Elisa - Teatro Sociale - Rovigo Live report, 16/12/2003

25/12/2003 di Enrico Rigolin



Ed é Elisa l’artista che si esibirà su quel palco; l’atmosfera è distesa e la folla accorsa variegata - per nulla Rovigo-bene, né freak - per la quale l’artista friulana ha regalato un’ora e quaranta minuti di spettacolo, partendo proprio dall’idea che sta alla base del suo ultimo lavoro, quel “Lotus” in testa alle classifiche
Scelgo il loggione: attorno visi noti, maschere con auricolare, mentre Elisa rimarrà là sotto per tutta la serata, più distante di quello che ricordavo; la visuale, per chi come il sottoscritto è un po’ a lato, non è propriamente delle più felici. Sono fortunato: chi mi circonda ha sborsato - se non erro - dai 28 ori in su, mica bruscolini. E si è reso necessario raddoppiare le serate, che per la prima, tenutasi la sera precedente, tutti i biglietti erano andati esauriti.

Dimenticate lustrini sanremesi, niente basi, né orchestre: Elisa, su “Lotus” come nelle date di questa lunga tournée teatrale che la porterà in giro per la penisola, occupa il proscenio accompagnata da una band in forma smagliante e coadiuvata da 4 coriste alle sue spalle. Probabilmente mai nessuno ce la restituirà con la stessa intensità del compianto Jeff Buckley, ma mette davvero i brividi la versione dell’“Hallelujah” di Cohen con cui si apre la serata, con “Broken” a seguire.

L’acustica è buonissima (un sogno per tanti locali rock), una gioia per i timpani l’ambientazione che il teatro riesce dare ai suoni che escono dall’impianto: si sentono sussurri e spazzole, la dimensione unplugged ed il senso di vicinanza contribuiscono a creare un’atmosfera di grande intimità. Piaciuta anche la versione virata soul offerta di “Femme fatale” dei Velvet Underground (no, no, no... Enrico non scriverlo che preferisci la versione degli Ours!! Alè, fatto!).

Lo stato d’animo sarà un saliscendi che porta, ora che del concerto s’ha da renderne conto, a sospendere il giudizio. Se lo guardi in ottica più rock (e un po’ talebana), il concerto può sembrarti nulla più che una sequela di ballads che ‘non decollano mai’: la spada è stata davvero sguainata solo nel pezzo di chiusura e con il gospel-tribale di “Prayer for freedom” con cui è finita la prima parte. Niente sciabolate, quindi, ma colpi di fioretto nel corso di tutta la sera - col rischio di sembrare a tratti troppo ‘soft’.

Ecco quindi il dubbio: lamentare la mancanza di grinta, o capire che pur sempre di tour teatrale si tratta? Rimpiangere l’arruffata venticinquenne friulana che scalpita e scalcia per tutto il palco o gustarsi una eterea, mozzafiato “Almeno tu nell’universo” di Bruno Lauzi per chitarra e voce? Apprezzare l’acustica del luogo o aver nostalgia di un club con un bancone e la sigaretta accesa per trastullarsi sulle note di “Redemption song” di Bob Marley? Eppure, la nostra fortunatamente non s’impantana mai nelle paludi Witny-Iuston, e - lo si intuisce perfettamente - è schietta, onesta, quasi timida, ma con capacità tecniche strepitose.

E’ la prima volta che vedo dal vivo qualcuno che ha vinto San Remo. Ma dai, si metta da parte ogni idea precotta del tipo ‘la si sente su tutte le radio’, ‘lei-è-mainstream’ oppure non c’entra col rock né col ‘nostro mondo’. Il mondo è uno solo, ed Elisa Toffoli - vivaddio, questo sì - ha chiaramente dimostrato di meritare il posto che occupa, al di là della plastica che i media e le precedenti produzioni le hanno cucito addosso.

Eppure… ma… non lo so: questi spettacoli perfettini, queste splendide luci roboanti, questo finale pacchiano con tutta la band che balla sulle note di Bob Marley a sipario ormai calato, dove sembra non esserci più spazio per la spontaneità e tutto si svolge come nella sera/e precedente/i, quasi fosse una riproduzione ‘seriale’ portata a spasso per l’Italia. Avrei voluto quel rischio, quel pizzico di sporcizia, quel pugno in faccia che si è percepito solo in alcuni tratti. Dice l’amico che se ne intende: “Dovevi vederla ad Este: lì ha fatto tutto il concerto come l’ultimo pezzo, saltando come una pazza, molto più (pop)rock”.

L’impressione, però, è che Elisa, ad un certo punto della sua carriera, abbia avuto il coraggio di rimetter mano al suo repertorio e dire: “Ok, adesso i miei pezzi ve li faccio sentire io, come sono nati, come possono essere”, che non è un ‘come sarebbero potuti essere’, ma è piuttosto un ‘eccoli qua’. Qui e ora, semplice e implicita dichiarazione di intenti che scarnifica i pezzi che lei stessa ha scritto (e prodotto!) per restituirgli quella profondità che le passerelle ad Mtv ci avevano impedito di vedere.



Non capita certo tutti i giorni di assistere ad un concerto in una cornice così suggestiva. Chiaro, non è né la ‘Scala’, né la rinata ‘Fenice’, ma il ‘Teatro Sociale di Rovigo’, coi suoi stucchi e i suoi 185 anni di vita (un incendio - ma va? - lo distrusse però ad inizio ‘900), porta sempre con sé un’atmosfera tutta particolare.

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