IG (Gianni Maroccolo e Ivana Gatti) - Teatro Palladium - Roma Live report, 04/06/2007

19/06/2007 di

(Ivana Gatti sul palco del Palladium - Foto da internet)

Quei sette sul palco avrebbero potuto proporre di tutto, questo è IG: un collettivo - guidato da Ivana Gatti e Gianni Maroccolo - aperto a tutte le sfumature del rock, dell'elettronica e della musica sperimentale. Lei è una cantante con alle spalle una lunga esperienza, dal pop al jazz alla sperimentazione più d'avanguardia, lui è il basso dei PGR - ma anche dei CSI, Litfiba e molti altri gruppi. Hanno presentato a Roma il loro secondo disco, "Bastian Contrario" (Alabianca/Warner), Simone Cosimi c'era e ci racconta.



Un impasto – suadente e terapeutico – di elettronica che guarda all’ambient e però inquadrata – nella ritmica, in certi soli – di rock. Con una voce davvero “assoluta”, quella dell’affascinante/inquietante Ivana Gatti, a provocare la struttura. A cercare l’ottava nascosta, la linea melodica che sembrerebbe non esserci. A fregarti laddove pensavi che ecco, si, adesso fa così. Senza una – dico una – pecca.

Che Gianni Maroccolo fosse attratto – già in tempi non sospetti e non modaioli – dalla sperimentazione, dalle forme fluide e avanguardistiche del fare-musica (e dunque, non solo dall’approccio elettronico strictu sensu), lo si sapeva. La studia già dagli anni del mitico “17 Re”, quando stava coi migliori Litfiba. S’è scatenato praticamente con mezzo panorama musicale italiano, perfino con Battiato – di cui certi influssi linguistici si sentono, eccome, nel nuovo e bello “Bastian Contrario”. Ma gli stessi CSI e le sue tante collaborazioni sono sempre state “oltre”. Mai sazie dello standard. Mai accomodanti.

Ieri sera, al Teatro Palladium di Roma Garbatella, quartiere palpitante e politicizzato di bastian contrari, la coppia più strana della musica italiana è salita sul palco per oltre un’ora e mezza. Regalando professionismo allo stato puro. Ed è un punto fermo imprescindibile: al di là del progetto - a cui magari manca un baricentro rassicurante -, quei sette sul palco avrebbero potuto proporre di tutto. Perché la questione è che il progetto IG è una cosa seria. (O almeno, sembra esserlo). Non un sodalizio istantaneo. Non un’infatuazione musicale. E’ proprio l’unione di due mo(n)di diversi di fare musica che – con un certo straniamento perfino dei diretti interessati, credo – trovano nel tessuto elecro-ambient-rock orchestrato da Marok e dal suo basso metallico un punto d’incontro efficace.

Sempre in bilico, certo. Per esempio perché i testi della Gatti hanno bisogno di un’interpretazione attentissima alle sfumature, che solo chi li ha messi su carta può dar loro – e ieri sera, Ivana, c’è riuscita quasi sempre. E senza la quale rischiano il semplicismo baroccheggiante. Oppure perché, magari, un’ora e mezza di approccio del genere, qualcuno lo sfianca. Ma questi sono dettagli. Davvero. Criticismi collaterali.

La sostanza è che Ivana e Gianni ci mettono tante cose, nei pezzi. E bisogna anche guardarli suonare, per capire tutto. Per capire l’ironia, il sarcasmo di certe canzoni. Il senso di IG. Per star dietro alla sensualità androgina con cui la Gatti – in questo aiutata dalle videopropiezioni di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attili, che comunque avrei preferito più essenziali, meno autoreferenziali – fa sfoggio del suo essere, proprio fisicamente, una voce che cammina. E che provoca. Scherza. Eccelle e viaggia fino alla musica classica, anche lei forte di una formazione tutta giocata sui limiti, sui confini.

Tutto ciò – professionismo spiccato più onestà d’intenti, un'operazione che non sempre prevede i due addendi, nel panorama (?) nostrano – li porta a superare tutti i rischi insiti nei matrimoni coatti, nelle unioni forzose. Perché se qualcosa stona, tu lo giustifichi reinserendolo nell’atmosfera intensa, stimolante prodotta, alla fine, ad una semplicità che solo chi è padrone dei propri mezzi può esprimere. Nonostante i sette – magnifici - elementi sul palco, fra cui il redivivo Antonio Aiazzi alle tastiere e Luca Bergia alla batteria, il suono che esce palpita corposo, tramato con abilità e resta sul filo. In realtà - almeno questo esce dal vivo – assai più facile e fruibile di quanto sembri su disco.

IG è uno dei modi di fare musica, oggi, cercando di non giustappore ma fondere: più o meno riuscito, più o meno apprezzato, più o meno quel che volete. Affari vostri. Io ci ho visto, al Palladium, serietà, onestà, professionismo senza intellettualismi e frutti in via di maturazione. Ed anche qualche episodio evitabilissimo, senz'altro. Non si parla di perfezione, ma inclinazione.

E poi, una cosa è chiara: le perle ai porci rischiano di fare una brutta fine. Gastrointestinale.



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