già ritagliati uno ruolo di prim’ordine nell’alternative italiano con i One Dimensional Man, ai quali si era poi aggiunto anche Franz Valente, mentre Gionata Mirai, che ha sostituito Favero come chitarrista, veniva da una breve ma intensa esperienza con i Super Elastic Bubble Plastic.

Ma, lo si diceva prima, il fenomeno dei supergruppi in Italia ha una sua storia che va ben al di là delle più o meno recenti uscite, e risale proprio all’alba del concetto stesso di supergruppo. È infatti il 1969 quando a Ricky Gianco, uno dei primi rocker del nostro Paese, si uniscono Victor Sogliani dell’Equipe 84, Mino De Martino dei Giganti, Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik e Gianni Dall'Aglio dei Ribelli, insomma musicisti provenienti dalle compagini più importanti della musica beat di quei tempi. Si tratta probabilmente di una delle prime superband al mondo, e sicuramente della prima formazione italiana a segure le orme di Cream e Blind Faith (ancora fresche: 1968 e 1969), tanto da potersi permettere di giocare con l’effetto novità, auto battezzandosi Il Supergruppo.
Prima di sciogliersi i cinque daranno alle stampe solo un 33 e un 45 giri in cui alternarono le immancabili cover-traduzioni di successi stranieri ad alcune composizioni inedite nel classico suono beat-pop dell’epoca. Vista attraverso le lenti deformanti del tempo, la storia del primo supergruppo italiano ha il fascino delle prime volte e di quegli anni avventurosi e cruciali per il nostro panorama musicale, ma in realtà l’intera operazione ha anche il sapore di una mossa commerciale, una maniera di sfruttare il palco di Sanremo (vi parteciperanno nel 1970 con “Accidenti”) e di un altro paio di trasmissioni televisive per rilanciare con una ragione sociale ammiccante alcuni artisti della Ricordi i cui gruppi di origine, arrivati alla fine dell’era beat, stavano già entrando nella fase calante della loro carriera.

Che sia un’idea della Ricordi o una felice intuizione di Ricky Gianco e compagni, la pratica di rimescolare le carte delle line-up diventa col tempo quasi una prassi all’interno della scena progressive che nascerà dalle ceneri di quella beat; e se non ne uscirà niente del calibro di analoghe esperienze americane, di quel periodo ci rimangono diverse testimonianze di valore, come il live dei Telaio Magnetico, istantanea di un tour di Franco Battiato e di alcuni nomi del mondo prog e dell’avanguardia musicale italiana (Juri Camisasca, Lino “Capra” Vaccina e, ancora lui, Mino De Martino dei Giganti), oppure i due dischi in studio che pezzi di Formula 3, Ribelli e Osage Tribe composero a nome Il Volo (in tempi non sospetti), collaborando poi con Lucio Battisti in due album, “Anima Latina” e “Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera”, che anni dopo saranno considerati seminali per l’evoluzione del pop italiano.

A ben guardare, dietro diversi capitoli importanti della musica italiana che non consideriamo legati al fenomeno dei supegruppi ci sono formazioni nate da nuclei preesistenti di un certo peso: per esempio, i CSI sono considerati più che altro una reincarnazione post-sovietica dei CCCP, e non a torto, visto che la formazione di “Ko de mondo” è la stessa di “Epica Etica Etnica Pathos”; però c’è da dire che questa formazione nasce dall’incontro tra Ferretti e Zamboni, nucleo fondante dei CCCP, e un gruppo di fuoriusciti dai Litfiba composto da Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Ringo de Palma (che purtroppo ci avrebbe lasciati di lì a poco) avvenuto durante l’ormai mitologica tournée condivisa oltre la Cortina di Ferro.

(I CCCP durante il live a Leningrado, 1989)

Maroccolo, in particolare, si dimostrerà recidivo: fra le decine di gruppi e progetti in cui ha messo in un modo o nell’altro lo zampino, ci sono anche i Deproducers, in cui è al fianco di Max Casacci, Vittorio Cosma e Riccardo Sinigallia, quattro musicisti dalle storie eterogenee (Casacci con i Subsonica è quasi una superstar, Cosma è un tipo di artista che agisce perlopiù al lato dei riflettori) e riuniti più che altro dall’attività di autori e produttori. Sicuramente una formazione atipica ed estremamente affascinante, anche perché quello che ad ora, insieme a due colonne sonore del 2014 ( “Italy In a Day” di Salvatores e “La vita oscena” di Renato De Maria) è il loro unico album, “Planetario”, vede anche la partecipazione di una figura aliena: i viaggi strumentali dei quattro, fra elettronica kraut, ambient in stile Eno e rock elettronico, trovano il loro complemento fondamentale nei testi di Fabio Peri, direttore del Planetario di Milano e qui in veste di narratore e divulgatore dei misteri dell’astronomia.

Quello del side-project con musicisti navigati è forse lo sbocco naturale della voglia di sperimentare lontano dai sentieri battuti nei propri progetti principali; pensiamo ad esempio agli Zu, che hanno unito le forze con il cantautore romano Giampaolo Felici e Geoff Farina dei Karate nell’impresa di modernizzare la canzone tradizionale romana con il nome di Ardecore; o all’esperienza simile ma di segno opposto di Luca Cavina e Paolo Mongardi che, bassista spaghetti-funk dei Calibro 35 il primo e batterista di Ronin, Jennifer Gentle e Il Genio il secondo, hanno dato vita agli Zeus!, duo devoto agli déi della distorsione e della velocità fatti hardcore, post-grind e math.

Trovate commerciali per battere cassa da più fanbase già consolidate, ultime spiagge per chi spera di ritrovare l’ispirazione mescolando le carte, naturali prodotti dell’incontro di spiriti creativi all’interno di un ambiente musicale vivo e pulsante: i supergruppi possono essere molte cose, ma ci piace pensare che quelli della più recente ondata italiana appartengano alla terza categoria e non alla prima, così come i loro predecessori che già hanno lasciato il segno nella storia della nostra musica. Del resto, l’ombra del bieco calcolo economico sembra quasi sempre dissipata in partenza (per fare un esempio, O.R.k. e Buñuel non hanno neanche metà delle potenzialità commerciali di Marta sui Tubi e Il Teatro degli Orrori), e forse proprio nell’incontro fra territori musicali e geografici diversi il nostro panorama rock sembra trovare nuova linfa ed ispirazione, quella che a volte manca anche nelle ultime prove discografiche dei gruppi di provenienza. E se non di coraggio e freschezza di idee, si può dire che gli album delle superband siano quasi sempre almeno garanzia di qualità di suono, arrangiamento ed esecuzione. Certo, se anche possono portare una ventata di aria nuova, non saranno i gruppi di star e quasi star del pianeta alternative a salvare il rock italiano da alcune patologie di cui soffre. Uno dei problemi principali è la pesante mancanza di ricambio generazionale, e in questo senso queste formazioni che sono perpetuazione dei veterani sopra (e anche sotto) i palchi non aiutano molto. Se proprio esiste un pericolo che può guastarci l’ascolto, è proprio questo: che i supergruppi saturino il pubblico e tolgano spazio agli esordienti a prescindere dall’effettivo valore artistico, complice il battage mediatico che si portano naturalmente dietro. Ce ne faremo una ragione.

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L'articolo Storia dei supergruppi rock italiani di Sergio Sciambra è apparso su Rockit.it il 2016-01-26 10:19:00

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