Sulla teoria dei 1000 veri fan: basta davvero così poco per vivere di musica?

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22/02/2016 di

È molto probabile che abbiate già sentito parlare della teoria dei 1000 veri fan: è stata formulata nel 2008 da Kevin Kelly, uno dei fondatori di Wired, in un articolo dal titolo “1,000 true fans”. Si tratta, in breve, di una versione sostenibile di un’altra teoria, quella della coda lunga, ideata quattro anni prima dall’allora direttore di Wired, Chris Anderson. Se la coda lunga è tarata sui pezzi grossi del capitalismo americano, da Google ad Amazon (vendere poche copie di tantissime opere di nicchia è più redditizio che vendere tantissime copie di pochissime opere), la teoria dei 1000 veri fan vuole liberare le band e gli artisti in generale dall’ossessione della top ten a tutti i costi. Come? Coltivando un agguerrito bacino di 1000 veri fan.

I veri fan sono quelli che comprano tutto dei cantanti che apprezzano, dai cd alle magliette, passando ovviamente per i concerti e per gli album in edizione deluxe. Il vero fan insomma cerca le rarità, bracca i negozianti e fa colazione con la tazza del suo gruppo preferito. Secondo questa teoria, un vero fan in media spende 100 dollari l’anno per supportare l’artista. Moltiplicando per mille si arriva a un totale strabiliante: 100 mila dollari l’anno. L’obiettivo dei 1000 veri fan non sembra irrealistico: basta conquistare un vero fan al giorno per tre anni. Ci sono tanti modi, come organizzare concerti in casa propria o in quelle dei fan (che diventeranno così "veri fan"), oppure dare loro chicche esclusive che possano in qualche modo legarli all’artista.

(foto via di-why.com)

Questa teoria è stata appoggiata da Tim Ferriss, autore del libro “4 ore alla settimana - Ricchi e felici lavorando dieci volte meno”, ed è stata ripresa da Kickstarter per dimostrare l’importanza dei piccoli sostenitori.
Ma proprio qui sembrano emergere dei dubbi: nell’ambito del crowdfunding, infatti, i sostenitori non sempre investono cifre importanti. Se parliamo di musica poi, spesso i fan si limitano a versare i soldi sufficienti per stampare il disco che poi l’artista dovrà spedire loro. Non c'è un margine significativo, così il musicista dovrà continuare a mantenersi con un altro lavoro. È anche vero però che nel crowdfunding non tutti investono grandi somme, ma qualcuno senz’altro sì. Magari mille su diecimila. E dunque la teoria dei 1000 veri fan troverebbe una conferma anche in questo caso.

Se vogliamo scavare in profondità, però, qualche falla in questo modello c’è davvero, come ha spiegato lo scrittore John Scalzi. Innanzitutto non è banale sottolineare che i 1000 veri fan non possono essere il totale dei fan di un artista. Per arrivare a 1000 persone che comprano tutto quello che produce un cantante è necessaria una base di decine di migliaia di fan occasionali. Mica facile. Inoltre non è detto che 1000 veri fan restino tali per sempre. Non è nemmeno scontato che 1000 veri fan spendano una media di 100 dollari l'anno. E anche se spendessero davvero quella cifra, all'artista comunque rimarrebbe poco, tra tasse, costi di produzione, case discografiche, balzelli e spese varie. Una fetta che è ancora più piccola nel caso in cui non si parli di un solista ma di una band.
Un'altra questione che sembra mettere in crisi il modello dei 1000 veri fan è che c'è un'intera generazione che non ha idea di come si scarichi un album da iTunes e che continua ad acquistare i compact disc - dall'altra invece un’altra intera generazione che non concepisce il pagamento di un disco, se non in casi particolari (il vinile degli Smiths, l'edizione del ventennale di “In Utero” dei Nirvana, i Beatles in mono: si sa che gli streaming vengono male con i filtri rétro di Instagram).

(foto via Dailybreeze)

In uno scenario del genere, in cui c’è chi ritiene eccessivi i 9,99 euro di Spotify e propone tariffe a partire da 0,89 euro al mese (fate un giro tra i commenti degli utenti iOs all’app Spotify), una band deve operare un ripensamento della propria produzione discografica per sopravvivere economicamente. In un mercato musicale sovraffollato (solo in Italia ci sono oltre 24 mila band) per qualcuno non ha senso insistere sul concetto di album, che funziona solo per superstar mondiali come Adele o Beyoncé. Bisogna ragionare in termini nuovi, magari frazionando le uscite in singoli da pubblicare durante tutto l’anno, in modo da far conoscere il nome fra gli appassionati e tenere alta l’attenzione sul progetto nel lungo periodo. A fine anno, questi singoli possono essere raccolti in un vinile - magari colorato e con caratteristiche diverse e più curate rispetto ad una normale uscita - che i 1000 veri fan acquisteranno a occhi chiusi. Così la teoria di Kelly può diventare una strategia di successo, perché focalizza l’offerta in modo mirato a quelle che sono le reali necessità del progetto, evitando perdite e garantendo un piccolo margine di guadagno che permette all’artista di crescere ulteriormente. Non c’è l’aspettativa dei 100 mila dollari l’anno, ma di sicuro non c’è neanche la prospettiva di spendere migliaia di euro per stampare dischi che poi resteranno in gran parte invenduti.

Tag: discografia mercato discografico

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